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Archivio Maggio 2006

Viaggi spot: una nuova frontiera dell’educazione allo sviluppo?

27 Maggio 2006 3 commenti

Vedo intensificarsi l’attitudine degli italiani, specie dei giovani, a visitare l’Africa. Non parlo di chi vi si reca regolarmente per programmi di cooperazione, ma di chi si trova a viaggiare una tantum, per turismo, per lavoro, o anche per puntuali iniziative di solidarietà. Molti vivono tali esperienze come una importante occasione per avere una conoscenza diretta di questo continente e dei suoi popoli. Trovo essenziale, anche sul piano educativo, conoscere “de visu” la realtà dei Paesi africani. Anche perché, in mancanza di tale conoscenza diretta, per farsi un’idea di cos’è l’Africa, ci si deve per lo più basare su resoconti giornalistici spesso frammentari, sensazionalistici e pieni di luoghi comuni, a meno di non avere già la fortuna di conoscere e apprezzare la buona stampa specializzata che abbiamo. Ma “andare” in un posto, “vedere”, “toccare con mano” non garantisce comunque, di per sé, la comprensione piena di ciò che si ha davanti, o almeno una sua comprensione apprezzabilmente adeguata. Innanzitutto, perché di solito ogni viaggio è un viaggio “mirato” (si va a fare qualcosa di preciso, oltretutto in un determinato contesto, in compagnia di determinate persone, con determinate aspettative, ecc.), per cui inevitabilmente si tende a confrontarsi con certi aspetti della vita sociale del luogo, anziché con altri. Secondo, perché ognuno (anche il più ben disposto) ha il suo bagaglio di pregiudizi, che è ben difficile controllare individualmente; del resto, si sa che il nostro cervello tende a trovare conferme alle nostre conoscenze, piuttosto che a metterle in discussione. Terzo, perché la specifica preparazione del viaggio è spesso inadeguata, sul piano dell’informazione e di una conoscenza critica della realtà che si va a visitare. Insomma, credo ci sia una nuova frontiera, o almeno una nuova branca dell’educazione allo sviluppo: quella di orientare, di dare un senso a questa grande domanda di esperienza diretta e di dare spessore conoscitivo all’incontro “in loco” con le società e i popoli africani. Per non far tornare a casa la gente con gli stessi pregiudizi con cui è partita. Gli africani, credeteci, lo apprezzerebbero molto.

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Uno sguardo (fresco) sul Rwanda

21 Maggio 2006 4 commenti

E’ veramente raro incontrare un intellettuale (specie se italiano) che discuta pubblicamente dei propri pregiudizi e del modo in cui li ha modificati. E’ questo il caso di Francesco Florenzano, presidente dell’UPTER (Università Popolare di Roma). Mi ha fatto gentilmente avere il suo libro fotografico “Uno sguardo sul Rwanda” (EDUP 2006). Il libro verrà presentato venerdì 26 maggio, a Roma, alla libreria Rinascita, alle 17.30. Il libro è frutto di un suo breve viaggio di qualche mese fa in questo Paese, con una folta delegazione del Comune di Roma guidata dal sindaco Veltroni, con funzionari pubblici, sponsor, giornalisti, studenti, per una serie di iniziative di solidarietà e diplomatiche. Nell’introduzione si parla di cosa si è fatto e visto, delle visite (tra cui quella al Memoriale del genocidio), delle cerimonie a cui si è partecipato, ma anche dei pensieri e delle riflessioni di una persona che si è recata per la prima volta in Africa sub-sahariana, e che ha fatto i conti, con sincerità e anche un pizzico di umorismo, con il rapporto tra l’immagine che si ha di quest’area e la sua realtà. Ecco qualche brano significativo: “Dove fosse l’Africa subsahariana lo sapevo attraverso le cartine geografiche, cosa fosse, attraverso le notizie di stampa e qualche buon libro. Le notizie dall’Africa, se ci avete fatto caso, cono come le notizie dell’Italia all’estero: guerre, casi di corruzione, omicidi, ecc. Ovvero rimbalzano solo i casi che danno il senso della tragedia e della violenza. Pochi giorni prima della partenza, ad esempio, si era diffusa la voce, attraverso una notizie di agenzia, ovviamente ripresa da tutti i giornali italiani, che in Rwanda ci fossero i cannibali (…) e confesso che anch’io ho pensato spesso a questo fatto, alla possibilità di finire in un pentolone ed essere mangiato. Quando siamo arrivati all’aeroporto di Kigali, di notte, mi sono accorto che di cannibali non se ne vedevano (…) Ma quella notizia aveva creato in me e in altri viaggiatori un’idea tribale, da film di Hollywood, con scene raccapriccianti di sacrifici umani alla King Kong. Come dicevo, presto, molto presto mi sono accorto che il Rwanda non era infestato di cannibali ma di gente, esattamente come noi. Con la sua organizzazione, la sua preoccupazione di essere all’altezza del compito assegnato ovvero quello dell’ospitalità (…) Il Rwanda ci è apparso subito nella sua operosità (…) Il primo pensiero che ho avuto è stato sul fatto che ho creduto gli africani pur sempre dei fannulloni, capaci di dormire fino a tardi e di lavorare lentamente. Ora vederli camminare veloci per raggiungere chi il lavoro, chi la scuola, chi una bancarella per vendere qualcosa che ha raccolto, mi dava il senso di quanto sono stato credulone e quanto sono stato anche strumentalizzato dalle immagini che noi occidentali abbiamo contribuito a dare del popolo africano”. Trovo importante che una persona come Florenzano si occupi di Africa, perché penso ci sia ancora molto da fare, sul versante dell’educazione degli adulti (così come dei giovani, ovviamente) per favorire una conoscenza più diretta – quando possibile – o quanto meno più approfondita delle società africane, con uno sguardo attento e scevro da pregiudizi. E una attenzione reale agli effettivi attori, alle donne e agli uomini africani, di solito trascurati da analisi generali, e spesso tardive, di tipo economico e geopolitico.

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Tecnologia indiana nella cooperazione con l’Africa

14 Maggio 2006 3 commenti

Nei rapporti tra i popoli, o nel ruolo che i popoli hanno nell’arena globale, le cose a volte cambiano in un modo che per molti è imprevedibile. L’India, come informa l’agenzia Panapress, ha di recente stanziato fondi per milioni di dollari nella cooperazione con il Senegal, in particolare per programmi riguardanti tecnologie sofisticate nei settori dell’educazione e della medicina.

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I Padri della Patria e l’Africa – 3

8 Maggio 2006 2 commenti

Giuseppe Garibaldi, l’eroe dei due mondi, in realtà, passò qualche tempo anche in Africa, al servizio del Bey di Tunisi. E dalla città nordafricana partì per il Sud America, dove si consolidò la sua fama. In un’epoca in cui si cominciava a parlare di spartizioni coloniali, Garibaldi affermò che “tutte le nazioni sono sorelle” (Congresso internazionale della pace, Ginevra 1867), e alzò la voce, per quanto si potesse fare da Caprera, quando la Francia occupò la Tunisia, nel 1881. Altri protestarono perché pensavano che la Tunisia spettasse "naturalmente" all’Italia, e lui convergeva su questa diffusa opinione; ma protestò anche perché si toglieva la libertà a un popolo. E in altre occasioni disse, pare, che se l’Italia si fosse fatta protagonista di violenze e d’oppressioni nei confronti di altri popoli, avrebbe combattuto contro la sua stessa patria.

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