Archivio

Archivio Febbraio 2016

Parlando d’Africa con Umberto Eco

21 Febbraio 2016 Nessun commento

Parlai una sola volta con Umberto Eco, e quella volta parlammo di Africa. Fu in occasione di un esame di semiotica al DAMS di Bologna, tanti anni fa. Io da una parte del tavolo, e di fronte a me il professor Eco, lo studioso di cui avevo letto tutti i libri. Con lui, c’era anche un’altra nota semiologa: Patrizia Violi. Tirai fuori da uno zainetto un barattolo vuoto di latte in polvere, poi una tesina su “Il latte in polvere nel Sahel. Aspetti semiotici del trasferimento di tecnologie”. E l’esame cominciò.

Negli anni ’80, diversi organismi per la cooperazione internazionale allo sviluppo avevano inviato consistenti aiuti alimentari per far fronte alla carestia che aveva colpito tutti i Paesi del Sahel (Ciad, Niger, Burkina Faso, Mali, Senegal, Gambia, Mauritania, Capo Verde, Guinea). Tra tali aiuti, vi erano cospicue forniture di latte in polvere, catapultate senza troppe cautele da un contesto all’altro (dolosamente o inconsapevolmente, la differenza qui è irrisoria). In effetti, con l’arrivo di questo alimento, si era rilevato un aumento delle malattie diarroiche presso la popolazione infantile, e in molti casi, quando tali malattie colpivano i bambini di pochi mesi, questo significava morte quasi certa. Il fatto è che, mancando istruzioni chiare sulle confezioni di latte in polvere (la cui preparazione richiede poca polvere e tanta acqua sterilizzata), la cultura alimentare locale trattava i nuovi prodotti alla maniera tradizionale, in cui gli alimenti farinosi richiedono poca acqua e tanta farina. Insomma, in termini semiotici, entravano in campo “sceneggiature” ed “enciclopedie” diverse, fenomeni di “ipercodifica” e “ipocodifica”, “topic”, isotopie”, “relazioni fiduciarie” e quant’altro. Umberto Eco era veramente una persona alla mano, curiosa, acuta, e l’esame si trasformò in una rigorosa ma cordiale discussione sul modo in cui una maggiore consapevolezza dei meccanismi semiotici insiti nella cooperazione internazionale e nel trasferimento di tecnologie (alimentari, in questo caso) avrebbe potuto salvare tante vite umane nel Sahel. Alla fine andò bene, e fu uno dei giorni che ricordo ancora con maggior piacere. Anche se, a distanza di decenni, stiamo ancora a riflettere sui guai che si continuano a combinare nel continente africano.

Umberto Eco. Photograph: Eamonn McCabe/The Guardian

Repetita iuvant

14 Febbraio 2016 Nessun commento

L’organizzazione non governativa canadese “War child” ha appena pubblicato un articolo sul suo sito web, intitolato, le 10 false percezioni sull’Africa.  Quali sono queste false percezioni? Eccole: l’Africa è un continente omogeneo; l’Africa è un continente povero di risorse; l’Africa è tribale; la carestia è la sola causa di povertà del continente; tutti gli africai sembrano uguali e condividono il medesimo background ancestrale; gli africani parlano l’”africano”; la musica africana non ha nulla a che vedere con quella che si ascolta in Nord America; gli africani non sono istruiti; la maggior parte degli africani non ha accesso alle tecnologie della comunicazione; l’Africa è per lo più giungla e deserto.

I lettori di questo blog, e di tante altre pubblicazioni che si occupano di Africa, potranno sorridere di questi stereotipi che vengono segnalati. Alcuni francamente ridicoli. Ma se qualcuno, nel 2016, ritiene di pubblicare un articolo del genere, vuol dire che ce ne è ancora bisogno. E in fondo basta sentire attorno quel che si dice. Negli ultimi tempi ho avuto più volte la tentazione di chiudere questo blog, visto che ormai i suoi temi sono al centro dell’attenzione di tanti libri, riviste, siti, blog. Ma tutto sommato, meglio rimanere: c’è ancora tanto da fare, anche se si tratta di ribadire semplici ed accertate verità. In un mondo che azzera le memorie ogni 24 ore, repetita iuvant. Semper.

Nella figura: una mappa con le 6 principali famiglie linguistiche africane, da https://simple.wikipedia.org/wiki/Languages_of_Africa