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Post Taggati ‘religioni tradizionali’

Beta Israel: la patria rimandata?

In Italia, siamo in un contesto di celebrazione del giorno della Memoria, in un periodo elettorale denso di confusione mentale diffusa e generalizzata, di rigurgiti razzisti e antisemiti da parte di minoranze di deficienti, di strumentalizzazioni di questi rigurgiti solo ed esclusivamente per dar giù a qualche avversario politico o sportivo (di solito, per colpa di pochi decerebrati e della malizia dei media, il bersaglio preferito è la Lazio in quanto tale, di cui per inciso sono stratifoso – io antifascista e imparentato con una famiglia con significative radici ebraiche romane…). Ma a proposito di memoria e di radici, mi ha sempre interessato la vicenda dei Beta Israel, altrimenti detti Falascià: gli ebrei neri originari dell’Etiopia, per lo più trasferitisi in Israele a partire dagli anni ’80, in varie ondate migratorie facilitate, e che nel 2011 vi costituivano una comunità di oltre 125.000 persone, in maggioranza concentrate in piccole aree urbane nel centro del Paese. Un volume, sia pur datato, di Tanya Schwarz, intitolato “Ethiopian Jewish Immigrants. The Homeland Postponed”, mette in evidenza luci e ombre di questa emigrazione, provando a comprendere dal di dentro il sollievo e i tormenti di questo popolo giunto in una terra promessa che non per tutti è stata tale da ogni punto di vista, almeno per un po’.

La foto di Titi Aynaw, Miss Israele 2013, di origine ebraico-etiope, è tratta da: https://www.youtube.com/watch?v=u8YTiBn4HIA

 

Movimenti di liberazione a base religiosa

“L’idea che la salvezza,  suprema meta di ogni messianismo, potesse raggiungersi attraverso l’unica via dell’unione solidale degli indigeni d’Africa, si diffuse sempre più nei vari movimenti profetici (…). Zaccaria Bonzo, altro profeta congolese, penetrava nell’Angola col motto “L’Africa agli africani!”. Simon Toko nel 1949 fondava nell’Angola un nuovo movimento, la ‘Stella rossa’, basato sul principio che Dio sta con i più, e perciò in Africa Egli è a fianco degli africani.”

E’ un brano del classico volume di Vittorio Lanternari “Movimenti religiosi di libertà e di salvezza dei popoli oppressi” (2^ ediz. 1977): una raccolta di studi sulla incredibile ricchezza simbolica e spirituale alla base di tanti movimenti di liberazione dei secoli XIX e XX, nel continente africano e non solo. Da sapere, per non dimenticare.

L’immagine (una cartolina coloniale del 1904) è tratta da: http://histclo.com/country/afr/conb/hist/conb-hist.html

Tanti luoghi comuni sulla spiritualità dei popoli africani

Scorro il libro di religione di mio figlio (prima media), e vi ritrovo molti luoghi comuni sulla spiritualità dei popoli africani. Una spiritualità confinata, come sempre, nel primo capitolo, quello in cui si parla della “religione naturale” dei popoli “primitivi”, delle religioni “etniche” e di quelle “animiste”. Mentre va avanti la riflessione e lo studio approfondito e serio di questo argomento, la didattica e la comunicazione pubblica sono ancora molto indietro. Ripropongo un brano da un saggio che avevo scritto qualche anno fa:

“(…)The representation of Africa as a country devoid of its own profound spiritual dimension or of a religion worthy of its name goes to complete, and in some measure to justify, this picture made of unfounded generalizations and distorted or omitted information; a picture which describes a continent whose inhabitants and communities – mostly considered to be rural – would be entwined in an inextricable tangle of often cruel and bloody ancestral rites, superstitions, absurd and childish beliefs and atavistic fears which block their personal capacities, initiative and development possibilities. Another level at which a real stigmatization of Africa occurs, in particular with regard to its spiritual tradition, is that of scientific research, specifically with reference to human and social sciences.

The history of research on African peoples – as Basil Davidson, among others, has demonstrated – is indeed rife with incomprehension, theoretical and methodological errors, and forced and inert interpretations which have taken on different forms. One of these is Evolutionism, which defines African traditional religions as being the most ‘primitive’ stage of the spiritual evolution of peoples, featuring practices it terms derogatively as ‘animist’, ‘fetishist’, ‘pagan’, ‘totemic’, ‘idolatrous’, etc. This without even considering the clamorous blunder whereby Africans were considered for centuries to be polytheists, while in actual fact the spirits or other entities which their religions refer to are considered to act as intermediaries between a single supreme being – who has various names – and human beings. In many ways, all this has actually resulted in African religions simply not being considered to be religions at all.

Another one of such interpretative approaches involves a mono-disciplinary view, in this case the exclusive, and moreover often purely descriptive, use of ethnology and cultural anthropology. This has resulted in African religious phenomena often been locked behind a kind of interpretation cage and viewed as if they existed in a historical void or, at best, as an expression of spirituality which, although ‘authentic’, limits itself to wearily surviving in today’s world. In addition, there has always been a widespread tendency to interpret and assess African traditional religions starting from ‘local’, or specific, practices, which are then generalized without a valid reason. This is the case with certain magical rites – which, incidentally, many such religions are opposed to – and of figures such as the feticheurs. Something no one would dream of doing with other religions; no one, for example, would define the essence of Christianity by the excessive devotional practices towards a given saint found in rural areas or – to mention a recent case – by the holy water jinx which the trainer of the Italian football team performed for the whole world to see on television. Nevertheless, this is what has happened, and continues to happen, with regard to African traditional religions.(…)”

(da D. Mezzana, “African traditional religions and modernity” in African Societies, n. 3, 2002)

Photo: Eliot Elisofon – Shrine house priestess Okomfoyaa Anosua, Besease, Ghana, 1970 (https://thisisafrica.me)

Gli usi della Bibbia in Africa

La Bibbia, come sa chi la conosce un poco, è qualcosa di meraviglioso, dirompente e incontrollabile. In uno studio del sudafricano Gerald O. West, si sottolinea la differenza tra la recezione africana della Bibbia e la recezione africana della cristianità in quanto proposta (o imposta) dalla colonizzazione. Credo che le cose non siano proprio così nette. Comunque, appropriazione popolare della Bibbia (ad esempio tramite traduzioni in lingua locale, anche e soprattutto ad opera di missionari), creazione di chiese indipendenti locali, movimenti di liberazione che fanno riferimento alla Bibbia, tutto questo intreccio di fenomeni fa parte di una storia pluricentenaria di vicende che avrà sicuramente tanti ulteriori sviluppi.

La foto è tratta da: http://churchlife.nd.edu

La tradizione del massaggio in Africa

Nel suo volume “The History of Massage: An Illustrated Survey from Around the World” (2003), Roberto Noah Calvert informa dell’esistenza di forme di massaggio nelle culture tradizionali africane. Secondo Calvert, “il massaggio in Africa è stato parte della medicina tradizionale” . Esso era spesso legato alle abluzioni e ai bagni, si concentrava sull’addome ed era usato dagli sciamani per scacciare i cattivi spiriti e curare i problemi di digestione. Le levatrici, inoltre, aggiunge Calvert, usavano massaggiare  l’addome delle donne incinte per correggere eventuali malformazioni del feto. Il volume non offre ulteriori specificazioni e non c’è molto, in giro, su questo tema, ma sarebbe interessante approfondirlo.

L’immagine è trata da: http://www.ancientegyptonline.co.uk

Violenza politico-religiosa: rischi e contromisure in Benin e Ghana

Il conflitto politico-religioso che ha colpito Paesi come la Nigeria e il Mali rischia di diffondersi in realtà vicine, per via di un contesto fatto di porosità dei confini, disparità tra città e campagna, scontento sociale ed economico delle giovani generazioni, interventi di attori religiosi esterni a tali Paesi (sia cristiani che musulmani), e altro ancora. Ma uno studio condotto in Benin e Ghana da Peter Knoope e Grégory Chauzal mostra che esistono anche, localmente, strumenti istituzionali e culturali per disinnescare, o almeno contenere, tale rischio. Ad esempio, la grande tradizione di discussione e soluzione dei conflitti simbolizzata dalle riunioni di villaggio sotto un grande albero, il persistente prestigio delle autorità tradizionali, oppure le diverse e radicate istituzioni di dialogo inter-religioso. Non si può prevedere quanto tali strumenti reggeranno all’urto di nuovi processi disgregativi, ma è importante sapere che esistono.

 

Image: Benin Clay city of Tagasango (by James Dorsey) – http://www.africavernaculararchitecture.com/benin/

La religione africana oggi

11 Febbraio 2014 Nessun commento

La religione come parte della visione del mondo dei popoli africani, i luoghi comuni sulla religiosità in Africa, la necessità di distinguere la religione dalle pratiche superstiziose, il legame tra gli stereotipi sulla religione africana e il razzismo sono alcuni dei temi al centro di un saggio pubblicato nel luglio 2013 sull’African Research Review. Il saggio è intitolato “The Need to Re-Conceptualize African ‘Traditional’ Religion”, ed è opera di tre studiosi nigeriani: Offiong Okon Asukwo, Sunday Simeon Adaka e  Esowe Dimgba Dimgba. Che ringrazio anche per l’ampia citazione.

La foto è tratta da: http://obatalashrine.org/000004.php

Stephen Kiprotich e l’ignoranza di un commentatore tv

15 Agosto 2012 2 commenti

Come alcuni sanno, l’atleta ugandese Stephen Kiprotich ha vinto la gara di maratona alle Olimpiadi di Londra appena concluse. Il giornalista Giancarlo Governi, su Facebook, ha acutamente commentato un particolare non da poco:

“La maratona l’ha vinta un ugandese il quale all’arrivo si e’ inginocchiato e si e’ fatto il segno della croce. Commento del commentatore di SKY: ringrazia i suoi dei. Manco i fondamentali!”

Niente da aggiungere, salvo farsi un giro, a tempo perso, alla voce “Religioni tradizionali” nei tags qui a destra.

La foto di Stephen Kiprotich è tratta da http://en.wikipedia.org

 

 

Religions traditionnelles africaines: une tradition mal connue

11 Novembre 2010 2 commenti

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(…) L’Afrique serait encore sans dimension spirituelle profonde et, à proprement parler, sans religiosité. S’agissant de ses religions traditionnelles, des approches plus ou moins consciemment colonialistes – un état d’esprit toujours présent dans nombre de livres scolaires, de reportages, de documentaires – les considèrent encore comme l’étape la plus primitive de l’évolution spirituelle de l’humanité, immuable dans le temps, caractérisée par des pratiques décrites, selon les cas, comme animistes, fétichistes, païennes, totémistes ou idolâtres.

De tels préjugés sus-évoqués contribuent à exclure les religions africaines de l’ensemble des religions tout-court. Elles sont pourtant un élément vif et dynamique des sociétés et des cultures africaines d’aujourd’hui mais elles sont très mal connues des habitants du Nord de la planète. Pendant des siècles on a estimé que les Africains étaient polythéistes, alors que les esprits ou autres entités auxquelles ils se réfèrent sont en fait des figures intermédiaires entre un être suprême unique (appelé de diverses manières) et les hommes. Ce dieu est parfois conçu comme père, parfois comme mère et, dans la plupart des cas, sans spécifications de genre. Les autres divinités sont des êtres spirituels dépendant de ce dieu et elles peuvent se manifester par des phénomènes naturels, comme le tonnerre, le soleil, les montagnes, etc. Les esprits, eux, sont des êtres soit bienveillants soit malins. En font notamment partie les ancêtres: ce sont des esprits en l’occurrence bien-aimés, qui ont une relation spéciale avec la divinité et qui peuvent protéger des esprits mauvais. Et, pour être considéré comme un ancêtre, il ne suffit pas d’être mort, il faut aussi avoir eu une vie particulièrement digne et honorable. (… à suivre dans l’article)

De: Daniele Mezzana, Les religions traditionnelles africaines, un facteur potentiel de développement, Diasporiques, n. 7, 2009

Photo tiré de: http://news.bahai.org


Diasporiques – Culture in movimento

29 Ottobre 2009 4 commenti