Archivio

Post Taggati ‘diaspora’

Beta Israel: la patria rimandata?

In Italia, siamo in un contesto di celebrazione del giorno della Memoria, in un periodo elettorale denso di confusione mentale diffusa e generalizzata, di rigurgiti razzisti e antisemiti da parte di minoranze di deficienti, di strumentalizzazioni di questi rigurgiti solo ed esclusivamente per dar giù a qualche avversario politico o sportivo (di solito, per colpa di pochi decerebrati e della malizia dei media, il bersaglio preferito è la Lazio in quanto tale, di cui per inciso sono stratifoso – io antifascista e imparentato con una famiglia con significative radici ebraiche romane…). Ma a proposito di memoria e di radici, mi ha sempre interessato la vicenda dei Beta Israel, altrimenti detti Falascià: gli ebrei neri originari dell’Etiopia, per lo più trasferitisi in Israele a partire dagli anni ’80, in varie ondate migratorie facilitate, e che nel 2011 vi costituivano una comunità di oltre 125.000 persone, in maggioranza concentrate in piccole aree urbane nel centro del Paese. Un volume, sia pur datato, di Tanya Schwarz, intitolato “Ethiopian Jewish Immigrants. The Homeland Postponed”, mette in evidenza luci e ombre di questa emigrazione, provando a comprendere dal di dentro il sollievo e i tormenti di questo popolo giunto in una terra promessa che non per tutti è stata tale da ogni punto di vista, almeno per un po’.

La foto di Titi Aynaw, Miss Israele 2013, di origine ebraico-etiope, è tratta da: https://www.youtube.com/watch?v=u8YTiBn4HIA

 

Una intervista per il “Corriere delle migrazioni”

Stefania Ragusa, direttore responsabile del “Corriere delle migrazioni” segue da tanto tempo questo blog, e allo stesso modo io seguo con estremo interesse quella pubblicazione online e tutto quel che le ruota attorno. In occasione dei 10 anni di “Immagine dell’Africa”, mi ha fatto l’onore di intervistarmi e ha pubblicato l’intervista nel n.9 del 20 gennaio 2014.

Stefania mi ha anche mandato questo gentilissimo messaggio di auguri: Quando ho cominciato a lanciare anche io i miei post nel cyberspazio, sei o sette anni fa, Immagine dell’Africa era un blog già molto visitato e autorevole, a cui spesso attingevo per trovare spunti e provare a leggere meglio la realtà che mi circondava. Quando Fabrizio Casavola mi ha messo in contatto diretto con Daniele Mezzana, mi sono sentita davvero onorata e anche un po’ – non ridere Daniele – emozionata. Perché l’affinità mentale e la condivisione di valori, se autentiche, sono esperienze emozionanti. Ho pensato un po’ a quale potesse essere il modo migliore di festeggiare i 10 anni di questo prezioso blog e ho concluso che parlarne attraverso il mio giornale potesse essere un buon modo per me. Da qui l’intervista. Tanti auguri Immagine dell’Africa, e cento di questi compleanni. Grazie Daniele per il tuo impegno puro e disinteressato.”

Riporto integralmente l’intervista qui di seguito.

 

L’immagine dell’Africa

Stefania Ragusa – 20 gennaio 2014

Compie dieci anni il blog Immagine dell’Africa, uno strumento che nel tempo ha contribuito  a modificare l’immagine stereotipata del continente presso il pubblico italiano. Abbiamo intervistato il suo fondatore/ideatore, Daniele Mezzana.

Come è nato questo blog, e perché?

«Ho lavorato e lavoro in Paesi africani dal 1979, come ricercatore e formatore, con il Cerfe. Durante tutti questi anni, ho potuto notare che il pensiero ricorrente sull’Africa, qui in Italia, non corrisponde alla realtà delle società africane. E non basta semplicemente andare in Africa per correggere lo sguardo: se i tuoi a priori non sono adeguati, anche se risiedi per 5 anni in loco, continuerai a non comprendere. Bisogna andare oltre. Una occasione importante, per me, fu la lettura del Rapporto MacBride negli anni ‘80. Era un rapporto di una commissione promossa dall’Unesco che mostrava gli squilibri esistenti nella circolazione dell’informazione nel mondo (gestita da poche centrali nei Paesi del Nord), e nel modo in cui i diversi Paesi delle diverse aree del pianeta vengono rappresentati dai media. Erano anni in cui, alla riflessione su un possibile “Nuovo ordine economico internazionale”, si provò ad elaborare strategie per un “Nuovo ordine mondiale dell’informazione e della comunicazione”, ma senza successo. Tuttavia, fu importante lanciare e approfondire questioni importanti come la necessità di rafforzare i sistemi autonomi di informazione dei Paesi del Sud, modificare la deontologia degli operatori dell’informazione, rafforzare la cooperazione e il rispetto delle diverse culture sul versante della comunicazione internazionale, ecc.
Altra esperienza fondamentale fu, da questo punto di vista, la partecipazione alla rivista Società africane, pubblicata online negli anni 2002-2003. La rivista affrontava il problema della conoscenza delle società africane nel loro dinamismo e nella loro complessità: non solo l’Africa della tradizione, della povertà, delle guerre e dei villaggi, ma anche quella delle città, degli amministratori locali, degli imprenditori, dei sia pur faticosi processi di democratizzazione, del confronto con la modernità. E soprattutto un’Africa plurale, diversificata, non un’entità unica e cristallizzata. Dopo la conclusione di questa esperienza, per cause di forza maggiore, nel 2004 ho deciso di proseguire la riflessione sullo specifico aspetto delle rappresentazioni sociali dell’Africa e degli africani, e ho pensato di usare uno strumento, allora abbastanza innovativo, come il blog: per parlare di sterotipi e di come superarli, per parlare degli africani come attori e non solo come recettori dell’attivismo altrui. Temi purtroppo ancora attualissimi, mi sembra. Ed eccoci qua, dopo 10 anni e 471 post, nell’era dei social networks, che utilizzo un po’ come una sorta di prolungamento del blog».

Cosa è cambiato nel tempo, secondo lei, nella percezione dell’Africa da parte dell’Occidente?

«Stiamo parlando di qualcosa che è stato “costruito” nel corso dei secoli, una percezione radicata nelle memorie personali e collettive: per questo è difficile modificarla in tempi brevi. Infatti, è cambiata ancora poco. Storici, cartografi, missionari, esploratori, filosofi, scrittori, pittori, funzionari coloniali, viaggiatori, leader politici, giornalisti hanno tutti contribuito, ciascuno in modo diverso, a forgiare l’immagine dell’Africa e della gente africana così come si configura oggi. Certe rappresentazioni hanno avuto più successo di altre: ad esempio quella di un’Africa irrimediabilmente legata alla tradizione, al passato, in cui la gente è tutta carne ed emozioni e con poco cervello. Su questo, si sono innestati, negli ultimi decenni, i meccanismi dei media: a fare notizia sono gli eventi negativi (come i conflitti) o tragicomici (come il re che sceglie moglie tra centinaia di vergini), e non i fatti positivi, o i processi meno visibili di cambiamento. Non che in Africa manchi la materia, intendiamoci, ma è indubbio che l’informazione tenda a privilegiare e ad enfatizzare la dimensione “evenemenziale”, immediata e catastrofica: la carestia e il dittatore fanno notizia e vendono; una elezione pacifica, una scoperta scientifica di un istituto locale (penso, ad esempio, alle ricerche sulla malaria dell’Icipe in Kenya) non fanno notizia, o la fanno di meno. Qualche eccezione si fa per la musica o il cinema.
Su questo meccanismo si innesta anche il ruolo di alcune Ong o di altri attori che, per ragioni di raccolta fondi, o esercitando un giusto ruolo profetico e di denuncia, tendono a parlare di quello che non va, per cambiarlo. Nel fare questo, è chiaro che risulta più agevole trattare eventi in cui è facile attribuire una specifica responsabilità (al governo X o alla multinazionale Y), piuttosto che altri problemi meno evidenti o non facilmente imputabili a specifici attori, ad esempio: la fuga dei cervelli (Corriere delle Migrazioni ne sa qualcosa), la discriminazione delle donne e la loro lotta per l’emancipazione, la gestione delle aree urbane e il rapporto città-campagna, la qualità dei servizi sanitari nella loro quotidianità (al di là delle emergenze), la ricerca scientifica e accademica, e così via. Questa situazione favorisce numerose distorsioni presso il grande pubblico, che non ha modo di farsi un’idea diretta delle società africane, e perpetua un meccanismo di ignoranza e pregiudizio.
Negli ultimi anni, tuttavia, ci sono stati dei cambiamenti. Vari portali e siti web, anche in Italia, offrono una informazione più completa e corretta dell’Africa e dei popoli africani: oltre alle testate specialistiche che si occupano tradizionalmente di Africa, posso citare African Voices, Africa e Mediterraneo, il blog Sancara, il gruppo Facebook su l’Afrique qui gagne e altri ancora. Anche qualche grande testata nazionale generalista ospita periodicamente bei servizi e réportages sull’Africa che cambia. Questo mi fa ben sperare, ma c’è ancora molto da fare, non solo sul versante dell’informazione, ma anche su altri versanti, soprattutto quelli della ricerca e dell’educazione nelle scuole e nelle università. In altri Paesi europei si è fatta molta più strada. Ma è un discorso molto lungo…»

C’è un nesso tra il razzismo e la visione distorta dei paesi cosiddetti in via di sviluppo?

«Il razzismo ha origini profonde, direi etologiche e legate a un senso non gestito della territorialità, ma la componente “ignoranza” è certamente fondamentale. Gli stereotipi e le generalizzazioni sono un elemento fondamentale del razzismo. È chiaro che se noi immaginiamo che gli africani, tutti indistintamente, siano gente di villaggio, analfabeti o che posseggono (se va bene) solo la licenza elementare, non potremo che avere una visione “dall’alto verso il basso” degli immigrati provenienti dall’Africa, e oltretutto offriremo loro (anche ai laureati e diplomati, e provenienti da città grandi il triplo di Milano) lavori dequalificati rispetto alle loro reali competenze. Questo è solo un esempio. Penso anche che l’anticamera del razzismo, il suo terreno di coltura, sia la mentalità paternalistica presente in tanti ambiti della nostra vita quotidiana: da molta produzione televisiva e musicale, alla numerosa (non tutta) pubblicistica della solidarietà, a tanti elementi del discorso politico e sociale, che si riflettono persino nei resoconti di viaggiatori e turisti. Non è facile venirne fuori, e non bastano prediche o singole denunce per ribaltare la situazione: occorre agire molto più in profondità e con continuità».

Il ribaltamento a 180° della visione stereotipata dell’Africa, la tendenza a sottolineare i suoi aspetti “moderni” in una sostanziale identità con quelli occidentali, non rischiano di risultare ugualmente piatti?

«In effetti, questo ribaltamento a 180° è ingenuo. Bisogna esaminare le cose per come stanno, senza pregiudizi, e cercando di comprendere tutti gli aspetti, non solo alcuni. Per me, quando si parla di conoscenza e di immagine dell’Africa è importante cercare di esaminare sia le discontinuità che le continuità esistenti tra la realtà africane e le altre, compresa la nostra. È evidente che siamo diversi, e che le diversità vadano riconosciute, apprezzate e valorizzate. A volte, però, riconoscere una diversità può portare con sé, come una specie di cavallo di Troia, anche un elemento di distanza, o, anche senza volerlo, di disistima. Ad esempio, ogni volta che attribuiamo agli africani, indistintamente, una personalità contraddistinta tout-court dall’emozionalità, dalla semplicità, dall’accettazione sorridente di quel che viene, ecc. e dunque come distinta da quella tipica della razionalità occidentale, non facciamo che riprodurre un pregiudizio di stampo coloniale. E per questo trovo utile, nel blog, anche con un po’ di spirito polemico, sottolineare qualche elemento di continuità: non solo il fatto che siamo in un mondo, di fatto, interconnesso (nel bene e spesso nel male, anche per colpa nostra) e che tanti problemi sono comuni, ma anche, più nello specifico, il fatto che pure in Africa esiste un ceto medio in espansione, esistono università, imprenditori, cineasti, case di moda, sindacalisti, magistrati, parlamentari, sindaci, donne intellettuali (non solo quelle che pestano ritmicamente il miglio: le uniche che gli italiani conoscono dai servizi e dai documentari televisivi). Sembrano forse dettagli da poco, ma non lo sono: già riconoscere queste cose sarebbe un piccolo passo avanti, anche nella lotta contro il razzismo, e per un confronto migliore con chi, provenendo da lontano, viene a vivere qui da noi».

Stefania Ragusa

Photo: UN / Ky Chung

Gli africani come “vittime”: una comunicazione squilibrata

1 Luglio 2013 1 commento

Una petizione lanciata dal giornalista di origini congolesi Fortuna Ekutsu Mambulu, rivolta alle scelte comunicative dell’UNHCR Italia, riporta al centro dell’attenzione l’annosa questione del modo in cui gli africani vengono spesso rappresentati dalle organizzazioni umanitarie internazionali: come vittime tout-court, tutti indistintamente; come soggetti destinati “per essenza”, o per destino storico, ad essere i terminali passivi della benevolenza altrui. Gli africani della diaspora in Italia, e non solo da noi, rifiutano con sempre maggiore forza questa rappresentazione dell’Africa. Ne parla questa settimana un numero di Corriere Immigrazione, su cui sono intervenuto con qualche breve considerazione.

La foto di Fortuna Ekutsu Mambulu è tratta da: http://www.africansummerschool.org

 

La “lunga durata” dell’ignoranza

11 Febbraio 2012 1 commento

Secoli di razzismo e di pregiudizi non passano invano, e lasciano tracce profonde nella memoria storica, nelle strutture sociali, nel comune modo di pensare e di agire. Ho trovato emblematico questo episodio di cui è stata diretta testimone, qualche giorno fa a Milano, Cristina Sebastiani, responsabile del progetto “Domu Dekk Bi” e autrice del blog Diaxasso. Riporto le sue parole:

Ieri mattina, accompagno in prefettura un signore africano, dirigente di una nota casa di mode. La funzionaria, mentre si occupa della pratica e chiaramente affascinata, flirtando gli dice: “Mi sa che ti ho visto alla Rinascente”, convinta che lui possa solo essere un fusto della security…Uscendo, lui commenta sorridendo: “Questo paese non cambierà mai”…Ho pensato: “Oddio! Speriamo che non sia così!” Ma mi ha messo tristezza.

L’episodio, uno tra i tanti che costellano la nostra quotidianità, non merita particolari commenti. Posso solo aggiungere un elemento aggravante:  oltre la metà degli immigrati regolarizzati ha una laurea. Ma, fino a qualche anno fa, agli immigrati in entrata non chiedevamo neanche quale fosse il loro titolo di studio, dando per scontato che fossero tutti analfabeti o quasi. L’ignoranza, semmai, era la nostra. E per il futuro occorre, come minimo, domandarci a quale livello di ignoranza, o di consapevolezza, vogliamo attestare la nostra convivenza sociale.

La foto di Otto Bitjoka, imprenditore, è tratta da: http://nuovitaliani.corriere.it/2011/09/lelite_africana_di_milano_la_p.html

Matematici della diaspora africana

21 Gennaio 2012 2 commenti

 

Se qualcuno pensa che questo blog si disinteressi dei conflitti e dei problemi che affliggono i Paesi africani si sbaglia. Mi interesso eccome, ma in modo particolare. Visto che numerose e autorevoli testate, siti e blog si occupano di fornire specifiche notizie e approfondimenti su questi importanti aspetti, preferisco non duplicare, in peggio, il lavoro altrui. E mi concentro sul modo in cui, dalle parti nostre, sono considerati gli africani e vengono pensate le società africane. Questo influisce profondamente sul tipo di soluzioni che vengono date alle crisi politiche, economiche e sociali di quest’area del pianeta. Detto in sintesi: è ovvio che se considero gli africani “per essenza” come vittime, incapaci di organizzarsi, legati alla dimensione rurale e tribale, con scarse capacità di pensiero razionale, tutto danza e poco cervello, di conseguenza predisporrò, prevalentemente, soluzioni di tipo assistenziale e paternalista, anche se in modo gentile e politicamente corretto. Viceversa, se ritengo che all’interno delle società africane esistono energie sociali e intellettuali in grado di agire autonomamente per affrontare i problemi esistenti, allora cercherò di capire quali sono queste energie, quali sono gli ostacoli e le opportunità che incontrano, in quali organizzazioni e persone si incarnano, e le valorizzerò e sosterrò per quanto possibile, se richiesto. Insomma: esiste un legame profondo tra il modo di considerare  gli africani e il modo di narrare e trattare i loro problemi. E’ in tale spirito che segnalo la peculiare vicenda dei matematici della diaspora africana, efficacemente descritta in questo singolare sito web.

Nella foto: il matematico giamaicano del XVIII secolo  Francis Williams, da http://jamaicanhistorymonth2007.moonfruit.com/#/francis-williams/4519580316

 

 

 

 

Afro-Argentini

7 Gennaio 2012 2 commenti

Il tango ha (anche) una forte componente africana. Ma non è solo questa l’impronta che gli argentini di origine africana hanno lasciato in questo meraviglioso Paese. Ad esempio, molti combattenti per l’indipendenza dell’Argentina erano discendenti di schiavi africani. E sono numerosi i personaggi di prestigio in molti campi della vita sociale e culturale argentina che avevano e hanno una origine africana. Il caro amico Paul Brinkley-Rogers, prestigioso giornalista, mi ha segnalato questo video sugli afro-argentini (non è lui l’autore). Il video ha suscitato molto dibattito, per alcune tesi piuttosto forti e in parte inesatte o incomplete, ma ha il merito di dare numerose informazioni (e comunque di suscitare interesse) su un fenomeno che si conosce ancora poco.

Il fotogramma dal film “Revolución” è tratto da: http://alejandrofrigerio.blogspot.com

 

 

Novità nascoste

13 Novembre 2011 1 commento

Metto insieme qualche informazione sparsa, su cose nuove (o poco note) dall’Africa o che hanno africani come protagonisti:

- TELEBI, la prima televisione della diaspora senegalese;

- i talenti (soprattutto femminili) della letteratura in Africa, secondo il drammaturgo camerunese Eric Essono Tsimi;

- un servizio sulla crescita della classe media in Africa.

Nella foto, il regista senegalese Mbaye Maniang Diagne e i suoi collaboratori, da: http://maniang72.skyrock.com

Il ventre del pitone

25 Ottobre 2011 2 commenti

Enzo Barnabà è uno storico e francesista che ha vissuto a lungo, tra l’altro, in Costa D’Avorio ed ha una spiccata curiosità e competenza sulle questioni africane. Il suo ultimo romanzo, “Il ventre del pitone” (editore EMI, 2010) è la storia di una ragazza nata in un villaggio ivoriano, Cunégonde (etimologicamente “colei che combatte per la stirpe”). In particolare, è la storia del suo percorso di iniziazione alla vita: da un’infanzia felice nel suo villaggio, al suo distacco da un padre che non merita lei e la madre,  a una lunga odissea attraverso l’Africa Occidentale, fino a un agognato, ma difficile e tormentato, approdo in Italia, insieme al bimbo che nel frattempo ha dato alla luce.

“Il ventre del pitone” è una sorta di percorso guidato di consapevolezza sul vissuto dell’emigrazione dall’Africa. Una emigrazione vista “dal di dentro” e con gli occhi di una donna, appunto Cunégonde; un “io narrante” a cui Barnabà ha saputo dare grande plausibilità e sostanza.

Il romanzo è, inoltre, un percorso guidato alla conoscenza di alcune fondamentali componenti della dimensione culturale africana. La componente dei miti, innanzitutto. Poi quella delle usanze, alcune delle quali richiamate e descritte con dovizia quasi etnografica, senza per questo appesantire la narrazione. Ai proverbi, inoltre, viene dato uno spazio particolare. A tale riguardo, il romanzo è una vera e propria miniera: viene citato un proverbio tradizionale almeno ogni 2-3 pagine, applicandolo a concrete situazioni in cui si trovano i protagonisti.

L’opera di Barnabà è anche una riflessione, a tratti amara, su alcuni effetti perversi della globalizzazione in Africa, e sulle sorti della tradizione, nel suo rapporto dialettico con la modernità. Ma alla resa dei conti, Barnabà ci consegna un personaggio che non intende arrendersi, e che – nonostante quel che scrive Serge Latouche nella prefazione – ci lascia (o almeno ha lasciato me) con la sensazione che Cunégonde e gli africani, in un modo o nell’altro, ce la faranno.

 

Vino in Africa

17 Giugno 2011 2 commenti

6a00e55360baae883301157052e9ea970b-800wi

La produzione di vino è una realtà consolidata dalla metà del XVII secolo in Sudafrica, e più recentemente in alcuni Paesi nordafricani come Algeria, Tunisia e Marocco. Attorno al vino ruotano anche alcune iniziative di sostegno all’immigrazione qualificata in Italia, che puntano a creare un ponte economico e sociale tra il nostro Paese e quelli di origine degli immigrati. Un esempio è quello dell’associazione Ancient African Cultural Foundation Group Italy, che opera a Torino, e di cui si è occupata la pagina locale di Repubblica. Per inciso, il giorno prima è stata diffusa una lettera inviata al direttore di Repubblica.it, in cui si lamenta il fatto che nel sito web di questo quotidiano le notizie sull’Africa sono state tutte confinate nella nuova rubrica “Mondo solidale”, cioè classificate indistintamente (diciamo per comodità)  sotto la voce “sfiga e dintorni”.

La foto di un vigneto in Sudafrica è tratta da: http://thecrushedgrapereport.typepad.com

Femmes d’émigrés et Harubuntu

11 Ottobre 2010 1 commento

b-420190-Dakar_

Un reportage e una notizia. Il reportage è di Aurélie Fontaine, e riguarda la grave condizione delle mogli di emigrati dal Senegal (grazie ad Enzo Barnabà della segnalazione). La notizia è stata selezionata da Africatime, e riguarda Harubuntu, un concorso annuale per “portatori di speranza” in Africa, che siano imprenditori, amministratori locali o membri della società civile.

La veduta di Dakar è tratta da: http://en.loadtr.com