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Post Taggati ‘filosofia’

Souleymane Bachir Diagne: “L’encre des savants” e la scrittura in Africa

Uno dei luoghi comuni più radicati sulle società africane è quello secondo il quale la scrittura sarebbe un’acquisizione molto recente in questo continente, le cui culture sarebbero, tutte, caratterizzate essenzialmente dall’oralità. Si tratta di un’affermazione infondata: basti pensare, ad esempio, ai manoscritti presenti nelle antiche biblioteche di Timbuctu. Uno studioso che si è soffermato su questo tema, da un punto di vista filosofico, è Souleymane Bachir Diagne, insigne  intellettuale senegalese che è attualmente docente alla Columbia University di New York. Qui un breve servizio sul suo conto e sul suo ultimo libro “L’encre des savants”.

La foto di Souleymane Bachir Diagne è tratta da: www.actu24.net

L’invenzione dell’Africa

7 Dicembre 2007 3 commenti

Un classico della filosofia africana

16 Aprile 2007 6 commenti

Grazie al lavoro di Lidia Procesi (dell’Università di Roma 3), è stato tradotto in italiano un classico della filosofia africana: "Autenticità africana e filosofia", di Fabien Eboussi Boulaga (Christian Marinotti editore, 2007). Il testo è stato pubblicato, nella versione originaria, nel 1977. Riporto alcuni passi della quarta di copertina. "(…) Nel peggiore dei casi per il comune sentire una ‘filosofia africana’ non esiste, perchè non si è mai visto un Aristotele nero. Nel migliore dei casi si associa a una delle tante merci di un’Africa da diporto, che alterna statuette a proverbi e riti magici, sempre al ritmo del tam-tam. E dove, tra le curiosità e le paccottiglie folkloristiche, la ‘filosofia africana’ si confonde nel supermercato della moda etnica. Qui Fabien Eboussi Boulaga mette in scena il ‘Muntu’, un ‘Africano’ tipico e tradizionale secondo i gusti dei consumatori europei. ‘Muntu’ è il suono esotico che evoca quell’Africa tutta emozione, danza e naturalità, che ingolosisce il pubblico, promettendo rimedi succulenti alla noia dei soliti passatempi e panorami metropolitani (…)"

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Razzismo illuminato

15 Luglio 2006 4 commenti

Kant pensava che i neri puzzassero, Voltaire che le negre si accoppiassero con gli scimpanzé dando vita a mostri sterili, Hume che i negri (e in generale tutte le altre specie di uomini) fossero per natura inferiori ai bianchi. Montesquieu considerava che "non ci si può convincere che Dio, il quale è un essere molto saggio, abbia posto un’anima, e soprattutto un’anima buona, in un corpo tanto nero”. E così via. Con tutto il dovuto rispetto per questi grandi pensatori, Marco Marsilio in un suo testo ha messo in evidenza quanto sia impossibile confinare sbrigativamente il razzismo a una sorta di parentesi di irrazionalità nella storia dell’occidente, con qualche precursore (Gobineau ed altri) e una "esplosione" negli anni ’30 e ’40 del secolo scorso. Il razzismo, afferma Marsilio, fa parte integrante della storia della modernità ed è una realtà con cui fare i conti in modo meno superficiale di quanto si sia fatto sinora. Questo, aggiungo, potrebbe consentirci di spiegare meglio alcune cose, compreso il paternalismo – anche progressista – che si vede in giro.

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Neri: istruzioni per l’uso

29 Giugno 2006 5 commenti

Il mondo sociale lo costruiamo noi, continuamente, ma una volta costruito lo troviamo, per così dire, a noi esterno: sta lì a condizionare, anche se non a "determinare" ciò che pensiamo e facciamo; fino a che non modifichiamo le regole del nostro pensiero e delle nostre azioni. Questo vale per tanti aspetti della nostra vita, anche per il modo in cui gli africani sono immaginati. Un volume a cura di Roberto Cagliero e Francesco Ronzon, "Spettri di Haiti" (Ombre corte, Verona 2002), si sofferma in modo approfondito sul ruolo occupato dai neri nell’ideologia dell’arcaico, dell’esotico e del selvaggio che si è diffusa nel mondo intellettuale europeo a partire dal XVI secolo. Il volume mostra come si è formata l’immagine negativa dei "neri" che oggi molti inconsapevolmente condividono: dai racconti dei viaggiatori e dei geografi del Medioevo, passando, nel Rinascimento, all’ideale di un "uomo" universale, a fronte del quale si presume l’esistenza di gradi di umanità differenti, in cui i gradi inferiori sono occupati dai neri. Con vari passaggi, nel tempo si arriva alla supposizione di una arretratezza ontologica degli africani, che li renderebbe particolarmente adatti al lavoro forzato in piantagione. Non molti sanno che anche l’illuminista Voltaire era d’accordo con tutto ciò. Fatte le dovute contestualizzazioni storiche e culturali, certe cose è bene saperle.

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L’idealizzazione erotica dell’africano

24 Febbraio 2006 3 commenti

Definire l’essenza di una persona con una sua particolare componente: succede spessissimo in generale, e anche quando si parla degli africani. Ad esempio, in una foto di Robert Mapplethorpe (cui si accede dall’articolo nel link qui sotto) si vede il fallo di un africano spuntare prepotentemente da un elegante pantalone di foggia occidentale. Come nota Kobena Mercer, in quello scatto lo sguardo estetico-erotico dell’eccentrico autore richiama e riproduce un diffuso stereotipo. Infatti, avviene una sorta di “riduzione ontologica” del nero (in questo caso, maschio) come essere definito esclusivamente, per essenza, dalla sua ipersessualità.

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Diversi, e un poco simili

Popoli bisognosi di essere guidati… uomini in stato di barbarie e selvaticità. Parole di chi? Dei filosofi liberali John Locke e John Stuart Mill, e del meno liberale (ma più noto) Giorgio Federico Hegel. Si riferivano alla gente africana. Bisognerebbe che nei licei si spiegasse, durante le lezioni di storia e filosofia, la connessione tra i pensieri, le culture, le politiche, le azioni. Chiudo immediatamente il discorso, ma solo in apparenza, per parlare di un saggio di Ezio Bassani, disponibile su internet al link che riporto sotto. Parla dell’immagine dell’Africa e degli africani tra il ’500 e il ’700. Molto interessante, perché tratta dell’origine del modo in cui gli europei hanno letteralmente costruito la loro rappresentazione del continente africano: considerandoli irriducibilmente "diversi", ma anche un po’ "simili" (quel tanto che serviva ad operare confronti col proprio modo di vita, ma anche a togliere ogni identità e specificità). Mi vengono in mente i tanti neocolonialismi – e anche tante anime belle (e inconsapevoli) – del nostro tempo, che in modo diverso e certo con livelli di nobiltà diversi, mostrano un’Africa sempre e comunque dipendente e bisognosa d’aiuto.
Riferimenti: per approfondire: