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Post Taggati ‘notiziabilità’

Il diritto di essere raccontati correttamente

In una società largamente interconnessa e percorsa da diversi flussi di comunicazione, per un popolo, un’area geografica, un continente è fondamentale essere raccontati con un minimo di correttezza e di completezza, al di là di stereotipi e pregiudizi. Una iniziativa su Twitter punta proprio a diffondere immagini positive del continente africano, quelle che i media mainstreaming ignorano. L’iniziativa si chiama #TheAfricaTheMediaNeverShowsYou e vale la pena di essere seguita. E, a proposito di un’Africa ignorata dai media, ecco anche un articolo che segnala la moda etica dell’impresa Haute Baso in Ruanda. Senza ignorare i problemi, ma senza occultare chi fa qualcosa.

L’immagine di Kigali è tratta da: http://mycontinent.co/Rwanda.php

 

L’Africa sui media occidentali: un panel al festival del giornalismo di Perugia

Il 15 aprile pomeriggio si terrà a Perugia, al festival internazionale del giornalismo, un panel dedicato a “L’Africa sui media occidentali: luoghi comuni, approssimazioni, dimenticanze“.
Il panel è organizzato da “Voci Globali”, la cui co-fondatrice Antonella Sinopoli spiega qui in dettaglio contesto e motivazioni dell’iniziativa. I promotori affermano: “Conflitti, bambini soldato, emergenze umanitarie, epidemie, sfruttamento delle risorse naturali e povertà: sono questi i temi che portano alla ribalta il continente africano. Difficile, se non impossibile, trovare sui nostri media notizie riguardanti lo sviluppo, innovazioni tecnologiche, contributi culturali e scientifici, democrazie modello e stampa libera. Dell’Africa viene dunque fuori un’immagine distorta, a senso unico e ‘occidentale’, che continua ad animare la coscienza collettiva e l’opinione pubblica. Senza contare che spesso gli articoli vengono scritti a tavolino, in alcuni casi da chi non si è mai recato nei territori di cui sta scrivendo.”

 

Nella foto, una delle opere di Daphné Bytchatch dal titolo: “Les fleurs du figuier sauvage” peintures réalisées à la lecture du livre ” La route des clameurs” d’Ousmane Diarra. Peinture à l’huile sur papier toilé 65 cm X 50 cm, Janvier 2015 Paris.

“60 Minutes” e immagine dell’Africa

“60 Minutes” è un importante e storico programma di attualità della rete statunitense CBS. Innovativo, per molti, dal punto di vista dello stile giornalistico, ma deludente per quanto riguarda l’informazione sul continente africano. Una recente lettera di studiosi, riportata dalla Columbia Journalism Review, e indirizzata all’Executive Producer del programma, mette in evidenza la sconnessione tra i cambiamenti in atto in Africa e la sua copertura mediatica, e quanto tale copertura  sia caratterizzata da vecchi e stanchi stereotipi. E questo, secondo me, vale anche quando, come in questi giorni, la cronaca da alcuni Paesi africani è nerissima.

Ringrazio Simone Salvatori, antico amico di questo blog, della segnalazione.

La foto del Parlamento di Dakar è tratta da: blog.slateafrique.com

 

 

 

Ebola: i danni della psicosi

10 Dicembre 2014 Nessun commento

Un numero speciale della rivista “Africa e affari” si interessa dell’ebola. Puntando soprattutto sui danni economici, politici e sociali generati dalla cattiva informazione sul virus. Nell’editoriale si spiega:

“Trattiamo temi economici africani, ma conosciamo e amiamo il continente profondamente e vederlo ancora una volta trattato con sciatteria, superficialità e secondo stereotipi inaccettabili (soprattutto dai nostri media) ci ha spinto a realizzare una cosa completamente diversa. Questo numero spiega in modo semplice e intuitivo che l’Africa non è ebola, che l’epidemia interessa 3 paesi su 54, che da ebola si può guarire, che ebola si può fermare, che le principali capitali europee sono più vicine in linea d’aria di quelle dell’Africa orientale o dell’Africa australe. Spiegheremo a chiare lettere che i danni economici (basta pensare al settore del turismo, ma lo stesso trend lo riscontriamo anche in altri ambiti) e la paura – o meglio la psicosi figlia dell’ignoranza più semplice sia sulla malattia sia sull’Africa – stanno facendo più danni del virus.”

La veduta di Freetown è tratta da: http://factsabouthull.blogspot.it/2014/10/fact-42-hull-is-twinned-with-freetown.html

Le suocere dell’Africa

25 Aprile 2013 1 commento

Metto a confronto due links. Il primo è al sito “See Africa differently”, dove, sia pur con qualche ingenuità ed eccesso, si pubblicano dati e notizie sull’Africa di oggi e su cosa si muove in questo continente: dai crescenti tassi di alfabetizzazionene scolarizzazione ai successi in campo economico (almeno in alcuni Paesi), dalla produzione cinematografica (in Nigeria si fanno più film che a Hollywood) alla ricerca tecnologica. Il secondo è a un articolo pubblicato sul sito di un importante quotidiano, intitolato “Ghana, nel ghetto delle streghe”, che affronta il problema della persecuzione, appunto, delle “streghe” in quel Paese. Riporto un passaggio: “Una condizione umana, quella delle ‘streghe’ di Gnani – identico a quella delle persone ospiti in altri cinque villaggi-ghetto: Gambaga, Kukuo, Bonyase, Nabuli e Kpatinga – che trova ragione nelle oscurità più profonde e nascoste dell’animo di milioni di esseri umani in tutte le latitudini, ma qui alimentato da tradizioni e convincimenti millenari, che emergono nutrendosi nell’ignoranza, nella povertà, o anche nel banale calcolo di chi ha bisogno di eliminare qualcuno per semplice concorrenza in affari.” E un po’ dopo: “Si racconta di fior di studiosi, che vantano credenziali prestigiose e master universitari ottenuti in Europa o negli Usa, arroccati nella loro convinzione dell’esistenza di forze occulte e sortilegi dai quali occorre difendersi. C’è chi giura, tra persone altrimenti serie e affidabili, di aver visto “streghe volare o correre da una parte all’altra di una stanza, a testa in giù”.  (Come sarebbe a dire “Si racconta…”? Come sarebbe a dire “C’è chi giura di…”? Quali sono le fonti? E che grado di diffusione ha questo fenomeno? Quali indagini lo hanno studiato?) Inoltre, quasi en passant, si fa notare che siamo in “Ghana, di cui si sente parlare spesso perché annoverato fra i più solidi paesi del continente (nonostante mille altre questioni aperte) soprannominato la “perla” dell’Africa occidentale, ex fiore all’occhiello dell’impero di sua maestà britannica, nazione-guida, dai tassi di crescita economica a due cifre, con il  più alto livello di scolarizzazione dell’Africa occidentale (quasi l’85 per cento, sebbene ancora circa 500.000 bambini siano fuori dal sistema scolastico), che vanta numerose e prestigiose università, per non parlare delle ricchezze naturali, come oro, cacao, diamanti, bauxite, manganese, di recente persino il petrolio.” E si conclude con: “da Accra a Lomè, da Lagos a Freetown, da Abidjan a Ouagadougou, dilaga il timore della magia nera” e qualche altra amenità.

Fortunatamente, nella medesima testata ci sono fior di africanisti (come Pietro Veronese) che hanno un approccio molto più ampio di quel che viene espresso in questo articolo, in cui si mescola un po’ di verità con banali e triti luoghi comuni o generalizzazioni. La notizia, dal punto di vista giornalistico, dovrebbe semmai essere che il Ghana sta cambiando,  e la stregoneria dovrebbe essere un inciso; non il contrario. Come le suocere delle barzellette, qualsiasi cosa di buono facciano gli africani c’è sempre chi li inchioda sistematicamente al loro passato, ai loro difetti, alla loro sfiga; anche senza volerlo e con le migliori intenzioni (ma forse questa è un’aggravante…). Il tutto, forse, per mostrare la necessità di un nostro intervento dall’esterno, per portare luce e speranza a gente che altrimenti resterebbe nella tenebra e nella disperazione. Insomma, c’è ancora tanto da lavorare su questo argomento, proprio tanto.

La veduta di Accra, è tratta da http://www.world66.com

Crisi dimenticate

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Il Rapporto “Crisi Dimenticate 2009″ di Medici senza frontiere si basa su una rilevazione del modo in cui le crisi umanitarie e i conflitti internazionali sono stati rappresentati (più o meno, e più o meno bene) nei telegiornali italiani nel 2009. Lo studio è stato curato dall’Osservatorio di Pavia, ed è illustrato qui: www.crisidimenticate.it/rapporto-crisi-dimenticate/.

Dal rapporto emerge uno spaccato, a tratti desolante, dei criteri usati dai TG per selezionare le notizie da trasmettere. Su alcuni degli aspetti trattati mi sono a volte soffermato anche in questo blog (basta andare al tag “notiziabilità”).

Il documento mostra uno spaccato piuttosto preciso della banalizzazione dell’informazione televisiva, e dei criteri di inclusione (e soprattutto di esclusione) delle notizie che riguardano l’Africa e altre realtà extra-europee. Sarebbe molto importante avere una rappresentazione più completa e precisa delle numerose crisi che riguardano il continente africano, ma non credo proprio che questo esaurirebbe i compiti di una adeguata copertura giornalistica della realtà africana. Oltre alle crisi, andrebbero raccontati (o raccontati meglio di quanto si fa adesso) i contesti, gli attori, i processi nascosti, le realtà che si muovono. Ma questo non è facile, soprattutto in un contesto italiano dove i migliori inviati, tanto per fare un esempio recente, possono arrivare a confondere ripetutamente il franco CFA (la moneta diffusa nell’Africa francofona) con un inesistente “franco senegalese” (vedi il post del 7 aprile). Un giornalista a Mosca che non si accorgesse che in Russia la moneta corrente non è il sesterzio ma il rublo  verrebbe richiamato d’urgenza. Ma sull’Africa ci si può permettere di dire di tutto. Dunque c’è molto da lavorare, sul terreno (andandoci) e sui libri (leggendoli) (ma per certe cose di base basta un’occhiata a Wikipedia). Ringrazio Enzo Barnabà e Davide Delbono per aver condiviso le loro osservazioni su questo ed altri argomenti.

La foto ANSA di una moschea a Mogadiscio è tratta dal sito www.esteri.it

Uomo morde pitone

MISNA controcorrente

Senza dimenticare cosa avviene in Congo e altrove in Africa, riporto un editoriale di ieri dell`agenzia MISNA, cosi` com`e`. Scusate l`editing, ma scrivo da una postazione di fortuna (tra India e Kenya).

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