Calciatori bianchi, calciatori neri

L’articolo che riporto qui appresso, apparso stamattina sul Corriere della Sera, va letto con calma, fino ad arrivare alla frase che ho messo in evidenza. Quelle parole, di sicuro involontariamente razziste, appaiono quasi ovvie, "naturali", di buon senso, nel contesto che l’autore stesso produce, evoca e rinforza nel suo testo. L’argomento è il calcio, un ambito di discorso che spesso appare come una zona franca per linguaggi e significati che altrove avrebbero meno spazio e legittimità. Vari esempi, tra i tanti, li demmo a suo tempo, sia qui che qui, o anche qui e persino, per farsi ulteriori amici, qui.
Vi lascio alla lettura dell’articolo. Ne vale la pena. Lo riporto qui di seguito per intero. Comunque il link è questo, per chi non credesse che è stato veramente pubblicato.
In futuro vincerà chi mescolerà meglio
Gilardino sorride e dice che lui e Toni resisteranno certamente all’assalto degli italiani senza frontiere, quelli d’esportazione tipo Amauri, o di diversa nazionalizzazione tipo Balotelli. In realtà il fenomeno esiste e sta cambiando il mondo. Può non cambiare anche il modo di pensare italiano? Direi proprio di no. Gli italiani sono stati i primi ad avvalersi dei vantaggi di una Grande Italia, come la chiamava Mussolini, estesa tra il Mediterraneo e il sud dell’Atlantico. L’Argentina, il Brasile avevano grandi giocatori figli di italiani che potevano essere riportati in patria. Abbiamo vinto titoli mondiali in epoca autarchica con i figli di un impero naturale che dai Caraibi arrivava fino alla Terra del Fuoco. E con loro la Juve ha costruito la leggenda dei suoi cinque scudetti, cioè il suo stesso modo di essere.
Gli inglesi, inventori dell’imperialismo, proprio perché dominatori, sono stati gli ultimi a occuparsi della flessibilità dei loro sudditi neri. Per sottilissimo razzismo, i primi che hanno accettato li hanno schierati in difesa, cioè dove non potevano fare differenza. Mentre la Francia accoglieva, l’Inghilterra prendeva le distanze. Così, negli ultimi venti anni, il colonialismo francese ha fatto della propria nazionale una specie di Brasile europeo, mentre l’Inghilterra si è fermata ai limiti dei propri giocatori bianchi. Noi italiani siamo rimasti nel mezzo, né inglesi né brasiliani, una zona grigia dove la povertà del dopoguerra ha insegnato a gestire gli spazi (si giocava nelle strade non sui prati) e il respiro successivo non ha negato quello che di tecnico avevamo imparato. Diventato filosofia, il calcio è diventato italiano. Troppo leggero per essere tedesco o inglese, troppo poco paradossale per essere francese, il calcio è stato il nostro pensiero debole. Nessuno ci batte dove si simula la vita. L’importante è non fare mai troppo sul serio, parlare di storie che hanno una via d’uscita. Così alla fine il discorso non è se Amauri o Balotelli possano essere convocati e togliere spazio a italiani veraci. La cultura è soprattutto tecnica, il discorso è se chi non è esattamente italiano è meglio degli italiani o no. Se lo è, tocca a lui. Punto e basta.
È la legge del mondo, già acquisita e digerita settant’anni fa quando ne approfittammo per vincere noi e far vincere il vecchio regime. Del resto Camoranesi è argentino e ha sempre voluto rimanerlo. Quello che davvero dobbiamo capire è che non esiste una linea di confine certa. Se il gioco della vita porta a chiunque un vantaggio, sarebbe stupido, anzi «incolto», frutto di non cultura, non prenderlo. Il mondo si sta mescolando proprio perché globale. È chiaro da tempo che la differenza del Brasile è proprio la mescolanza. È l’unico Paese ad avere in ugual misura neri e bianchi, e ad averne tanti. Gli argentini sono bianchi e basta, noi anche. I francesi sono diventati forti quando hanno accettato di giocare con i neri, gli inglesi ci stanno arrivando, i portoghesi quando hanno nazionalizzato i brasiliani. I bianchi sono la mente del calcio, l’ordine, il talento gestito. I neri sono la forza, la potenza, l’istinto. Non c’è più un calcio di un colore solo. Nei prossimi vent’anni vincerà chi potrà mescolare. La domanda iniziale allora si riduce semplicemente a questo: Amauri è più forte o no di Toni e Gilardino? Essere nati a Biella o a Carapiquíba è uno scherzo geografico ininfluente. Almeno nel calcio. E per fortuna.
Mario Sconcerti
09 settembre 2008
L’autore ripropone, forse senza esserne consapevole, antichi e radicati pregiudizi di tipo razzista circa le prerogative e le "competenze" dei gruppi umani identificati come "bianchi" e "neri": agli uni la mente e la razionalità, agli altri il corpo e l’energia vitale. Peccato che il tutto sia stato pubblicato sul principale quotidiano italiano. La peggior cosa, in questo caso, è minimizzare: non è (almeno non appare) una goliardata, né un refuso, né una bonaria provocazione.
La foto del calciatore brasiliano Pelé è tratta da: http://calciomalato.blogosfere.it



beh.. non ci trovo nulla di assurdo nel ricorrere alla magia per far goal.. questo sarebbe nella loro tradizione.. come le magliette fortunate, i gesti scaramantici che fanno i nostri e il segno della croce prima del calcio di rigore..
ma le frasi dell’articolo sono proprio razziste invece
Anch’io ho notato qualche commento sensato sull’aspetto violenza; ma non sul ricorso alla magia. E sarebbe interessante sapere, per esempio, quali furono i loro commenti sull’episodio del ricorso all’acqua santa, da parte di un allenatore in una partita di calcio alla coppa del mondo.
E aggiungo questa notizia, tanto per condire:
http://www.gazzetta.it/Calcio/Estero/Primo_Piano/2008/09/15/Tragedia_africa.shtml
L’unica cosa almeno di buon senso è stata scritta in uno dei commenti che seguono sotto l’articolo nel link.
Proprio così.
Questi articoli ti danno l’idea di quanto ancora ci sia da fare. Ognuno nel suo campo.
Sarebbe un ulteriore passo avanti per tutti noi se il signor giornalista del Corriere ci potesse chiarire anche la ripartizione dei ruoli fra giornalisti bianchi e giornalisti neri.
un articolo che può lasciare indifferenti i più meno sensibili, ma che fa riflettere anche per la divisione di ruoli che configura nello sport e perchè tende a dividere corpo, anima e mente dei gicatori.
fosse solo quella frase … E’ tutto l’articolo che e’ un delirio di ignoranza, dalla retorica fascista (la “Grande Italia” sarebbe quella della emigrazione di massa, vabbe’) ai superflui paralleli tra la storia per sentito dire e la retorica sportiva alla Gianni Brera.
Troppo per un solo articolo, e sul Corriere. Sconcerti e’ il nome che si merita, ma Sconforti pure avrebbe calzato.
già… che ridicolaggine.. sono i bianchi ad avere le menti migliori.. pazzesco!
no, non se ne rende neanche conto il giornalista della cavolata che ha scritto.. e questa è appunto una tipica dimostrazione della sua mente bianca (bianca nel senso che assai poca materia grigia deve esserci nel suo cranio)
ciao daniele