Archivio

Archivio Marzo 2010

La Pan Africa Media Conference

30 Marzo 2010 3 commenti

I blog in Africa sono ormai oltre 12.000, secondo una stima presentata nella recente Pan Africa Media Conference di Nairobi (www.africaprogresspanel.org). La conferenza ha sottolineato quanto i media e la tecnologia siano ormai una forza trainante per il cambiamento in questo continente, e possano esserlo ancor di più, nel combattere la corruzione, sostenere la democrazia, facilitare l’istruzione e la formazione.

PS: scusate la forma del link, ma oggi il software fa i capricci

La veduta di Mombasa è tratta da: http://pack-kenya.org

Embeddedness

16 Marzo 2010 4 commenti

Veduta del centro di Gaborone (Botswana), da: http://it.wikipedia.org/wiki/Gaborone

Negli ultimi anni, i grandi media internazionali hanno ridotto il loro impegno nel fornire notizie sui Paesi africani. Una delle conseguenze è che i giornalisti che intendono parlare di questioni africane sono diventati sempre più dipendenti da alcuni attori (soprattutto occidentali) operanti in loco, e in particolare dalle agenzie di aiuto. Suzanne Franks, del Centre for Journalism dell’Università del Kent, si domanda se questa relazione forzatamente “simbiotica” non richieda un po’ di trasparenza, pena il rischio di veder compromessa (pur con le migliori intenzioni) l’affidabilità di quel che leggiamo, vediamo e ascoltiamo sull’Africa. Chi vuol saperne di più, può consultare l’articolo “The neglect of Africa and the Power of Aid”, pubblicato poco fa dall’International Communication Gazette, vol. 72, n. 1, pp. 71-84 (2010). La materia è estremamente scottante, perché in questo campo esistono importanti opportunità, progetti ed energie morali e materiali, ma anche numerose manipolazioni, come è riconosciuto dalle più accorte organizzazioni umanitarie, e come viene sottolineato in un altro, più agile, articolo dalla stessa Franks. La relazione tra operatori dei media, operatori della solidarietà (spesso dotati di propri media) e altre fonti locali è tutta da approfondire, per il bene dell’informazione.

La foto del centro di Gaborone (Botswana) è tratta da: http://it.wikipedia.org/wiki/Gaborone

Livio Ricciardelli: la sfida della cooperazione

10 Marzo 2010 3 commenti

Dodoma (Tanzania), Parlamento da: www.africanews.com

Su questo blog si sono affacciate, sin dall’inizio, persone di vario tipo: ricercatori, cooperanti, diplomatici, esponenti di organismi internazionali, tecnici, esponenti di ONG e associazioni, imprenditori, docenti, insegnanti delle scuole superiori, giornalisti, fotografi, e tanti curiosi dell’Africa. Qualche volta hanno scritto, nei commenti o in privato, anche politici al livello nazionale ed europeo, ed amministratori locali, di diversi schieramenti. Qualche giorno fa, “Immagine dell’Africa” è stata visitata da Livio Ricciardelli, del PD, il più giovane candidato alle prossime elezioni regionali del Lazio. Ricciardelli è rimasto colpito dagli argomenti trattati qui dentro e mi ha mandato una sua riflessione, che pubblico volentieri qui di seguito. E’ un contributo gradito, e mi auguro che anche altri politici possano intervenire (qui o altrove, non importa) su questi temi, fin troppo trascurati. E che magari dalle riflessioni abbiano la possibilità di passare alla pratica.

Daniele Mezzana

*************************************************

La cooperazione: una nuova sfida per un nuovo secolo.

Livio Ricciardelli

La politica è innanzitutto ciò che ci consente di realizzare il futuro.

Questo futuro, più o meno bello, che la politica deve sapere costruire non è però un fattore statico ed immobile. Bensì qualcosa di dinamico, che si costruisce giorno per giorno e con effetti che possono cambiare di anno in anno.

Con la crisi economica del 2008, che sostanzialmente ha visto il fallimento di una dottrina economica basata su un certo tipo di iper-liberismo di impronta reaganiana e di finanza selvaggia, già si può delineare un nuovo scenario in cui non è l’economia a dettar legge alla politica ma è anzi la politica che, nel suo ruolo di garante, può intervenire per sanare falle nel sistema economico internazionale.

Certo, l’economia è fatta di cicli: se la grande depressione del 1929 ha portato al New Deal è anche vero che, con un eccesso di partecipazioni statali, si è giunti poi all’inizio degli anni ‘70 ad una nuova fase di decrescita economica, e ciò ha spinto ad adottare una nuova politica economica di impronta liberista (della scuola di Chicago). La stessa politica economica che nel 2008 ha dimostrato di non bastare.

Da questa breve disamina possiamo ben comprendere un’impronta che forse caratterizzerà il nuovo secolo, visto che si è delineata nei suoi primi dieci anni: la politica può avere un suo nuovo protagonismo per gli anni prossimi. Il ruolo che le compete e che dovrebbe sempre adempiere.

Se questa analisi si rivelerà corretta, è anche vero che la politica del futuro dovrà rivedere la propria agenda, pena il rischio di ridivenire, per l’ennesima volta, subalterna all’economia.

I temi ambientali sono parte di questa agenda.

Lo ha capito l’Unione Europea, che a livello di vocazione e di idealità risulta essere il soggetto più adatto ad una nuova politica del risparmio energetico ed ambientale. Ma, nonostante tutto, i farraginosi meccanismi comunitari non consentono una reale cooperazione in questo campo, relegando gran parte delle politiche di questo tipo ai governi nazionali; emblematica, da questo punto di vista, la conferenza di Copenhagen: gli europei sono stati attori di serie B, pur essendo sulla carta quelli più favorevoli ad una seria revisione della politica ambientale globale, come testimonia il progetto 20-20-20. Lo hanno capito gli Stati Uniti di Obama, che fanno delle politiche ambientali un’occasione di crescita anche in termini d’occupazione. Lo ha capito anche la non-democratica Repubblica Popolare Cinese che, pur evitando di cooperare sullo stesso piano americano, ha capito che la sua stessa coesione sociale rischia di soppiantarsi con livelli d’inquinamento così elevati.

Dunque, l’ambiente. Sfida per il futuro della politica.

Ma oltre questo tema, e molti altri temi più o meno specifici, ne esiste un altro che a mio parere può risultare fondamentale in ottica futura: il tema della cooperazione internazionale e degli aiuti ai paesi poveri.

Da qui il tema di questo blog, il tema dell’Africa.

L’Africa è senza dubbio il continente che vanta maggior credito con la storia: gran parte delle tristi vicende storiche legate a questo continente sono responsabilità dirette delle potenze coloniali europee prima, e degli stati americani del nord poi.

Una responsabilità che ancora qualcuno tende a cancellare.

Ma l’Africa è pur sempre un continente che, nonostante l’elevata povertà, ha grandissime potenzialità. E azzardo: a tratti anche più dell’ascendente Asia.

L’Africa è infatti un continente variegato culturalmente e geograficamente: dai paesi islamici settentrionali affacciati sul Mediterraneo, passando per la profonda Africa Centrale, sino al Sud Africa che, dopo una triste parentesi legata al fenomeno dell’Apartheid, risulta essere una delle locomotive economiche del neo-nato G20 (nonostante tutte le contraddizioni ancora presenti).

Certo: queste diversità (anche etniche) si sono fatte molto sentire negli ultimi anni (da ultimi gli episodi che vedono contrapposti musulmani e cristiani in Nigeria) e questo potrebbe mettere alcune differenze sotto una cattiva luce.

Ma io continuo a credere che il continente africano sia una grandissima opportunità. E c’è uno strumento per sfruttare questa opportunità (da tutti i punti di vista): la cooperazione internazionale.

Lo ha capito prima di noi un Paese che certo non elevo al rango di modello: la Cina.

Pechino sta stringendo una serie di accordi di tipo politico e commerciale con molti Paesi africani. A dir la verità, se si analizzano le scelte della diplomazia sino-africana, possiamo notare che molto spesso questo tipo di cooperazione alimenta più lo status quo che il vero cambiamento: stringere accordi con il Sudan di Bashir non penso risolva i problemi dell’area. Molto semplicemente li complica ancor di più.

Questa strategia non è molto diversa da quella attuata dall’Unione Sovietica nella prima fase della decolonizzazione africana, e tende più che altro a sfruttare i canali con l’Africa in chiave anti-americana.

Può esserci però un nuovo vero tipo di cooperazione internazionale, basato su un bagaglio valoriale di grande importanza e non incline a facili cinismi dettati dalla realpolitik. Una nuova frontiera per la cooperazione con l’Africa è possibile, e può avvantaggiare, sfruttando anche l’ampia galassia di associazioni e ONG, il continente africano. E può arricchire anche noi.

Chi vedo per questo ruolo? Richiamandomi ai principi prima citati rispondo: l’Unione Europea…se fosse in grado! Ma anche gli Stati Uniti d’America a guida democratica stanno facendo passi avanti in questo senso, aiutati dal primo presidente afro-americano eletto alla Casa Bianca. Che ben definì, nel corso della sua campagna elettorale, il problema del suo Paese rappresentato da una macchia mantenuta dai padri costituenti: la schiavitù.

Su queste basi non solo c’è il tempo per investire politicamente sulla cooperazione. Ma ci sarà anche l’occasione di investire su di essa.

La foto del Parlamento di Dodoma (Tanzania) è tratta da: www.africanews.com

 

La povertà diminuisce?

La foto della sede della BCEAO a Bamako è tratta da: www.payer.de

La foto della sede della BCEAO a Bamako è tratta da: www.payer.de

La recente pubblicazione di un saggio di Maxim Pinkovskiy e Xavier Sala-i-Martin sulla povertà in Africa sta facendo discutere. Gli autori, sulla base di una loro analisi della distribuzione dei redditi, dei tassi di povertà, dell’ineguaglianza e degli indici di welfare, sostengono che la povertà in Africa sta scendendo rapidamente, e che presto verrà raggiunto l’obiettivo del Millennium Development Goal di dimezzare  la percentuale di popolazione africana che vive con meno di un dollaro al giorno. Queste tesi sono messe in discussione da vari punti di vista. Ad esempio, Martin Ravaillon, dal blog “Africa can … end poverty”, pone numerosi dubbi di merito e di metodo, tra cui la carenza di ricerche puntuali e affidabili sulla effettiva situazione delle famiglie, che possano confermare o meno le tesi di cui sopra. Il dibattito tocca questioni non da poco, su cui non si è ancora giunti a un approccio di base condiviso.

PS: sto tentando di adeguarmi alla ristrutturazione dei blog Tiscali; chiedo scusa degli inconvenienti…