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Post Taggati ‘stereotipi’

La difficoltà di parlare delle cose positive

29 Dicembre 2017 Nessun commento

Riguardo l’Africa, per lungo tempo è valsa la tacita regola che parlare di persone, fatti, processi “positivi” o non-negativi fosse proibito o immorale. Quasi che trattare di questi argomenti volesse dire occultare i problemi ed essere complici delle ingiustizie e degli squilibri esistenti nel continente africano.  Mi sono trovato innumerevoli volte a dover fare lunghe premesse sui guai delle genti africane, prima di considerarmi sufficientemente giustificato a dire una o due cose che funzionassero, o comunque rientrassero in una qualche normalità politica, economica, sociale, culturale. Naturalmente, i guai (vecchi e nuovi) non mancano, e non si smetterà mai di denunciarli e combatterli. Ma oggi, al tempo stesso, si nota in tutto il mondo un certo cambiamento nel modo in cui emergono, si affrontano e si presentano alcune importanti novità nei pur tortuosi processi di democratizzazione, di crescita economica, di nascita di nuovi attori sulla scena politica, sociale, culturale. Questo è un gran merito delle nuove generazioni di intellettuali, sia in Africa che nella diaspora, e anche di tanti studiosi e operatori “occidentali” che a vario titolo si interessano delle società africane. Per l’Italia, oggi cito due iniziative, come rappresentative di un più ampio insieme: VadoinAfrica di Martino Ghielmi, che si occupa dell’”Africa delle opportunità”, e Africa Art, di Salvatore Dimaggio, che affronta i temi dell’arte e della cultura prodotta nel continente. Entrambe le iniziative nascono dalla premessa che oggi si parla di Africa in modo sbagliato e distorto, e danno un notevole contributo a fornirne una conoscenza più accurata e in profondità. Guardandosi attorno, ve ne è un gran bisogno.

La foto del Zeitz Museum of Contemporary Art Africa è tratta da: www.iol.co.za 

L’Africa per i cinesi

La costruzione dell’immagine dell’Africa e della sua gente è un fenomeno mondiale. Certamente non  limitato ai paesi occidentali, soprattutto dopo che, con i processi di globalizzazione, si sono affacciati sulla scena africana potenze come la Cina. Quali rapppresentazioni dell’Africa e degli africani hanno i cinesi? Certamente particolari, ma anche con molti elementi in comune con quanto già circola in giro da secoli, specie dalle parti nostre. Un articolo ha provato a mettere in fila alcuni stereotipi dei cinesi sull’Africa, con qualche conferma e qualche sorpresa.

La foto è trata da: http://foreignpolicy.com

Utopie e isole in Africa

29 Settembre 2017 Nessun commento

L’isola di Bulama fu il luogo di un sogno. Quello dell’anti-abolizionista Carl Bernhard Wadström, vissuto nel XVIII secolo, il quale progettava di costituire, in quest’isola della costa occidentale dell’Africa, una comunità (una colonia) libera e felice. Ne parla il volume “Islands in History and Representation” (a cura di di Rod Edmond e Vanessa Smith – Routledge 2003). Il progetto non si realizzò, ma è una testimonianza del fatto che le isole africane sono, da secoli, oggetto di un doppio immaginario che si incrocia: quello di un’Africa lontana, esotica, primitivamente gentile, e quello delle isole, percepite come territori limitati, conchiusi, facilmente controllabili e gestibili, ove si può tentare con maggiore facilità qualsiasi esperimento sociale e qualsiasi utopia.

La foto di Bulama è tratta da: http://trip-suggest.com

L’Africa dei desideri

L’Africa è molte cose: tanti Paesi, società, culture, lingue storie. Una realtà plurale, complessa, dinamica, contraddittoria, irriducibile a facili schemi. Ma schematizzare è quel che, in Occidente, si è sempre fatto e, con poche eccezioni, si continua a fare. Tra i tanti meccanismi dell’immaginario occidentale sull’Africa ce ne è uno che mi ha sempre colpito: la proiezione dei nostri desideri. Intendo dire che l’Africa, da molti, è spesso stata, ed è tuttora considerata, come il luogo par excellence ove si ritiene si possano realizzare le nostre istanze (a seconda dei casi e dei gusti) di una vita genuina, autentica, libera da vincoli, istintiva, essenziale, affettuosa. O dove si ritiene che si possano ancora attuare, o tentare, tante esperienze che non siamo riusciti a fare a casa nostra, come la ricerca di un autentico senso comunitario o la solidarietà tra persone. Insomma: spesso non cerchiamo di accostare le società e i popoli africani per l’intera gamma di quel che sono, ma solo per quegli specifici aspetti che desideriamo noi. A volte questi desideri sono soddisfatti, ma guai se poi le cose non risultano essere proprio così, o soltanto così; questo provoca conseguenze sul piano del disincanto, del rifiuto, o di quella specie di razzismo che viene inevitabilmente fuori da esperienze spontaneistiche, non preparate e non gestite, di incontro interculturale.

La foto è tratta da: http://www.projects-abroad.it/paesi/volontariato-in-togo/

 

 

Preconcetti sull’Africa

“L’Africa non ha bisogno di essere salvata. Ha solo bisogno che quando sentite la parola Africa non abbiate più preconcetti”. La giornalista freelance Eliza Anyangwe, in un video di 4 minuti del Guardian riportato da Internazionale, sintetizza mirabilmente lo stato dell’arte su quel che i media dicono o dovrebbero dire sul continente africano. Afro-ottimisti e afro-pessimisti hanno forse interessi da difendere. Io voglio solo capire come stanno le cose.

(ringrazio Federico Marta della segnalazione)

La foto di Eliza Anyangwe è tratta da: eudevdays.eu

 

Mfecane: stereotipi europei e società africane

26 Febbraio 2017 Nessun commento

Il lavoro storico è sempre difficile, soprattutto quando la realtà da ricostruire e studiare è stata a lungo oggetto di pregiudizi e narrazioni distorte. Il caso dello Mfecane è esemplare. Il termine Mfecane è stato usato per indicare un periodo, all’inizio del XIX secolo, in cui l’Africa del Sud ha conosciuto violenti conflitti e migrazioni forzate. Per lungo tempo, la storiografia ha sostenuto che lo Mfecane sia stato semplicemente causato dalla politica espansionistica di Shaka, ma più recentemente è emerso il ruolo cruciale che ha giocato lo schiavismo, mentre alcuni hanno affermato che Mfecane è stato un periodo in cui i popoli sudafricani hanno cercato di costruire propri originali sistemi politici. In un suo saggio (“European Stereotypes, African Societies and the Mfecane“, 2009), Tom Hartley afferma che la ricerca su questo periodo storico sia stata influenzata profondamente dagli stereotipi europei sulle società africane, sia in positivo che in negativo. Da questa vicenda, possiamo tutti trarre una bella lezione, e un invito alla correttezza e alla scientificità.

L’immagine è tratta da: http://www.lead-adventure.de

Tanti luoghi comuni sulla spiritualità dei popoli africani

Scorro il libro di religione di mio figlio (prima media), e vi ritrovo molti luoghi comuni sulla spiritualità dei popoli africani. Una spiritualità confinata, come sempre, nel primo capitolo, quello in cui si parla della “religione naturale” dei popoli “primitivi”, delle religioni “etniche” e di quelle “animiste”. Mentre va avanti la riflessione e lo studio approfondito e serio di questo argomento, la didattica e la comunicazione pubblica sono ancora molto indietro. Ripropongo un brano da un saggio che avevo scritto qualche anno fa:

“(…)The representation of Africa as a country devoid of its own profound spiritual dimension or of a religion worthy of its name goes to complete, and in some measure to justify, this picture made of unfounded generalizations and distorted or omitted information; a picture which describes a continent whose inhabitants and communities – mostly considered to be rural – would be entwined in an inextricable tangle of often cruel and bloody ancestral rites, superstitions, absurd and childish beliefs and atavistic fears which block their personal capacities, initiative and development possibilities. Another level at which a real stigmatization of Africa occurs, in particular with regard to its spiritual tradition, is that of scientific research, specifically with reference to human and social sciences.

The history of research on African peoples – as Basil Davidson, among others, has demonstrated – is indeed rife with incomprehension, theoretical and methodological errors, and forced and inert interpretations which have taken on different forms. One of these is Evolutionism, which defines African traditional religions as being the most ‘primitive’ stage of the spiritual evolution of peoples, featuring practices it terms derogatively as ‘animist’, ‘fetishist’, ‘pagan’, ‘totemic’, ‘idolatrous’, etc. This without even considering the clamorous blunder whereby Africans were considered for centuries to be polytheists, while in actual fact the spirits or other entities which their religions refer to are considered to act as intermediaries between a single supreme being – who has various names – and human beings. In many ways, all this has actually resulted in African religions simply not being considered to be religions at all.

Another one of such interpretative approaches involves a mono-disciplinary view, in this case the exclusive, and moreover often purely descriptive, use of ethnology and cultural anthropology. This has resulted in African religious phenomena often been locked behind a kind of interpretation cage and viewed as if they existed in a historical void or, at best, as an expression of spirituality which, although ‘authentic’, limits itself to wearily surviving in today’s world. In addition, there has always been a widespread tendency to interpret and assess African traditional religions starting from ‘local’, or specific, practices, which are then generalized without a valid reason. This is the case with certain magical rites – which, incidentally, many such religions are opposed to – and of figures such as the feticheurs. Something no one would dream of doing with other religions; no one, for example, would define the essence of Christianity by the excessive devotional practices towards a given saint found in rural areas or – to mention a recent case – by the holy water jinx which the trainer of the Italian football team performed for the whole world to see on television. Nevertheless, this is what has happened, and continues to happen, with regard to African traditional religions.(…)”

(da D. Mezzana, “African traditional religions and modernity” in African Societies, n. 3, 2002)

Photo: Eliot Elisofon – Shrine house priestess Okomfoyaa Anosua, Besease, Ghana, 1970 (https://thisisafrica.me)

Quanto è cambiata l’iconografia sull’Africa?

31 Dicembre 2016 Nessun commento

Ho digitato “Africa” su Google, sezione Immagini. Questo utilissimo quanto implacabile motore di ricerca  suggerisce, in prima battuta, 4 categorie di foto, con 4-5 esempi di foto per ciascuna categoria: “Africa e paesaggi” (praticamente panorami e animali), “Africa fisica” (mappe), “Africa bambini”, “Africa persone” (ancora bambini e anche donne con … bambini). Scorrendo i suggerimenti per categoria, vi sono anche “Africa Paesaggi Poveri”, “Africa Bambini Sorridenti”, “Bambini Africani Bellissimi Occhi”) e simili.  Poi, sotto, la pagina generale delle immagini, con una sfilza – ancora –  di mappe, panorami, persone (qui la variabile in più è rappresentata da gente in costume tradizionale e da guerriglieri) e poco altro. Dopo quasi 13 anni che ho aperto questo blog, l’iconografia ricorrente sul continente africano non sembra cambiata granché. Certamente, tale iconografia dice qualcosa sull’Africa, ma molto di più su chi la guarda e la rappresenta. Forse oggi è cambiata un poco, invece, la narrazione complessiva sull’Africa, specie grazie all’opera di tanti intellettuali africani, anche espatriati. Molto sforzo di informazione (o meglio, di contro-informazione) viene fatto, oggi più di ieri, anche sulla spinta dei nuovi conflitti che sconvolgono il continente e dei fenomeni migratori internazionali. Ma c’è ancora molto da fare: conclusione scontata, ma inevitabile, come premessa agli auguri di un buon 2017 per tutti, e soprattutto per chi ne ha più bisogno.

La foto è tratta da   www.lifegate.it     Photo credit: SIA KAMBOU/AFP/Getty Images

 

 

Riduzionismo climatico

Poco fa mi è caduto l’occhio su una pagina del Televideo RAI, intitolato: ” Il caldo causa primaria della violenza”.   Siccome la correlazione tra caldo, violenza, Africa e razzismo è una faccenda nota agli addetti ai lavori da qualche secolo (mica da ieri), sono andato a vedere la fonte citata: uno studio della Vrije Universiteit di Amsterdam. Immagino sia questo articolo, in cui si afferma che “nonostante ci siano varie eccezioni, una regola generale è che l’aggressione e la violenza aumentano più ci si avvicina all’Equatore”. Mettendo in campo anche la tesi che esistono anche fattori complessi come autostima, autocontrollo e mancanza di fiducia nel futuro. E roba del genere. Direi che tra le “varie eccezioni” potremmo citare la Germania nazista, gli imperi colonialisti, per non parlare di quelli neo-colonialisti e della violenza quotidiana a cui assistiamo quotidianamente nelle nostre società dal clima più temperato o freddo. Quanto alla tesi generale, si colloca pienamente nel riduzionismo climatico che era stato ampiamente rigettato cent’anni fa dalla comunità scientifica, ma che si riaffaccia oggi con prepotenza, sulla scia delle pur giustificate preoccupazioni per gli effetti dei cambiamenti climatici. Quanto agli aspetti dell’autostima, dell’autocontrollo e della mancanza di fiducia nel futuro, assomigliano tremendamente a tanti stereotipi attribuiti alle genti del Sud del nostro pianeta da parte di generazioni di studiosi del Nord del pianeta, per giustificare politiche di controllo e dominio. Il clima e il pianeta ci influenzano, ci plasmano, è certamente vero. Ma le variabili sono tantissime e i rischi di semplificazioni enormi. Mettete questi studi approssimativi in mano a qualche cattivo politico, e vedrete rapidamente i risultati.

La foto è tratta da: http://business.mega.mu

“Senza barbari”: una trasmissione per guardare oltre

Qualche giorno fa, sono stato intervistato da Angelo Cariello, per una trasmissione della radio MPA intitolata “Senza barbari”. Alla ricerca di un nemico che non c’è” (vedi: Sesta Puntata – Parte terza). La trasmissione, in modo intelligente e puntuale, punta l’attenzione sulla diversità e sul modo di considerarla. Inutile dire quanto questo tema sia attuale. Messaggio finale: mai generalizzare. Sembra banale, ma spesso ho l’impressione che abbiamo un po’ tutti perso l’arte del distinguere e del discernere.

La foto di Philip Emeagwali, matematico nigeriano, è tratta da: https://onsandoalan.wordpress.com/category/uncategorized/