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Archivio Gennaio 2007

Religioni tradizionali: due visioni a confronto

27 Gennaio 2007 7 commenti

Il livello di pregiudizio verso le religioni tradizionali è una cartina al tornasole per capire il reale atteggiamento di qualcuno verso l’Africa e gli africani. Le religioni tradizionali africane nella loro maggioranza hanno come oggetti principali: – un Dio unico supremo e personale, variamente denominato, che a volte è concepito come padre, a volte come madre e in gran parte dei casi senza specificazioni di genere; – le divinità (esseri spirituali che dipendono da Dio e che possono manifestarsi in fenomeni naturali, come ad esempio il tuono, il sole, le montagne, ecc.); – gli spiriti (benigni o maligni); – gli antenati (spiriti amatissimi, che hanno una speciale relazione con Dio e possono proteggere dagli spiriti maligni; per essere un "antenato" non basta essere defunto, ma avere avuto una vita particolarmente degna). Traggo queste informazioni dal volume che ho citato nell’ultimo post, in particolare da un saggio di Godfrey Igebuike Onah, che si sofferma anche su altri aspetti delle religioni tradizionali (anzi, della religione tradizionale al singolare, come l’autore preferisce indicare tale spiritualità). Se tengo in mente queste ed altre informazioni, credo ci sia qualche equivoco di fondo su questo tema, visto che sulle religioni tradizionali leggo invece, in un volume di Bartholomaus Grill ("Africa!", Fandango libri, 2005) soltanto parole di questo tenore, che (nonostante l’autore sia un giornalista che vive in Africa da decenni) trasudano superficialità, scarsa comprensione e, diciamolo, un certo teutonico e impaziente disprezzo:

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Religioni tradizionali per la pace

19 Gennaio 2007 5 commenti

Se c’è un aspetto della vita africana rappresentato particolarmente poco e male questo è sicuramente quello delle religioni tradizionali, di solito degradate, in tanta pubblicistica corrente, a forme di stregoneria e superstizione. Da noi manca, circa tali religioni, la conoscenza e il riconoscimento sociale che hanno avuto altre espressioni religiose tradizionali, come quelle, ad esempio, dei nativi americani. Le religioni africane sono citate a stento nei libri scolastici e manca il corrispettivo di fumetti come Tex Willer o di film come "Un uomo chiamato cavallo", che hanno invece contribuito a fornire una idea positiva e dignitosa della spiritualità di quelli che chiamiamo erroneamente "indiani d’America". Non è la prima volta che sottolineo questo problema, sia nel blog che altrove. Se ci torno è perchè ho ricevuto un volume di grande interesse. Si tratta di "Resources for peace in traditional religions", atti del colloquio svoltosi a Roma dal 12 al 15 gennaio 2005, organizzato dal Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. Il volume raccoglie numerosi interventi di studiosi che hanno analizzato il ruolo per la pace che possono avere le religioni tradizionali di tutto il mondo, comprese quelle africane. Idee come quelle di di armonia, equilibrio, rispetto della diversità, comunità, responsabilità verso la natura, attitudine alla riconcilizione sono, per gli studiosi intervenuti, un patrimonio da valorizzare e far conoscere, in un mondo in cui la religione è spesso usata come fondamento di conflitti e ingiustizie. L’introduzione del volume è di mons. Chidi Denis Isizoh, che è anche curatore di uno strepitoso sito sulle religioni tradizionali africane, che consiglio di visitare.

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Imprenditoria africana

11 Gennaio 2007 2 commenti

"Timbuktu Chronicles" è un blog che presenta esperienze di imprenditoria, ricerca, innovazione e tecnologie sostenibili in Africa. E’ curato da Emeka Okafor, un imprenditore che vive oggi a New York. Gli ho posto qualche domanda sui temi e sulle questioni al centro della sua attività informativa, con cui pochi (credo) hanno dimestichezza.

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Curzio Malaparte e l’impero bianco

4 Gennaio 2007 5 commenti

La presenza di giornalisti embedded, incorporati negli eserciti, non è una invenzione di questi anni. Ad esempio, tra il 1935 e il 1936 ben 164 giornalisti (di cui 120 volontari) si misero al seguito dell’esercito coloniale italiano nell’Africa Orientale, per raccontarne le gesta. Nel 1938, come racconta Enzo R. Laforgia, anche il noto scrittore Curzio Malaparte autopromosse un viaggio in Etiopia, parte del quale si svolse al seguito delle truppe italiane. Per Malaparte, caduto in disgrazia presso i leader del fascismo, era un’occasione per recuperare un po’ di credito di fronte a Mussolini. L’idea era quella di raccontare il modo in cui, attraverso l’emigrazione italiana in Etiopia, si stesse creando a suo parere un “impero bianco” in un paese nero, un insediamento ritenuto civilizzatore e profondamente diverso dal colonialismo predatorio sperimentato in altri paesi africani da altre potenze europee. Gli scritti etiopici di Malaparte sono raccolti nel volume “Viaggio in Etiopia e altri scritti africani”, curato da Laforgia ed edito da Vallecchi. Vale la pena di leggerli, per avere un’idea diretta dell’approccio con cui il fascismo affrontava la sciagurata avventura africana e del tipo di sostegno ideologico ed estetico fornito a questa impresa da una sostanziosa parte del mondo intellettuale italiano dell’epoca. Un sostegno consistente, ma con fragili basi, come mostra lo spaesamento di Malaparte man mano che si addentra nel cuore dell’Etiopia e si trova di fronte a un mondo sempre meno riconducibile a quello a lui noto. Con l’occasione, segnalo che il curatore di Africamica, Enzo Barnaba’, ha riportato alcune copertine di romanzi coloniali dell’epoca.

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