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Post Taggati ‘musica’

Hip-Hop e immaginario razziale

Un bell’articolo di Léo Pajon apparso su Jeune Afrique riporta l’attenzione su un tema importante, su cui ci si è soffermati a volte anche qua dentro. Ad esempio qui e qui. L’articolo parla dei videoclip di musica Hip-Hop e dei corpi iper-sessualizzati delle artiste, che richiamano tanto (senza volerlo?) l’immaginario razziale del tempo della schiavitù in Nord America.

L’immagine è tratta da: https://artobjects.wordpress.com/category/moda/

Afro-Argentini

7 Gennaio 2012 2 commenti

Il tango ha (anche) una forte componente africana. Ma non è solo questa l’impronta che gli argentini di origine africana hanno lasciato in questo meraviglioso Paese. Ad esempio, molti combattenti per l’indipendenza dell’Argentina erano discendenti di schiavi africani. E sono numerosi i personaggi di prestigio in molti campi della vita sociale e culturale argentina che avevano e hanno una origine africana. Il caro amico Paul Brinkley-Rogers, prestigioso giornalista, mi ha segnalato questo video sugli afro-argentini (non è lui l’autore). Il video ha suscitato molto dibattito, per alcune tesi piuttosto forti e in parte inesatte o incomplete, ma ha il merito di dare numerose informazioni (e comunque di suscitare interesse) su un fenomeno che si conosce ancora poco.

Il fotogramma dal film “Revolución” è tratto da: http://alejandrofrigerio.blogspot.com

 

 

Punk in Africa

31 Dicembre 2011 1 commento

Il movimento Punk in Africa è, ovviamente, sconosciuto, persino agli addetti ai lavori. Perciò sono grato a Fabrizio Casavola per la sua ennesima segnalazione: un documentario dedicato a questo fenomeno, dagli anni ’70 in poi, diretto da Keith Jones e Deon Maas, che si è concentrato soprattutto su esperienze in Sudafrica, Mozambico e Zimbabwe. Alcune band segnalate dal sito dedicato al documentario sono: National Wake, Wild Youth, Asylum Kids, Suck, Power Age, The Dynamics, The Genuines, Koos, Hog Hoggidy Hog, Swivel Foot, 340ml, Sibling Rivalry, The Rudimentals, Evicted, Fokofpolisiekar, Fuzigish. Un mondo a parte, ma non troppo.

Buon 2012 a chi passa di qui (e anche a chi non ci passa).

La foto è tratta da: http://www.dokweb.net/en/documentary-network/articles/film-of-the-week-punk-in-africa-1686/

 

Il melting pot musicale ad Addis Abeba

28 Novembre 2011 1 commento

Ho ricevuto dall’africanista e musicista Gianmarco Mancosu, attualmente ad Addis Abeba, una breve nota, molto interessante, sulla musica etiopica oggi: una testimonianza di prima mano sulle nuove forme di convivenza, mescolanza, integrazione tra elementi tradizionali ed elementi moderni in campo musicale.

 

Sounds of Addis

di Gianmarco Mancosu

Passeggiando per Addis Abeba una delle prime cose che colpisce è il fatto di essere circondati da suoni e musiche tra loro contrastanti: le melodie dei riti copti si incrociano con quelle musulmane, spesso sovrastate dalle canzoni pop che i vari negozietti sparano a tutto volume attraverso vecchi amplificatori posti sulla strada.
In questa città internazionale e piena di contrasti la scena musicale è viva e originale, con sonorità oscillanti tra modelli contemporanei e commerciali e il mantenimento di tratti originari e indigeni.  Questo interessante mix di influenze è alla base della musica contemporanea etiopica, che pulsa da ogni locale della città. Nei ristorantini “habesha” si possono ascoltare le musiche della tradizione suonate magistralmente con gli strumenti storici: con un orecchio attento si percepiscono sezioni ritmiche con ascendenze più spiccatamente del sud del Paese in cui percussioni decise e coinvolgenti fanno da base alle melodie degli strumenti a corda e delle voci che hanno una riconoscibile discendenza dal mondo musicale mediterraneo e medio-orientale.
Il melting pot sonoro si percepisce anche nella musica contemporanea che si ascolta dappertutto: nelle strade, nei taxi, nei baretti e nei locali notturni.
Colpisce la qualità dei musicisti e della musica che viene offerta nei più vari contesti: dal piano bar dell’affollatissimo ristorante per famiglie al concerto live nel club più alla moda si trova una grande attenzione verso l’esecuzione e verso la resa sonora.
In genere nei locali in cui si può trovare live music i musicisti sono fissi durante lo show e si alternano i cantanti che interpretano due o tre canzoni a testa: cambio di generi e di stili, si passa dal reggae al funky, dal pop al jazz fino agli U2 e a Janis Joplin, con grande coinvolgimento degli ascoltatori.
La scena reggae è molto viva: la canzoni di Bob Marley, ma anche quelle di Teddy Afro e di Sidney Salomon sono quasi degli inni nazionali non solo per la grande comunità Rastafariana presente tra Addis Abeba e Shashamane, ma per molte altre persone che vedono nell’immancabile richiamo ad Haile Selassie (presente in molti testi e visto dai Rastafariani come la seconda incarnazione del Messia) come la bandiera dell’orgoglio nazionale.
Molto interessanti sono quei contesti nei quali si possono ascoltare le “canzoni del momento”, spesso brani ballabili e ritmati che catturano l’attenzione del pubblico attraverso intricate sezioni ritmiche, giri di basso rotondi e ricchi di groove, sezioni di fiati pungenti e melodie orecchiabili. Alle orecchie musicali occidentali tutto ciò appare fresco e originale e il pubblico etiopico tributa ai propri idoli lunghi applausi e scene da “top of the pops”.
Ogni locale ha un palchetto e un impianto audio, segno questo che la musica è elemento fondamentale delle serate in città, e soprattutto la musica suonata si difende ancora egregiamente dalle invasioni dei DJ e dei computer.
Alcuni locali cult come il Jazzamba sono il punto di riferimento per serate di buon jazz (o ethio-jazz) che assume colori vivi e coinvolgenti, mai fermo ad uno sterile virtuosismo ma che anzi coinvolge il pubblico di esperti e non.
Nei grandi alberghi internazionali spesso gli aperitivi sono accompagnati da musica dal vivo, le scuole di musica come la Yared organizzano concerti di Liszt che registrano il tutto esaurito, così come alta è la partecipazione agli eventi organizzati dai vari istituti di cultura internazionali presenti in città.
Più di altri elementi, l’aspetto musicale pare riassumere al meglio le peculiarità dell’Etiopia: la nazione, così come la sua musica, va modernizzandosi velocemente, guardando tuttavia sempre alle proprie tradizioni. La convivenza di stili e di generi e il loro mescolamento in risultati originali riflette la convivenza tra religioni ed etnie presenti nel Paese, differenze che a mio parere vengono accentuate più da volontà politiche che da predisposizioni umane e sociali.
La musica qui è ancora un’arte da difendere, e crea momenti di bellezza che si possono ritrovare nei più svariati contesti, dal rito copto coi sui tamburi e le melodie cantilenate alla serata tra amici nel pub in cui ci si diverte davanti ad una birra. Ogni melodia scandisce la giornata, i periodi dell’anno e tutta l’esistenza, e l’amore della gente verso la musica è parallelo alla loro voglia di normalità e di vita che si respira qui ad Addis.

 

Nella foto: The Police Band (Etiopia), 1962, da: http://www.tadias.com/

Il rock in Nigeria

18 Dicembre 2010 2 commenti

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Nella complicata e drammatica modernità della Nigeria c’è stata, è c’è, anche la musica rock. Ho letto nel sito T.P. Africa una appassionante recensione della raccolta “Nigeria Rock Special”, concentrata sugli anni ’70.

E’ pienamente condivisibile anche la mission di questo sito web. I suoi curatori affermano che “Per qualcuno l’Africa è un continente rimasto indietro, una società pre-moderna incapace di prendere il passo del resto del mondo. Secondo noi chi vede l’Africa solo da questo punto di vista si perde il meglio, e implicitamente nega alle società africane la possibilità di un riscatto. Ma per comprendere e apprezzare l’Africa di oggi non basta solamente invocarne la sfortuna o i diritti, e neanche accontentarsi del mito di un mondo scomparso, di una tradizione eco-sostenibile e a misura d’uomo. La cultura dell’Africa va scoperta e conosciuta, ma affinché ciò avvenga deve essere messa a disposizione” (…)

La veduta di Lagos è tratta da: http://www.motherlandnigeria.com


Osibisa

27 Novembre 2010 1 commento

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Forse il nome della band, Osibisa, non evoca particolari ricordi nella maggioranza delle persone. Ma questo loro brano, “Sunshine Day”, lo conoscono praticamente tutti, anche perché legato a una famosa pubblicità. Gli Osibisa sono nati nel Regno Unito nel 1969, da musicisti del Ghana e dei Caraibi, con qualche successivo ricambio (fino ad oggi), specie da Ghana e Camerun. Hanno creato un loro particolare stile, un mix di Jazz Rock, Fusion e Progressive Rock, ancora di grandissimo impatto.

La copertina di un album degli Osibisa è tratta da: http://radiotransistor.blogspot.com

Telegrammi

26 Luglio 2009 1 commento

Jean Cocteau, il jazz e quant’altro

A margine di “Live 8″

6 Luglio 2005 4 commenti

Siamo ancora in corso d’opera, naturalmente. Ma noto che, sin dall’alba del giorno successivo al "Live 8", chi aveva sino ad allora taciuto o sussurrato ha cominciato a parlare, e a esprimere liberamente la propria opinione. Se lo avesse fatto prima, sarebbe sicuramente stato ricoperto di insulti e di anatemi. Sommessamente, mi piace segnalare un commento con cui non sono del tutto d’accordo, ma che esprime quanto meno un franco tentativo di riportare le cose dalle generiche invettive e benefiche intenzioni a qualche elemento di fatto. "Live 8" ha mobilitato molte energie, ma c’è il rischio concreto che si trasformi nella più grande operazione di dis-educazione allo sviluppo della storia. Siamo ancora in tempo?

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Prepariamoci al “Live 8″

22 Giugno 2005 24 commenti

Non so se i megaconcerti del 2 luglio produrranno l’auspicato effetto della cancellazione totale del debito estero e di raddoppiare il numero di aiuti. Lo spero sinceramente. Posso comunque ritenere di sicuro che: avranno un enorme impatto sui dischi venduti dagli artisti che parteciperanno (ad esempio, i Pink Floyd, riuniti per l’occasione, già gongolano); faranno sentire migliori (per una manciata di ore) le rockstar partecipanti (con evidenti effetti di immagine) e molti milioni di persone, che attireranno l’attenzione mediatica per qualche giorno. Inoltre, poiché nell’illustrazione dell’iniziativa manca qualsiasi cenno alle origini e al contesto dei problemi che essa intende combattere, e poiché manca qualsiasi riferimento agli africani che dovranno gestire gli aiuti e gli interventi (a meno che, come vent’anni fa, non sia lo stesso Bob Geldof a interessarsene, con i noti effetti fallimentari da lui stesso ammessi….), ritengo che tutto questo rafforzerà – del tutto inconsapevolmente – il solito, ricorrente "grande mito" del Nord attivo che aiuta e del Sud passivo che riceve. Questo è anche, in parte, accettabile, ma ritengo ad alcune condizioni: un conto è esercitare una responsabilità al cambiamento, in un contesto di interdipendenza (ma ci si spieghi che si intende con questo) e un conto è la semplice,consueta, solidarietà che lascia le cose come stanno. Lascio alla sensibilità dei lettori approfondire questa tematica.

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