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Archivio Gennaio 2005

Misfatti neri?

27 Gennaio 2005 5 commenti

Si riuscirà mai ad avere un dibattito "normale" sull’Africa, basato su ragionamenti pacati, informazioni attendibili, conoscenze scientifiche? Mi sembra che siamo ancora ben lontani da questo auspicabile obiettivo. Ne è testimonianza una recensione pubblicata sul Corriere della Sera del 25 gennaio, a firma Geminello Alvi, riguardante un testo di Hans Christoph Buch uscito in Germania (ringrazio jtm che mi ha fornito l’indicazione). Alvi si mostra particolarmente eccitato e sollevato dal fatto che qualcuno, come Buch, "gliela canti giusta" ai politicamente corretti. Buch afferma che i "misfatti" dell’Africa sono ormai più colpa degli africani (in particolare delle loro élite) che non dell’occidente capitalistico. La tesi ha un suo indubitabile fondamento di verità. Semmai sarebbe da capire come mai nel testo (o quanto meno nella recensione) si parli solo di casi estremi come la Liberia e il Ruanda e non si faccia menzione dei tanti paesi che non conoscono guerre da decenni, oppure di processi – altrettanto reali – come la democratizzazione che sta coinvolgendo i paesi africani, o ancora del fermento delle società civili, della vita intellettuale, della ricerca scientifica e tecnologica, o di problemi della fuga dei cervelli, e così via. In ogni caso, non si capisce perché si debba negare all’Africa l’inserimento nelle dinamiche globali (buone o cattive che siano). Oppure, non si capisce perchè si insista a ridurre la vita sociale dell’Africa (e anche l’origine dei suoi conflitti) alle dinamiche di una perenne irrazionalità tribale che si presume tipica degli africani, quando questo non è vero, neanche nel caso del Ruanda, dove ciò che è avvenuto non è stato un conflitto tra etnie. Queste etnie – o la loro presunta irriducibile diversità – sono state costruite a tavolino, così come è stato costruito a tavolino il popolo dei "padani". In Ruanda, come ha detto Abram de Swaan, si è assistito al drammatico esito di una operazione razionale, direi burocratica e moderna, come la Shoah, pianificata da alcune élite intellettuali, non dagli stregoni locali.

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Un osservatorio a Siena su media e Africa

20 Gennaio 2005 2 commenti

Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe (purtroppo) da dire. "L’Africa scomunicata" è il titolo di una ricerca presentata lo scorso 11 gennaio e curata dall’Osservatorio su comunicazione e Africa creato presso il Dipartimento di scienze della comunicazione dell’Università di Siena. La ricerca ha preso in esame il modo in cui, durante due mesi (aprile e maggio 2004), alcuni media italiani hanno parlato dei Paesi dell’Africa sub-sahariana. Sulla base di molti dati quantitativi ed alcuni interessanti approfondimenti qualitativi (di tipo linguistico e semiotico) emerge il quadro di un’informazione sbilanciata sulle emergenze e sugli eventi programmati o programmabili. Risulta scarsa l’attenzione a temi come quello della fame e, mi pare, quelli legati a fenomeni e processi sociali come la tecnologia, le società civili, le religioni, la vita economica, ecc. (non so se, comunque, l’équipe aveva previsto di cercare fenomeni del genere). Si tratta di un lavoro notevole e di un certo valore anche didattico, poiché gli studenti coinvolti si sono via via appassionati a questi temi. Il dossier completo con i risultati è scaricabile a questo sito: www.lanuovaecologia.it/speciale/inchieste/3902.php

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Nuovo grafitismo

15 Gennaio 2005 2 commenti

Sta avendo un bel successo, la mostra di pittura "Africani in Africa. Arte contemporanea africana dalle origini tribali al nuovo grafitismo". Si svolge a Firenze, a Palazzo Pazzi-Ammannati, e durerà fino al 6 marzo. Per avere un assaggio di 70 opere sulle 130 esposte, potete andare sul sito: www.logicamedica.it/africaniinafrica/ Qua e là si possono trovare facilmente online alcune presentazioni della mostra. Alcuni resoconti giornalistici (ad esempio, se ne è occupato il Venerdì di Repubblica) fanno sorridere, ad esempio per una certa insistenza nello “schiacciare” artisti sofisticatissimi e cosmopoliti su un tribalismo che sta loro molto stretto. Ma quanto meno hanno il merito di attirare l’attenzione su una iniziativa importante, che sottolinea, sul versante artistico, la vitalità della ricerca africana circa nuove sintesi tra la tradizione e il futuro.

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AIDS e nuovi modelli di virilità

8 Gennaio 2005 6 commenti

Molti pensano che le culture africane siano qualcosa di estremamente statico, e amano rappresentarle come una realtà cristalizzata nel tempo, che non possono cambiare se non al prezzo di “tradire” la loro (presunta) autentica natura ancestrale. Al contrario, come ha mostrato tra gli altri Basil Davidson, le culture dei popoli africani sono di una plasticità straordinaria, e mostrano una peculiare capacità di confrontarsi con nuove sfide e problemi, unendo tradizione e modernità. Un esempio tra i tanti viene citato da “Africanews” a fine dicembre. L’agenzia informa che in Malawi, nel distretto di Mulanje, le autorità tradizionali, di concerto con i responsabili della sanità pubblica nazionale, stanno modificando i tradizionali riti di iniziazione dei ragazzi, per favorire una maggiore prevenzione contro l’AIDS. Il Capo Sagawa, del popolo Yao, afferma, infatti che si sta abbandonando l’uso dei vecchi coltelli per la circoncisione, che ci si limita a un “pizzicotto” sul pene dei giovanotti e che non si incoraggiano più gli iniziati ad avere pratiche sessuali con qualsiasi ragazza a loro scelta per provare pubblicamente la loro raggiunta virilità. Semmai, si consiglia l’uso del preservativo, o l’astinenza pre-matrimoniale, a seconda dei casi. Di strada da fare ce ne è molta, evidentemente, ma è un fenomeno da registrare. La prassi di coinvolgere le autorità tradizionali nelle campagne sanitarie è, in ogni caso, ormai diffusa e sperimentata efficacemente un po’ ovunque, e mostra alcuni aspetti delle società africane ancora a noi poco note.

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Resoconti di viaggio

1 Gennaio 2005 5 commenti

In questi giorni, sulla scia dei tragici eventi del Sud-Est asiatico, tanti si domandano, legittimamente, se non sia meglio passare le vacanze a casa propria. E tanti rispondono, legittimamente, che il turismo internazionale favorisce le relazioni tra i popoli, aiuta le economie più deboli, sprovincializza e apre le menti dei viaggiatori e di chi li accoglie, ecc. Tendo a dar ragione ai secondi; ma c’è un devastante argomento a sostegno delle tesi dei primi: il fatto che tanta gente, dopo il viaggio, “racconta”. Non so se avete mai visitato qualcuno dei numerosi siti che ospitano diari di viaggio in Africa, Asia o America Latina. Chi conosce a fondo i Paesi citati si può rendere conto delle inesattezze, degli stereotipi,delle “cose non viste“, del paternalismo e del disprezzo – anche involontario – che percorrono molti di questi diari (non tutti, appunto).

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