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Archivio Luglio 2004

Noi e Bilbolbul

30 Luglio 2004 5 commenti

Il primo personaggio del fumetto italiano è stato un bambino africano. Si chiamava Bilbolbul. Le sue storie, firmate da Attilio Mussino, sono apparse sul “Corriere dei Piccoli” sin dal primo numero del 27 dicembre 1908, e sono andate avanti per un bel po’ di anni. Le vicende di Bilbolbul erano narrate e illustrate coerentemente con la cultura coloniale diffusa all’epoca: un’Africa immaginaria, deformata, schiacciata su un primitivismo di maniera da uno sguardo molto paternalistico; quella, insomma, che veniva, in altro modo, “elaborata” e mostrata nelle esposizioni coloniali del tempo. Le storie di questo bambino erano decisamente surreali e non prive di una certa originalità. Infatti, aveva la bizzarra caratteristica di adeguarsi fisicamente alle metafore citate nei versetti che accompagnano, in basso, ogni vignetta: si faceva veramente in quattro, gli spuntavano realmente le ali ai piedi, diventava proprio verde per la rabbia, arrivava a toccare il cielo con un dito, aguzzava l’ingegno mettendo la testa al tornio e così via. Nell’Africa (divertente) di Bilbolbul succedevano per definizione cose comunque strane, inconsuete, anormali, irriducibilmente “diverse” e lontane dal mondo e dal vivere civile. Proprio come allora, forse più di allora (con diverse varianti), molti pensano così dell’Africa di oggi. Il blog va per un mesetto in vacanza, anche se di tanto in tanto mi affaccerò: i vizi sono vizi…

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Matematiche diverse

Il più antico strumento di calcolo dell’umanità risale a 37.000 anni fa ed è stato trovato nelle montagne Lebombo, tra il Sudafrica e lo Swaziland. Un altro strumento del genere, un po’ meno antico, è stato scoperto da alcuni studiosi di etno-matematica nella regione dei Grandi Laghi, nella parte centrale dell’Africa. Si tratta di un oggetto d’osso chiamato "Ishango bone", che usa un sistema a base 12 ed è stato escogitato anch’esso diverse migliaia di anni prima della costruzione delle piramidi d’Egitto. Ne parla un sito creato da matematici della diaspora africana, che potete visitare qui: www.math.buffalo.edu/mad/index.html Di questo ed altri argomenti parla anche "Afro@Digital", un documentario del regista congolese Balufu Bakupa-Kanyinda. Nel documentario si mette in luce la compatibilità delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione con le culture africane, e anche le notevoli potenzialità di tali tecnologie. Questo pur tenendo conto del noto rischio del "fossato digitale", ovvero il rischio di nuove divisioni e forme di esclusione, del Sud del pianeta. Ne parla il sito www.newsreel.org/nav/title.asp?tc=CN0155, che viene segnalato da un bel blog di Ndesanjo Macha (http://digitalafrica.blogspot.com).

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Studenti in perizoma

Inonge Mbikusita-Lewanika, ambasciatore dello Zambia negli Stati Uniti, ha di recente raccontato il suo primo impatto con gli States, da giovane studente. Appena giunto, fu testimone dell’incredulità dei suoi ospiti, che si aspettavano di vedersi arrivare in casa un uomo seminudo, alla maniera dei film di Tarzan. Penso a quanti di noi si sono formati una immagine dell’Africa sulla base dei vecchi film (o dei nuovi cartoni), appunto, di Tarzan o – per chi è più avanti nell’età – anche leggendo fumetti come quelli di Cino e Franco. Il breve racconto dell’ambasciatore è riportato nel sito degli afro-americani www.blackcommentator.com, nel contesto di un articolo in cui si parla della consapevolezza, sempre più diffusa, della "orribile" copertura mediatica che viene fatta dell’Africa. Sarà anche un discorso che va avanti da decenni, ma, visti gli ancora scarsi risultati, non fa mai male riproporlo, ogni volta che si può.

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Il sito web dello sciamano

Malidoma è nato in Burkina Faso, è di etnia Dagara, e ha ottenuto due Phd (dottorati di ricerca) alla Sorbona di Parigi e alla Brandies University di Boston. Malidoma è uno sciamano. Uno sciamano tra due mondi, quello del Nord del pianeta e quello africano, con i piedi ben piantati nella sua società d’origine e anche il piglio, un po’ imprenditoriale, di un docente che insegna "medicina della Madre natura" e lo fa sapere tramite il suo sito internet(www.malidoma.com/Malidoma/index.html). Malidoma ha anche dato vita a una organizzazione non governativa "Echoes of ancestors", che svolge progetti culturali e di sviluppo nei villaggi del Burkina Faso. Se qualcuno pensa che le religioni tradizionali africane siano un fenomeno da museo, o semplicemente un fenomeno in via di estinzione, si sbaglia. Questo che ho citato è solo un esempio di come queste religioni, contrariamente a quanto si pensa, siano una realtà estremamente viva, dinamica, plastica.

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C’è vita (vera) nello slum

14 Luglio 2004 1 commento

Halima vive nella bidonville di Kibera, a Nairobi. Una realtà difficilissima, che molti hanno paragonato addirittura all’inferno. Ma usare metafore del genere non credo che aiuti a interpretare l’effettiva situazione di slums urbani come questo. Al massimo, fa capire l’impotente angoscia esistenziale di chi ogni tanto ci capita e ne riferisce al grande pubblico. Certo non aiuta a comprendere come tale situazione possa migliorare. Però basta andare a Kibera con occhi sgombri da pregiudizi, o anche farsi un semplice giro in Internet per vedere, ad esempio, che tante ragazze come Halima vanno a scuola, spesso affrontando il pregiudizio dei maschi (leggete qui); o per capire che anche in questi quartieri c’è una realtà umana di enorme spessore e una intensissima vita sociale, testimoniata, ad esempio, dalla presenza di numerose associazioni. Insomma: là dove ci immaginiamo (o ci fanno immaginare) solo disperazione e incapacità, in realtà esistono le energie per uscirne fuori, a patto di riconoscerle e sostenerle. Le stesse energie che altrove (penso a tante favelas brasiliane) hanno contribuito al risanamento urbanistico, ambientale e sociale delle periferie di città come San Paolo e Rio de Janeiro.

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L’avvocatessa “baluba”

10 Luglio 2004 3 commenti

Per caso ho assistito, martedì sera, a una puntata di "Diritto di difesa", su RAIDUE. A un certo punto, la civilissima e simpatica Piera degli Esposti, in veste d’avvocato, è inaspettatamente uscita fuori con una battuta in cui, sostanzialmente, per indicare una persona ignorante e arretrata, ha usato il termine "baluba". Termine che indica un antico popolo del Congo, ma che da molti, nel Nord Italia, è ritenuto estremamente offensivo. Strano che nella sceneggiatura di una fiction tutto sommato ben fatta e piena di buoni intendimenti sia presente qualcosa del genere. Giovedì, poi, su RAIUNO, in una serata su Padre Pio da San Giovanni Rotondo è intervenuta la cantante Antonella Ruggiero, che ha proposto uno stupendo "Kyrie". Peccato che né il presentatore, né una didascalia abbiano precisato che il brano era tratto dalla famosa "Missa Luba". E’ solo un caso che mi sia trovato a registrare questi due eventi. Li trovo, comunque, emblematici del modo in cui l’Africa e gli africani vengano trattati dai nostri media.

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Turismo intelligente?

7 Luglio 2004 8 commenti

Come giustamente molti dicono da qualche giorno, è arrivata l’estate. Tempo di vacanze, di stacco, di viaggio. Alcuni Paesi africani sono tra le mete turistiche preferite. Ne ho già parlato varie volte qua dentro, ma per me è sempre interessante, e sconcertante, andare a vedere, ogni tanto, come l’Africa viene rappresentata dagli operatori turistici, "normali", o "intelligenti e progressisti" che siano. Prendo un esempio del secondo caso, riportando alcuni brani dal sito di un’agenzia, fondata quasi vent’anni fa da due italiani, che ha base in un Paese dell’Africa Occidentale.

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Rispecchiamenti (e rifrazioni)

3 Luglio 2004 4 commenti

Il modo in cui si è percepiti dagli altri, e il modo in cui ci si auto-rappresenta, influisce notevolmente sulle sorti di un individuo, di un gruppo umano, di intere società. Nel caso dell’Africa, questo gioco di specchi ha prodotto sempre gravi danni, e continua a produrne. Una cattiva immagine della realtà africana, quella che si è stratificata nel corso dei secoli e che viene continuamente alimentata (da varie, anche insospettabili, fonti) compromette la possibilità, per gli africani, di giocare un ruolo a pieno diritto nell’arena globale. Esiste, inoltre, in questo campo, una sorta di peculiare Sindrome di Stoccolma, in virtù della quale molti attori africani arrivano a condividere, o ad accettare passivamente, le rappresentazioni altrui che li inchiodano alla marginalità. Un testo del presidente sudafricano Thabo Mbeki che risale a tre anni fa affrontava con molta lucidità questa ed altre problematiche, e mi sembra interessante riproporlo, dal punto di vista che viene adottato in questo blog.

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