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Post Taggati ‘razzismo’

Riduzionismo climatico

Poco fa mi è caduto l’occhio su una pagina del Televideo RAI, intitolato: ” Il caldo causa primaria della violenza”.   Siccome la correlazione tra caldo, violenza, Africa e razzismo è una faccenda nota agli addetti ai lavori da qualche secolo (mica da ieri), sono andato a vedere la fonte citata: uno studio della Vrije Universiteit di Amsterdam. Immagino sia questo articolo, in cui si afferma che “nonostante ci siano varie eccezioni, una regola generale è che l’aggressione e la violenza aumentano più ci si avvicina all’Equatore”. Mettendo in campo anche la tesi che esistono anche fattori complessi come autostima, autocontrollo e mancanza di fiducia nel futuro. E roba del genere. Direi che tra le “varie eccezioni” potremmo citare la Germania nazista, gli imperi colonialisti, per non parlare di quelli neo-colonialisti e della violenza quotidiana a cui assistiamo quotidianamente nelle nostre società dal clima più temperato o freddo. Quanto alla tesi generale, si colloca pienamente nel riduzionismo climatico che era stato ampiamente rigettato cent’anni fa dalla comunità scientifica, ma che si riaffaccia oggi con prepotenza, sulla scia delle pur giustificate preoccupazioni per gli effetti dei cambiamenti climatici. Quanto agli aspetti dell’autostima, dell’autocontrollo e della mancanza di fiducia nel futuro, assomigliano tremendamente a tanti stereotipi attribuiti alle genti del Sud del nostro pianeta da parte di generazioni di studiosi del Nord del pianeta, per giustificare politiche di controllo e dominio. Il clima e il pianeta ci influenzano, ci plasmano, è certamente vero. Ma le variabili sono tantissime e i rischi di semplificazioni enormi. Mettete questi studi approssimativi in mano a qualche cattivo politico, e vedrete rapidamente i risultati.

La foto è tratta da: http://business.mega.mu

Colonia e colonialismo

Non ho mai sentito dire tante fesserie in così pochi secondi: il  tempo di una intervista al telegiornale Sky.  Qualche giorno fa, il nuovo direttore de “La Stampa”, a proposito dei gravi fatti di Colonia (l’assalto sessista alle donne durante i festeggiamenti di Capodanno) ha affermato, più o meno, che l’assalto di gruppo alle donne di Colonia sarebbe un stato un atto tribale che ha origine dall’implosione degli Stati arabi in Nordafrica e Medio Oriente; tale implosione avrebbe fatto riemergere antichi, e mai del tutto sopiti, costumi di gente nel suo insieme (tutti quanti!) abituata da secoli alla razzia e alla violenza. Concetto ribadito in questo articolo. Mi limito a riportare questa replica dell’islamista Lorenzo Declich, dove si mostra che la realtà è un poco più complicata di quel che si vorrebbe. O forse più semplice, ma in un senso diverso. Cerchiamo di andare oltre.

La veduta di Algeri è tratta da: http://chiviaggiaimpara.blogspot.it/2015/07/paesaggi-lassekrem-nel-massiccio-gli.html

Hip-Hop e immaginario razziale

Un bell’articolo di Léo Pajon apparso su Jeune Afrique riporta l’attenzione su un tema importante, su cui ci si è soffermati a volte anche qua dentro. Ad esempio qui e qui. L’articolo parla dei videoclip di musica Hip-Hop e dei corpi iper-sessualizzati delle artiste, che richiamano tanto (senza volerlo?) l’immaginario razziale del tempo della schiavitù in Nord America.

L’immagine è tratta da: https://artobjects.wordpress.com/category/moda/

Scene da un matrimonio neo-coloniale

16 Dicembre 2014 Nessun commento

Da qualche giorno si discute, in rete, della prassi di organizzare matrimoni in ambiente esotico, con animali feroci, vestiti da safari, e gli immancabili indigeni rigorosamente in atto deferente, in pose di servizio, o semplicemente sullo sfondo. Tutto è nato da un articolo dell’Huffington Post, in cui si parla degli scatti matrimoniali del fotografo australiano Jonas Peterson, ambientati in Kenya. Stilisticamente e tecnicamente impeccabili, ma se ci fosse bisogno di spiegare che la fotografia non è mai un atto neutrale, questo sarebbe certamente un bell’esempio. L’iconografia che viene richiamata in modalità automatica è quella del “buon vecchio tempo coloniale”, che rimanda a sua volta a significati più stratificati nelle nostre culture e nella nostra stessa etologia (la conquista territoriale, l’opposizione nero-bianco, il controllo del diverso, la vittoria dell’ordine sul caos, ecc.).  I fruitori di questi tipi di servizi fotografici (in primis gli sposi e i parenti) possono avere un grado di coscienza di ciò che stanno facendo che varia dalla colpevole inconsapevolezza al razzismo esplicito. Certo non è un bello spettacolo.

Grazie a Cristina Sebastiani della segnalazione!

La foto di Jonas Peterson è tratta dal sito “Narrazioni differenti”, che a sua volta ospita un post sul tema: http://narrazionidifferenti.altervista.org/scene-da-un-matrimonio-colonialista 

Rappresentazioni sociali dell’Africa in Francia

27 Settembre 2014 Nessun commento

Un articolo di Bruno Guteux si occupa delle rappresentazioni sociali dell’Africa e degli africani in Francia, nel corso della storia. Il razzismo e il colonialismo vengono analizzati da questo specifico ma importante punto di vista, esaminando anche il ruolo delle istituzioni scolastiche e dei media.

Foto: Wissine Bisseraine, Portrait de groupe, Sénégal, c.a. 1895 (Collection Jean-Philippe Dedieu)

La religione africana oggi

11 Febbraio 2014 Nessun commento

La religione come parte della visione del mondo dei popoli africani, i luoghi comuni sulla religiosità in Africa, la necessità di distinguere la religione dalle pratiche superstiziose, il legame tra gli stereotipi sulla religione africana e il razzismo sono alcuni dei temi al centro di un saggio pubblicato nel luglio 2013 sull’African Research Review. Il saggio è intitolato “The Need to Re-Conceptualize African ‘Traditional’ Religion”, ed è opera di tre studiosi nigeriani: Offiong Okon Asukwo, Sunday Simeon Adaka e  Esowe Dimgba Dimgba. Che ringrazio anche per l’ampia citazione.

La foto è tratta da: http://obatalashrine.org/000004.php

Una intervista per il “Corriere delle migrazioni”

Stefania Ragusa, direttore responsabile del “Corriere delle migrazioni” segue da tanto tempo questo blog, e allo stesso modo io seguo con estremo interesse quella pubblicazione online e tutto quel che le ruota attorno. In occasione dei 10 anni di “Immagine dell’Africa”, mi ha fatto l’onore di intervistarmi e ha pubblicato l’intervista nel n.9 del 20 gennaio 2014.

Stefania mi ha anche mandato questo gentilissimo messaggio di auguri: Quando ho cominciato a lanciare anche io i miei post nel cyberspazio, sei o sette anni fa, Immagine dell’Africa era un blog già molto visitato e autorevole, a cui spesso attingevo per trovare spunti e provare a leggere meglio la realtà che mi circondava. Quando Fabrizio Casavola mi ha messo in contatto diretto con Daniele Mezzana, mi sono sentita davvero onorata e anche un po’ – non ridere Daniele – emozionata. Perché l’affinità mentale e la condivisione di valori, se autentiche, sono esperienze emozionanti. Ho pensato un po’ a quale potesse essere il modo migliore di festeggiare i 10 anni di questo prezioso blog e ho concluso che parlarne attraverso il mio giornale potesse essere un buon modo per me. Da qui l’intervista. Tanti auguri Immagine dell’Africa, e cento di questi compleanni. Grazie Daniele per il tuo impegno puro e disinteressato.”

Riporto integralmente l’intervista qui di seguito.

 

L’immagine dell’Africa

Stefania Ragusa – 20 gennaio 2014

Compie dieci anni il blog Immagine dell’Africa, uno strumento che nel tempo ha contribuito  a modificare l’immagine stereotipata del continente presso il pubblico italiano. Abbiamo intervistato il suo fondatore/ideatore, Daniele Mezzana.

Come è nato questo blog, e perché?

«Ho lavorato e lavoro in Paesi africani dal 1979, come ricercatore e formatore, con il Cerfe. Durante tutti questi anni, ho potuto notare che il pensiero ricorrente sull’Africa, qui in Italia, non corrisponde alla realtà delle società africane. E non basta semplicemente andare in Africa per correggere lo sguardo: se i tuoi a priori non sono adeguati, anche se risiedi per 5 anni in loco, continuerai a non comprendere. Bisogna andare oltre. Una occasione importante, per me, fu la lettura del Rapporto MacBride negli anni ‘80. Era un rapporto di una commissione promossa dall’Unesco che mostrava gli squilibri esistenti nella circolazione dell’informazione nel mondo (gestita da poche centrali nei Paesi del Nord), e nel modo in cui i diversi Paesi delle diverse aree del pianeta vengono rappresentati dai media. Erano anni in cui, alla riflessione su un possibile “Nuovo ordine economico internazionale”, si provò ad elaborare strategie per un “Nuovo ordine mondiale dell’informazione e della comunicazione”, ma senza successo. Tuttavia, fu importante lanciare e approfondire questioni importanti come la necessità di rafforzare i sistemi autonomi di informazione dei Paesi del Sud, modificare la deontologia degli operatori dell’informazione, rafforzare la cooperazione e il rispetto delle diverse culture sul versante della comunicazione internazionale, ecc.
Altra esperienza fondamentale fu, da questo punto di vista, la partecipazione alla rivista Società africane, pubblicata online negli anni 2002-2003. La rivista affrontava il problema della conoscenza delle società africane nel loro dinamismo e nella loro complessità: non solo l’Africa della tradizione, della povertà, delle guerre e dei villaggi, ma anche quella delle città, degli amministratori locali, degli imprenditori, dei sia pur faticosi processi di democratizzazione, del confronto con la modernità. E soprattutto un’Africa plurale, diversificata, non un’entità unica e cristallizzata. Dopo la conclusione di questa esperienza, per cause di forza maggiore, nel 2004 ho deciso di proseguire la riflessione sullo specifico aspetto delle rappresentazioni sociali dell’Africa e degli africani, e ho pensato di usare uno strumento, allora abbastanza innovativo, come il blog: per parlare di sterotipi e di come superarli, per parlare degli africani come attori e non solo come recettori dell’attivismo altrui. Temi purtroppo ancora attualissimi, mi sembra. Ed eccoci qua, dopo 10 anni e 471 post, nell’era dei social networks, che utilizzo un po’ come una sorta di prolungamento del blog».

Cosa è cambiato nel tempo, secondo lei, nella percezione dell’Africa da parte dell’Occidente?

«Stiamo parlando di qualcosa che è stato “costruito” nel corso dei secoli, una percezione radicata nelle memorie personali e collettive: per questo è difficile modificarla in tempi brevi. Infatti, è cambiata ancora poco. Storici, cartografi, missionari, esploratori, filosofi, scrittori, pittori, funzionari coloniali, viaggiatori, leader politici, giornalisti hanno tutti contribuito, ciascuno in modo diverso, a forgiare l’immagine dell’Africa e della gente africana così come si configura oggi. Certe rappresentazioni hanno avuto più successo di altre: ad esempio quella di un’Africa irrimediabilmente legata alla tradizione, al passato, in cui la gente è tutta carne ed emozioni e con poco cervello. Su questo, si sono innestati, negli ultimi decenni, i meccanismi dei media: a fare notizia sono gli eventi negativi (come i conflitti) o tragicomici (come il re che sceglie moglie tra centinaia di vergini), e non i fatti positivi, o i processi meno visibili di cambiamento. Non che in Africa manchi la materia, intendiamoci, ma è indubbio che l’informazione tenda a privilegiare e ad enfatizzare la dimensione “evenemenziale”, immediata e catastrofica: la carestia e il dittatore fanno notizia e vendono; una elezione pacifica, una scoperta scientifica di un istituto locale (penso, ad esempio, alle ricerche sulla malaria dell’Icipe in Kenya) non fanno notizia, o la fanno di meno. Qualche eccezione si fa per la musica o il cinema.
Su questo meccanismo si innesta anche il ruolo di alcune Ong o di altri attori che, per ragioni di raccolta fondi, o esercitando un giusto ruolo profetico e di denuncia, tendono a parlare di quello che non va, per cambiarlo. Nel fare questo, è chiaro che risulta più agevole trattare eventi in cui è facile attribuire una specifica responsabilità (al governo X o alla multinazionale Y), piuttosto che altri problemi meno evidenti o non facilmente imputabili a specifici attori, ad esempio: la fuga dei cervelli (Corriere delle Migrazioni ne sa qualcosa), la discriminazione delle donne e la loro lotta per l’emancipazione, la gestione delle aree urbane e il rapporto città-campagna, la qualità dei servizi sanitari nella loro quotidianità (al di là delle emergenze), la ricerca scientifica e accademica, e così via. Questa situazione favorisce numerose distorsioni presso il grande pubblico, che non ha modo di farsi un’idea diretta delle società africane, e perpetua un meccanismo di ignoranza e pregiudizio.
Negli ultimi anni, tuttavia, ci sono stati dei cambiamenti. Vari portali e siti web, anche in Italia, offrono una informazione più completa e corretta dell’Africa e dei popoli africani: oltre alle testate specialistiche che si occupano tradizionalmente di Africa, posso citare African Voices, Africa e Mediterraneo, il blog Sancara, il gruppo Facebook su l’Afrique qui gagne e altri ancora. Anche qualche grande testata nazionale generalista ospita periodicamente bei servizi e réportages sull’Africa che cambia. Questo mi fa ben sperare, ma c’è ancora molto da fare, non solo sul versante dell’informazione, ma anche su altri versanti, soprattutto quelli della ricerca e dell’educazione nelle scuole e nelle università. In altri Paesi europei si è fatta molta più strada. Ma è un discorso molto lungo…»

C’è un nesso tra il razzismo e la visione distorta dei paesi cosiddetti in via di sviluppo?

«Il razzismo ha origini profonde, direi etologiche e legate a un senso non gestito della territorialità, ma la componente “ignoranza” è certamente fondamentale. Gli stereotipi e le generalizzazioni sono un elemento fondamentale del razzismo. È chiaro che se noi immaginiamo che gli africani, tutti indistintamente, siano gente di villaggio, analfabeti o che posseggono (se va bene) solo la licenza elementare, non potremo che avere una visione “dall’alto verso il basso” degli immigrati provenienti dall’Africa, e oltretutto offriremo loro (anche ai laureati e diplomati, e provenienti da città grandi il triplo di Milano) lavori dequalificati rispetto alle loro reali competenze. Questo è solo un esempio. Penso anche che l’anticamera del razzismo, il suo terreno di coltura, sia la mentalità paternalistica presente in tanti ambiti della nostra vita quotidiana: da molta produzione televisiva e musicale, alla numerosa (non tutta) pubblicistica della solidarietà, a tanti elementi del discorso politico e sociale, che si riflettono persino nei resoconti di viaggiatori e turisti. Non è facile venirne fuori, e non bastano prediche o singole denunce per ribaltare la situazione: occorre agire molto più in profondità e con continuità».

Il ribaltamento a 180° della visione stereotipata dell’Africa, la tendenza a sottolineare i suoi aspetti “moderni” in una sostanziale identità con quelli occidentali, non rischiano di risultare ugualmente piatti?

«In effetti, questo ribaltamento a 180° è ingenuo. Bisogna esaminare le cose per come stanno, senza pregiudizi, e cercando di comprendere tutti gli aspetti, non solo alcuni. Per me, quando si parla di conoscenza e di immagine dell’Africa è importante cercare di esaminare sia le discontinuità che le continuità esistenti tra la realtà africane e le altre, compresa la nostra. È evidente che siamo diversi, e che le diversità vadano riconosciute, apprezzate e valorizzate. A volte, però, riconoscere una diversità può portare con sé, come una specie di cavallo di Troia, anche un elemento di distanza, o, anche senza volerlo, di disistima. Ad esempio, ogni volta che attribuiamo agli africani, indistintamente, una personalità contraddistinta tout-court dall’emozionalità, dalla semplicità, dall’accettazione sorridente di quel che viene, ecc. e dunque come distinta da quella tipica della razionalità occidentale, non facciamo che riprodurre un pregiudizio di stampo coloniale. E per questo trovo utile, nel blog, anche con un po’ di spirito polemico, sottolineare qualche elemento di continuità: non solo il fatto che siamo in un mondo, di fatto, interconnesso (nel bene e spesso nel male, anche per colpa nostra) e che tanti problemi sono comuni, ma anche, più nello specifico, il fatto che pure in Africa esiste un ceto medio in espansione, esistono università, imprenditori, cineasti, case di moda, sindacalisti, magistrati, parlamentari, sindaci, donne intellettuali (non solo quelle che pestano ritmicamente il miglio: le uniche che gli italiani conoscono dai servizi e dai documentari televisivi). Sembrano forse dettagli da poco, ma non lo sono: già riconoscere queste cose sarebbe un piccolo passo avanti, anche nella lotta contro il razzismo, e per un confronto migliore con chi, provenendo da lontano, viene a vivere qui da noi».

Stefania Ragusa

Photo: UN / Ky Chung

Esotismo e sessualizzazione

25 Gennaio 2013 1 commento

Un significativo studio di Ian Hancock ha proposto un parallelismo tra la situazione dei popoli africani e quella dei rom da un particolare punto di vista: quello della esotizzazione e della morbosa sessualizzazione di tali genti da parte della cultura occidentale. E questo ha riguardato soprattutto le donne: immaginate, rappresentate e mostrate sempre ed esclusivamente come fonte di inesauribile passione e sensualità, e come oggetto passivo dello sguardo e del desiderio maschile bianco. Parimenti, gli uomini di questi popoli sono stati storicamente considerati come pericolosi attentatori alle virtù delle donne bianche. Stereotipi di tipo razzista, che hanno radici profonde, e che percorrono la storia dell’Occidente. E’ significativo, ad esempio, come notava  Shehrezade Ali (citata da Hancock), che anche la produzione Disney abbia narrato tante volte di eroi bianchi che si accoppiano con pretendenti “colorate”, ma raramente o mai di donne bianche che si accompagnano ad eroi “esotici”.

Ringrazio come sempre l’attento Fabrizio Casavola della segnalazione.

La foto dal film “Venere nera” di Abdellatif Kechiche (2011) è tratta da: http://www.celluloidportraits.com/film/5855_2_Venere_nera.html

Il razzismo verso gli italiani: un fatto dimenticato del 1893

 

Per capire e prevenire il razzismo degli italiani verso gli immigrati (africani e non) è utile sapere cosa succedeva quando le vittime eravamo noi. Un libro di Enzo Barnabà (“A morte gli italiani!”, edizioni Infinito 2008) parla di una strage di operai stagionali (per lo più piemontesi, lombardi, liguri e toscani) avvenuta nel Sud della Francia, nell’agosto del 1893. Una strage che mostra quanto gli schemi mentali basilari del razzismo e della xenofonia siano ricorrenti, sempre disponibili nell’immaginario collettivo, e compaiano ancora oggi, quasi immutati nella sostanza, anche se in forme diverse. Ho scritto su “Corriere Immigrazione” una piccola recensione a questo libro, che meriterebbe ampia diffusione, a partire dalle scuole.

Nella foto, le saline di Aigues-Mortes, luogo del massacro, da http://travellingcam.files.wordpress.com

 

La “lunga durata” dell’ignoranza

11 Febbraio 2012 1 commento

Secoli di razzismo e di pregiudizi non passano invano, e lasciano tracce profonde nella memoria storica, nelle strutture sociali, nel comune modo di pensare e di agire. Ho trovato emblematico questo episodio di cui è stata diretta testimone, qualche giorno fa a Milano, Cristina Sebastiani, responsabile del progetto “Domu Dekk Bi” e autrice del blog Diaxasso. Riporto le sue parole:

Ieri mattina, accompagno in prefettura un signore africano, dirigente di una nota casa di mode. La funzionaria, mentre si occupa della pratica e chiaramente affascinata, flirtando gli dice: “Mi sa che ti ho visto alla Rinascente”, convinta che lui possa solo essere un fusto della security…Uscendo, lui commenta sorridendo: “Questo paese non cambierà mai”…Ho pensato: “Oddio! Speriamo che non sia così!” Ma mi ha messo tristezza.

L’episodio, uno tra i tanti che costellano la nostra quotidianità, non merita particolari commenti. Posso solo aggiungere un elemento aggravante:  oltre la metà degli immigrati regolarizzati ha una laurea. Ma, fino a qualche anno fa, agli immigrati in entrata non chiedevamo neanche quale fosse il loro titolo di studio, dando per scontato che fossero tutti analfabeti o quasi. L’ignoranza, semmai, era la nostra. E per il futuro occorre, come minimo, domandarci a quale livello di ignoranza, o di consapevolezza, vogliamo attestare la nostra convivenza sociale.

La foto di Otto Bitjoka, imprenditore, è tratta da: http://nuovitaliani.corriere.it/2011/09/lelite_africana_di_milano_la_p.html