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Post Taggati ‘effetti perversi’

Parlando d’Africa con Umberto Eco

21 Febbraio 2016 Nessun commento

Parlai una sola volta con Umberto Eco, e quella volta parlammo di Africa. Fu in occasione di un esame di semiotica al DAMS di Bologna, tanti anni fa. Io da una parte del tavolo, e di fronte a me il professor Eco, lo studioso di cui avevo letto tutti i libri. Con lui, c’era anche un’altra nota semiologa: Patrizia Violi. Tirai fuori da uno zainetto un barattolo vuoto di latte in polvere, poi una tesina su “Il latte in polvere nel Sahel. Aspetti semiotici del trasferimento di tecnologie”. E l’esame cominciò.

Negli anni ’80, diversi organismi per la cooperazione internazionale allo sviluppo avevano inviato consistenti aiuti alimentari per far fronte alla carestia che aveva colpito tutti i Paesi del Sahel (Ciad, Niger, Burkina Faso, Mali, Senegal, Gambia, Mauritania, Capo Verde, Guinea). Tra tali aiuti, vi erano cospicue forniture di latte in polvere, catapultate senza troppe cautele da un contesto all’altro (dolosamente o inconsapevolmente, la differenza qui è irrisoria). In effetti, con l’arrivo di questo alimento, si era rilevato un aumento delle malattie diarroiche presso la popolazione infantile, e in molti casi, quando tali malattie colpivano i bambini di pochi mesi, questo significava morte quasi certa. Il fatto è che, mancando istruzioni chiare sulle confezioni di latte in polvere (la cui preparazione richiede poca polvere e tanta acqua sterilizzata), la cultura alimentare locale trattava i nuovi prodotti alla maniera tradizionale, in cui gli alimenti farinosi richiedono poca acqua e tanta farina. Insomma, in termini semiotici, entravano in campo “sceneggiature” ed “enciclopedie” diverse, fenomeni di “ipercodifica” e “ipocodifica”, “topic”, isotopie”, “relazioni fiduciarie” e quant’altro. Umberto Eco era veramente una persona alla mano, curiosa, acuta, e l’esame si trasformò in una rigorosa ma cordiale discussione sul modo in cui una maggiore consapevolezza dei meccanismi semiotici insiti nella cooperazione internazionale e nel trasferimento di tecnologie (alimentari, in questo caso) avrebbe potuto salvare tante vite umane nel Sahel. Alla fine andò bene, e fu uno dei giorni che ricordo ancora con maggior piacere. Anche se, a distanza di decenni, stiamo ancora a riflettere sui guai che si continuano a combinare nel continente africano.

Umberto Eco. Photograph: Eamonn McCabe/The Guardian

Diaspora africana e nuovi esperimenti informativi

5 Settembre 2013 Nessun commento

In merito alla polemica sulla trasmissione  RAI “The Mission”, in via di preparazione (un programma di sensibilizzazione sui campi profughi in alcuni Paesi africani, con il coinvolgimento di alcuni “VIP”), è sorprendente il fatto che nessuno, sino ad oggi, si fosse preoccupato di conoscere i pareri della diaspora africana in Italia. Lo ha fatto Marco Pugliese di African Voices, che mi ha chiesto di leggere e presentare, in un apposito articolo, alcune opinioni raccolte.

Quanto emerge, al netto delle critiche, delle polemiche e dei fuochi incrociati, è la profonda stanchezza di questi africani che vivono nel nostro Paese di fronte al modo prevalente in cui i loro popoli vengono, da decenni, ritratti e raccontati, soprattutto quando la finalità è quella della raccolta di fondi: informare per stupire, emozionare, per suscitare una generosità che diventa sempre più estemporanea e, in prospettiva, sempre meno motivata e duratura, come immagino direbbe anche Massimo Coen Cagli, grande esperto in questo campo.

La foto è tratta da: http://atlante.unimondo.org

Effetti perversi del turismo umanitario

 

Il “turismo umanitario”, in buona sostanza, prova a coniugare il viaggio in posti esotici con la conoscenza di situazioni di difficoltà sociale e l’azione di tipo solidaristico o caritatevole. Certamente migliore di altre forme di turismo che provocano spreco di risorse, distruzione dell’ambiente locale e piccoli “scontri di civiltà”, anche il turismo umanitario può avere spesso  effetti perversi, che è bene identificare: paternalismo, induzione al mendicare, addirittura diffusione di carie presso i bambini (con la distribuzione di caramelle in posti dove non ci sono dentisti), piccole truffe. Ne parla, con molta efficacia, Enrico Fiorini nel suo blog Nyamilima, ove presenta alcune riflessioni, corredate da reperti (per lo più inquietanti) tutti da leggere.

La foto è tratta da: http://turistipercaso.it

 

Il fardello dell’uomo bianco

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Una immagine efficace colpisce più di mille parole. Vero. Infatti, il breve video che ha accompagnato la campagna “Un mese per la vita” ha probabilmente rafforzato i pregiudizi (solidaristici o razzisti, non importa) di chi crede che gli africani siano gente sostanzialmente incapace di risolvere i propri problemi. La campagna ha avuto finalità alte e nobili, e sicuramente avrà avuto impatti importanti, ma i pubblicitari potrebbero, forse, fare meglio il loro mestiere: offendere gli africani (specialmente quelli immigrati in Italia) non è un effetto collaterale trascurabile. E questo, ovviamente, non vale solo per la campagna che ho qui citato.

La foto dell’aeroporto di Accra è tratta da:  www.dailymail.co.uk

Reperto 3

12 Aprile 2007 14 commenti

Allego un altro reperto, relativo al modo in cui un noto fotografo e scrittore racconta la "sua" Africa. (…) Ma l’Africa vera, spiacente per i turisti, non conosce il significato delle cinque stelle, a meno che non si trovino sulle mostrine di un generale. L’Africa vera di stelle non ne ha nessuna. È fatta di povertà, di sangue e di morte, di pelle tirata sulle costole, di città inquinate, di mosche che si attaccano al collo, di caldo opprimente, di sudore, di odori acidi, di angherie, di corruzione, di delirio. Eppure è maledettamente affascinante. Del resto, il mal d’Africa non è forse la nostalgia d’un luogo dove scopriamo di poter tornare ad abbracciare le nostre radici e all’improvviso ci sentiamo un tutt’uno con il fango e il cielo e il sangue, la nostalgia d’un regno di sensazioni potenti dove anche una semplice stretta di mano può essere incredibilmente sensuale? Non le si prova, queste sensazioni, chiudendosi in un lodge con l’aria condizionata e sorseggiando al tramonto un bicchiere di Stellenbosch serviti da un cameriere nero impacciato e biancoguantato. Bisogna sporcarsi le mani. Per scattare queste immagini, come tanti altri fotografi, anch’io ho dovuto sporcarmi le mani. Curioso, non ho voglia di lavarmele.

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Reperto 2

5 Aprile 2007 7 commenti

Nel fare a tutti gli auguri di Buona Pasqua, proseguo con la pubblicazione di reperti sul modo in cui alcuni fotografi raccontano, a parole oltre che con le immagini, l’Africa e gli africani. Devo dire che il compito è facilitato da una importante rivista che, nel grande pluralismo delle voci che ospita, da’ spazio anche ad alcune che narrano l’Africa nel modo seguente.

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Reperto 1

Riporto, per le vostre eventuali meditazioni di fine settimana, un testo particolarmente significativo che ho trovato nella rete, ivi accompagnato da foto altrettanto significative. Nel testo, pur breve (e di grande sincerità), non manca nulla: neanche il baobab, l’allegra sporcizia degli africani, le frotte di bambini e un pizzico di sacrosanta denuncia sociale. Chissà cosa ne pensano, tanto per dire, gli amici dell’associazione Afroitaliani/e.

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Le immagini del disprezzo

9 Ottobre 2006 5 commenti

Il disprezzo dei neri attraverso le immagini (i film, i fumetti, le storie illustrate, la pubblicità , ecc.) è, dal XIX secolo, una precisa politica perseguita da tutti gli attori del nord del pianeta che siano interessati a: mantenere una pressione coloniale, o neo-coloniale; legittimare moralmente il dominio occidentale; mantenere l’ideologia della gerarchizzazione delle razze; convincere i neri della loro inferiorità. Di questo tema parla, con straordinaria efficacia, Jean-Philippe Omotunde in una sua conferenza del 2005, disponibile in un video online, e corredata da un efficace apparato iconografico. Vale sicuramente la pena spendere una buona manciata di minuti per vederla. La consiglio vivamente anche a chi fa campagne di fund raising a favore di popolazioni africane.

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Ancora sugli africani nello zoo

19 Marzo 2006 4 commenti

Qualche tempo fa avevo riportato, su segnalazione di Sanva, la vicenda della mostra "culturale" sull’Africa, organizzata ad Augsburg (Germania) dentro uno zoo. Con le relative, sacrosante proteste di associazioni, studiosi e cittadini che vedevano, nell’impostazione di questa iniziativa, una pericolosa continuità con antiche e radicate tesi razziste, del tempo coloniale e nazista: l’accostamento tra africani e animali; la "sostanziale" (e pericolosa) diversità degli africani; la conseguente necessità di evitare di mescolarsi con loro, a qualsiasi titolo, e anzi di esercitare su di loro un controllo e un dominio. Ho rintracciato uno dei tanti interventi che sono circolati all’epoca, ad opera del prof. Norbert Finzsch, storico dell’Università di Colonia. Finsch mette in guardia dalla persistenza del razzismo ai nostri giorni. Aggiungo che non dobbiamo limitarci al razzismo più eclatante delle curve degli stadi o dei parlamentari padani, ma osservare attentamente anche tante iniziative (anche di turismo solidale) in cui l’africano viene presentato come un soggetto esotico e perfettamente integrato con la natura. E’ facile, anche senza volerlo, proporre stereotipi indesiderati, soprattutto dagli africani.

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Zoro, Salvalaggio e la giungla

29 Novembre 2005 8 commenti

Probabilmente ho letto male, e per questo vi riporto, per avere vostre conferme o meno, un brano di un articolo apparso oggi su "Il Tempo", a firma Nantas Salvalaggio ("Il calcio sta con l”uomo nero’"). L’articolo stigmatizza giustamente l’episodio di razzismo di cui è stato vittima sabato il giocatore Zoro del Messina, ad opera di alcuni tifosi interisti. Ma ho l’impressione che l’autore dell’articolo, nonostante intenda solidarizzare con Zoro, alla fine lo offenda terribilmente. Ecco il brano "Se vigesse la legge biblica («Occhio per occhio, dente per dente») i cinquemila tifosi dell’Inter che hanno fischiato il giocatore africano Marco André Zoro sarebbero inviati nella giungla per uno stage di rieducazione intensiva. E magari il fratello di Zoro potrebbe leggere loro alcuni capitoli del «Libro della giungla» di Kipling, da cui si impara che molti giaguari, molte iene e molte scimmie hanno spesso più sensibilità di certi turisti bianchi, malati di snobismo. (…)"

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