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Archivio Ottobre 2011

Il ventre del pitone

25 Ottobre 2011 2 commenti

Enzo Barnabà è uno storico e francesista che ha vissuto a lungo, tra l’altro, in Costa D’Avorio ed ha una spiccata curiosità e competenza sulle questioni africane. Il suo ultimo romanzo, “Il ventre del pitone” (editore EMI, 2010) è la storia di una ragazza nata in un villaggio ivoriano, Cunégonde (etimologicamente “colei che combatte per la stirpe”). In particolare, è la storia del suo percorso di iniziazione alla vita: da un’infanzia felice nel suo villaggio, al suo distacco da un padre che non merita lei e la madre,  a una lunga odissea attraverso l’Africa Occidentale, fino a un agognato, ma difficile e tormentato, approdo in Italia, insieme al bimbo che nel frattempo ha dato alla luce.

“Il ventre del pitone” è una sorta di percorso guidato di consapevolezza sul vissuto dell’emigrazione dall’Africa. Una emigrazione vista “dal di dentro” e con gli occhi di una donna, appunto Cunégonde; un “io narrante” a cui Barnabà ha saputo dare grande plausibilità e sostanza.

Il romanzo è, inoltre, un percorso guidato alla conoscenza di alcune fondamentali componenti della dimensione culturale africana. La componente dei miti, innanzitutto. Poi quella delle usanze, alcune delle quali richiamate e descritte con dovizia quasi etnografica, senza per questo appesantire la narrazione. Ai proverbi, inoltre, viene dato uno spazio particolare. A tale riguardo, il romanzo è una vera e propria miniera: viene citato un proverbio tradizionale almeno ogni 2-3 pagine, applicandolo a concrete situazioni in cui si trovano i protagonisti.

L’opera di Barnabà è anche una riflessione, a tratti amara, su alcuni effetti perversi della globalizzazione in Africa, e sulle sorti della tradizione, nel suo rapporto dialettico con la modernità. Ma alla resa dei conti, Barnabà ci consegna un personaggio che non intende arrendersi, e che – nonostante quel che scrive Serge Latouche nella prefazione – ci lascia (o almeno ha lasciato me) con la sensazione che Cunégonde e gli africani, in un modo o nell’altro, ce la faranno.

 

Conoscere l’Africa attraverso la cosmesi

9 Ottobre 2011 3 commenti

woodabe

Per conoscere le società e i popoli africani ci sono tanti percorsi diversi. Uno di questi può essere la cosmesi, l’arte del trucco, dell’abbellire il corpo o parti di esso, specialmente il viso. “Come sono diventato truccatore” è l’ultimo libro di Stefano Anselmo, uno dei più grandi artisti del trucco al livello mondiale, sicuramente il più grande in Italia. Di certo avrete visto, nel corso della vostra vita, almeno una delle sue opere sui volti di Mina, Anna Oxa, Mia Martini, Amy Stewart, Gioele Dix, Renato Zero e tanti altri. Il libro (edizioni Rovema – Marinella Piano) è una accattivante autobiografia, che parte dall’infanzia in Piemonte e arriva ai nostri giorni, illustrando una carriera fatta di lavoro e applicazione, ma anche studio, approfondimento e trasmissione del sapere attraverso la formazione.

Tra le grandi passioni di Stefano Anselmo vi sono l’Antico Egitto e l’Africa. Nel volume si raccontano le ricerche e le sperimentazioni dell’autore sulla cosmesi al tempo dei faraoni e su quella che si elabora nelle società africane di oggi. Anselmo, con grande curiosità intellettuale, è uno che si reca sul posto per osservare, per parlare direttamente con le persone, per imparare e poi trasfondere quanto appreso nelle sue creazioni. Il tutto con molto rigore e rispetto (“considero quantomeno discutibile ricopiare qualsiasi cosa senza curarsi del significato”), contrariamente a quello che molti esteti più o meno improvvisati fanno quando si occupano dell’estetica e della cultura africana, come qualche volta abbiamo discusso anche qua dentro. Anche per questo atteggiamento di apertura e attenzione, Anselmo è diventato il massimo esperto italiano di make-up, problemi tricologici ed estetici per soggetti di pelle nera.

Stefano Anselmo si impegna attivamente per far conoscere agli italiani la cultura e le lingue dei popoli africani, combattendo radicati stereotipi: è intervenuto in numerosi seminari e conferenze, ha collaborato con importanti riviste come Focus e con il Discovery Channel, ha scritto un volume sulla lingua wolof, partecipa ad iniziative di sostegno per gli immigrati e di valorizzazione delle professionalità presenti tra gli africani in Italia. Il 10% dei proventi della vendita del volume andranno a sostenere le attività delle associazioni COSA e SUNUGAL.

“Come sono diventato truccatore” è un libro che parla, certo, a chi si occupa di trucco, ma soprattutto a chi vuole scoprire qualcosa di più sul posto della bellezza nell’esperienza umana.

Nella foto: Danza Woodabe, Diffa (Niger), da http://www.lucianobovina.com