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Djibril Cisse, l’Africa e l’intelligenza

12 Settembre 2011 Nessun commento

Cisse

Si dice che il diavolo stia nei dettagli. I dettagli sono anche le inerzie del pensiero, le frasi di sicuro effetto, le riflessioni buttate lì con la certezza che saranno apprezzate per la loro gratificante ovvietà. Mi ha molto colpito un recente articolo di contenuto sportivo su Djibril Cisse, campione della Lazio. Di nazionalità francese, con tutta evidenza di origine africana, specificamente ivoriana.  L’articolo è stato pubblicato su “La Repubblica” dell’11 settembre, e lo riporto qui di seguito, seguito da qualche doverosa riga di commento.

Il volo dell’arcangelo Cisse. La Lazio scopre il suo leader

Un ivoriano a Roma. Alto, forte, veloce. Nero come può essere un ivoriano, anche se nato in Francia e di passaporto francese, rapido e potente come può essere un africano, anche se il calcio gli ha già presentato il conto due volte, però lui l’ha pagato e si è alzato da tavola sempre. Due volte si è sorpreso seduto su un campo di calcio, è la sua voce quella che urla di dolore ferendo il cielo, è sua la gamba che penzola orrendamente, con un’angolazione innaturale. Accade la prima volta nel 2004, la seconda nel 2006, alla vigilia dei Mondiali: frattura di tibia e perone della gamba sinistra nel 2004, stessa frattura ma alla gamba destra la seconda. Ma ogni volta Djibril Cisse ha ricominciato a correre, inventandosi un’altra vita. Un po’ meno potente e veloce di prima, forse. «La Bestia», lo chiama già Edy Reja. Il Leone Nero, il suo soprannome altrove. Djibril vuole dire Gabriele, Cisse si scrive senza accento né apostrofo, ha raccomandato lui, una vita che è già un piccolo romanzo, ben prima che l’Italia lo scoprisse con quel gol segnato venerdì sera, salendo sul tetto di San Siro, scherzando un certo Nesta e la difesa del Milan tutta. La Lazio ringrazia, e già sogna. Con lui e Klose, quasi 500 gol in carriera in due, si può andare chissà dove. Settimo di sette figli, un papà calciatore e nazionale ivoriano. Un fisico nato per correre e giocare al calcio. Un corpo interamente tatuato, come il Queequeg di Moby Dick, con accenni alla geografia della sua vita: sulla schiena ha stampato un enorme arcangelo Gabriele, in omaggio al suo nome e alla religione cattolica, che abbraccia da adulto dopo essere nato musulmano. Quattro figli da due donne diverse, la seconda è sua moglie e quando l’ha conosciuta faceva la parrucchiera in Galles: quando si sposano (in un castello) lui indossa un magnifico smoking rosso fiamma, rosso Liverpool che all’epoca è la sua squadra, infatti pochi giorni prima l’ha condotta alla vittoria in Champions contro il Milan, a Istanbul, segnando un rigore nel dramma finale. Nel Cheshire acquista una grande e antica residenza di campagna e diventa Lord of the Manor, Signore del Maniero di Frodsham. Ha avuto tutti i look possibili: barba, pizzo, barbetta disegnata nera oppure ossigenata, cresta bionda, cresta nera e intrecciata, capigliatura istoriata, rasatura completa. Della sua devastante passione per le auto si sa già, ne possiede 18, una decina le ha già fatte arrivare a Roma. Ha fatto il dj, ha avuto una particina in un film (il dimenticabile Taxxi 4) in cui interpreta se stesso. Non si nega neppure un arresto per tentata aggressione a una ballerina di lap dance, ma si sa come vanno certe cose se sei Cisse. Ora gioca e segna per la Lazio, dopo Auxerre, Liverpool, Marsiglia, Sunderland e Panathinaikos. Ad Auxerre il suo primo e unico maestro è stato Guy Roux, 44 anni sulla stessa panchina: «In Reja rivedo un po’ Roux, hanno gli stessi metodi all’antica però efficaci, è gente che crede nel lavoro, nel gruppo, gente che ti sgrida come farebbe un papà». Di gol, ne ha sempre fatti e sempre ne farà, li festeggia con capriole e salti mortali. Alla Lazio, se arriverà a quota 15 gli hanno promesso un bonus di 200.000 euro. Per quello che si è visto contro il Milan, li ha già in tasca. (andrea sorrentino)

Alt, un momento. Il primo impatto dell’articolo è ovviamente positivo: è un elogio, e il lettore (specie se tifoso) non può che esserne soddisfatto. Ma andiamo a vedere le doti di Cisse che vengono messe in evidenza: “alto, forte, veloce”, e poi “nero”, “rapido e potente come può essere un africano”. E poi ancora: “la Bestia”, il Leone nero”, “un fisico nato per correre…”, “un corpo interamente tatuato”, “quattro figli da due donne diverse”, e poi passioni, macchine, il look particolare, “la tentata aggressione a una ballerina di lap”…  Cosa notate? Questo talentuoso giocatore (per cui io calcisticamente stravedo, sia chiaro) se si esclude il breve riferimento alla sua religione, viene descritto essenzialmente per la sua fisicità, per le sue doti istintuali, per le sue passioni. Mai anche per il cervello, per lo spirito di iniziativa, per la creatività, per la logica delle sue azioni (in campo o fuori). Se ci fate caso, questo corrisponde a una consolidata immagine dell’africano: l’immediatezza,  la genuinità, la pura corporeità contro la razionalità e lo spirito geometrico dell’abitante del Nord del pianeta. Pari pari a quel che scrivevano i funzionari coloniali di cento anni fa. E pari pari a quel che scrivono ancora tanti giornalisti quando parlano di calcio,  mescolando a sproposito evidenze, giudizi e stereotipi. Eppure Cisse, per fare i gol che fa, non può che avere anche una notevole intelligenza, un senso tattico fuori dal comune, una spiccata percezione strategica delle situazioni di gioco. Invece no: è africano, e quindi ciò che fa è “necessariamente” frutto di qualche istinto ancestrale, di una tropicale padronanza fisica, di una affascinante quanto minacciosa presenza muscolare. Desidero fortemente leggere un articolo sportivo in cui, di un africano, si lodi l’intelletto. Poi, con comodo, comincerò a chiudere questo blog. Chiedo scusa al giornalista in questione per il tono: diciamo che è stato solo un pretesto, niente di personale.

La foto di Djibril Cisse è tratta da: www.calciosport24.it


Lotta senegalese

12 Agosto 2010 7 commenti

Qualche giorno fa è uscito su l’Espresso un interessante, anche se frettoloso, articolo sul laamb, la lotta tradizionale senegalese. Nella versione cartacea ci sono alcune immagini a corredo, di Denis Rouvre, diverse da quelle presenti nel sito web, e che sono di un certo effetto (una è riportata qui sopra). Peccato che lo sguardo del fotografo abbia “allestito” i lottatori ritratti come se fossero dei soggetti al limite inferiore dell’umano: sembrano quasi degli Uruk-hai, i mostruosi orchi da guerra de “Il Signore degli anelli”.

Qualche anno fa, Stefania Ragusa aveva preparato un reportage un po’ più chiaro e completo.

La foto è di Denis Rouvre

La capanna dello Zio Bergomi

17 Giugno 2006 8 commenti

A beneficio dell’educazione interculturale delle giovani generazioni, riporto un passo dal sito Dagospia. Contiene un commento sulla nazionale francese fatto da Beppe Bergomi, ex campione dell’Inter e della Nazionale:

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Il globo in una sfera

26 Giugno 2004 4 commenti


La Francia ha appena perso con la Grecia ai campionati europei. Ma le riflessioni dello scrittore Manuel Vazquez Montalban (mi scuso per gli accenti, che non riesco a mettere) mi suonano comunque di una certa attualità, anche se scritte 6 anni fa. A margine, mi interrogo sul ruolo persino positivo che il calcio può avere nei rapporti tra i popoli, sempre che ci siano intelligenze pronte a capirlo. Ma intanto, gli eventi vanno avanti per conto loro, in attesa di interpreti. Ecco un estratto dall’articolo dello scrittore scomparso, dal sito: www.vespito.net/mvm/mondiali.html *** Mondiali multirazziali MANUEL VÁZQUEZ MONTALBÁN La Repubblica, 12 / 7 / 1998. Noi che aspettavamo che dal campionato mondiale di calcio di Francia venisse fuori una grande verità rivelatrice abbiamo avuto la nostra ricompensa, perché, tenuto conto del gioco messo in mostra e del traffico di giocatori che ne conseguirà, abbiamo capito che Nietzsche aveva ragione: ci sono popoli nati per esportare giocatori di calcio e altri per importarli. Nietzsche ci serve anche per giudicare la non evitata deificazione di Ronaldo: "Ma noi ti aspettavamo tutte le mattine, prendevamo da te quel che ti avanzava e ti benedivamo con gratitudine" (da Così parlò Zarathustra). Il calcio africano e asiatico non è stato all’altezza delle aspettative, tranne nel caso della Nigeria, ma i giocatori africani, asiatici e delle Antille sono serviti come innesti vivificanti del calcio europeo, specialmente delle selezioni dell’Olanda e della Francia, che sono quelle che hanno giocato meglio. Il Brasile è da anni il prototipo di una selezione multirazziale, logica conseguenza per un paese multirazziale, ma questa volta ha voluto giocare a risparmio del talento, come l’Italia, che ha tentato di nascondere che sa giocare bene e ci è riuscita. Che giocatori di origine berbera o antillana, come Zidane e Thuram, abbiano segnato la differenza della selezione francese deve aver causato una cirrosi epatica a Monsieur Le Pen, necessariamente allarmato perché questo mondiale sembra organizzato dalla Sos Razzismo e non dalla Fifa. Inoltre, il giorno in cui squadre come il Camerun, l’Arabia Saudita, la Repubblica sudafricana, l’Iran, il Marocco, scopriranno che giocare a calcio non vuol dire soltanto volteggiare la palla ed esibire certe abilità corporee e tattiche, il rapporto di forza tra il Nord e il Sud all’interno del calcio mondiale volgerà verso il Sud o verso un definitivo meticciato epico, annuncio di un inevitabile meticciato economico, politico e sociale. Se non ci riesce il calcio non ci riuscirà nient’altro, perché è stata provata la sua vocazione di religione mediatica ecumenica egemonica, in aperta concorrenza con l’ecumenismo cattolico, quello della Coca- Cola e quello della catena MacDonalds. Soltanto il ridicolo ruolo svolto dalla selezione degli Stati Uniti può impedire che, simile a una quinta colonna, il calcio penetri negli Usa come un dio sulle spalle bagnate degli immigranti che attraversano il Rio Grande. (…) Osservi l’acuto lettore in che modo selezioni che hanno deluso i loro tifosi come Spagna, Italia, Germania o Argentina, non abbiano seguito la politica di integrazione multirazziale dei calciatori e se tale atteggiamento era prevedibile nella Germania, convinta che undici giocatori alti due metri e il Deutschland über alles dalle gradinate la rendessero invincibile, il fatto non ha giustificazione per quanto riguarda Spagna, Italia o Argentina, popoli alluvionali e tra i maggiori esportatori di emigranti. Squadre multirazziali o morte. Problema da risolvere cambiando le leggi che regolano l’immigrazione o mettendo su laboratori di ingegneria genetica negli scantinati delle federazioni di calcio interessate. (Traduzione di Hado Lyria) Nella foto: il calciatore camerunese Geremi Njitap (dal sito: gereminjitap.sports.fr/. ../vie/cameroun.asp)

Il mitico Nenè, e un aggettivo poco calcistico

16 Marzo 2004 2 commenti

Un ricordo, se mi è permesso. Riordinando la biblioteca (capita sempre così), ho recuperato un vecchio album delle figurine dei calciatori Panini. Anno 1966-67. Vinse la Juve, poi l’Inter e via via il Bologna, il Napoli, la Fiorentina. Sesto, il Cagliari, che stava ponendo le basi per lo scudetto di tre anni dopo. C’erano già Gigi Riva (capocannoniere), Cera, Martiradonna, Niccolai, Greatti… ; c’era ancora Boninsegna, poi andato all’Inter. Ma non divaghiamo: c’era anche Olindo de Carvalho, brasiliano di Santos, a molti noto come Nenè. Bene, nella pagina dell’album Panini dedicato al Cagliari ho letto questa frase: "Quest’anno… sono rimasti i ‘pezzi’ più richiesti, Riva e Rizzo, che, unitamente al negretto Nenè, guidano l’attacco rosso-blu". Ho letto e riletto questa frase e mi sono detto che, beh, dopo 38 anni, un aggettivo come "negretto", riferito a un calciatore, negli album di figurine, in TV e nei giornali, ci viene risparmiato. Almeno questo… Sarà che qualcosa è cambiato nella cultura sociale, anche con l’aumento dei contatti e delle conoscenze dovuti alle migrazioni. Sarà anche che le squadre nazionali con giocatori "di colore" si fanno più che rispettare (non solo il solito Brasile, ma anche Colombia, Perù, Uruguay, e poi ancora Senegal, Camerun, Nigeria…). Per non parlare di tante squadre di club italiane, nonostante l’idiozia di numerose curve, o di settori di curve (non generalizziamo). Insomma, sul versante sportivo si fa fortunatamente strada una sensibilità diversa rispetto a quella che, sia pur con paternalistico affetto, emergeva da quel commento para-calcistico di tanti anni fa. Certo, io sogno ancora una Coppa Intercontinentale non più limitata a squadre europee e sudamericane, ma aperta a quelle degli altri continenti. Basta avere pazienza.