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Archivio Giugno 2004

Il subdolo Monostatos

30 Giugno 2004 9 commenti

La scorsa settimana, molti romani hanno potuto apprezzare, a Piazza del Popolo, "Il flauto magico", l’ultima opera di Mozart, che andò in scena nel settembre del 1791. E hanno potuto apprendere dalle parole leggere di Claudio Bisio quanto sia radicato nella nostra società il disprezzo per la persona "di colore". In quest’opera stupenda, infatti, uno dei personaggi più negativi è rappresentato dal "moro" Monostatos, emissario della regina della Notte e subdolo insidiatore di fanciulle. Chi volesse (rapidamente) saperne di più su quest’opera può andare su: www.zen-it.com/sc/SCflautomagico.htm o su: http://digilander.libero.it/arguto/flauto.htm

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Il globo in una sfera

26 Giugno 2004 4 commenti


La Francia ha appena perso con la Grecia ai campionati europei. Ma le riflessioni dello scrittore Manuel Vazquez Montalban (mi scuso per gli accenti, che non riesco a mettere) mi suonano comunque di una certa attualità, anche se scritte 6 anni fa. A margine, mi interrogo sul ruolo persino positivo che il calcio può avere nei rapporti tra i popoli, sempre che ci siano intelligenze pronte a capirlo. Ma intanto, gli eventi vanno avanti per conto loro, in attesa di interpreti. Ecco un estratto dall’articolo dello scrittore scomparso, dal sito: www.vespito.net/mvm/mondiali.html *** Mondiali multirazziali MANUEL VÁZQUEZ MONTALBÁN La Repubblica, 12 / 7 / 1998. Noi che aspettavamo che dal campionato mondiale di calcio di Francia venisse fuori una grande verità rivelatrice abbiamo avuto la nostra ricompensa, perché, tenuto conto del gioco messo in mostra e del traffico di giocatori che ne conseguirà, abbiamo capito che Nietzsche aveva ragione: ci sono popoli nati per esportare giocatori di calcio e altri per importarli. Nietzsche ci serve anche per giudicare la non evitata deificazione di Ronaldo: "Ma noi ti aspettavamo tutte le mattine, prendevamo da te quel che ti avanzava e ti benedivamo con gratitudine" (da Così parlò Zarathustra). Il calcio africano e asiatico non è stato all’altezza delle aspettative, tranne nel caso della Nigeria, ma i giocatori africani, asiatici e delle Antille sono serviti come innesti vivificanti del calcio europeo, specialmente delle selezioni dell’Olanda e della Francia, che sono quelle che hanno giocato meglio. Il Brasile è da anni il prototipo di una selezione multirazziale, logica conseguenza per un paese multirazziale, ma questa volta ha voluto giocare a risparmio del talento, come l’Italia, che ha tentato di nascondere che sa giocare bene e ci è riuscita. Che giocatori di origine berbera o antillana, come Zidane e Thuram, abbiano segnato la differenza della selezione francese deve aver causato una cirrosi epatica a Monsieur Le Pen, necessariamente allarmato perché questo mondiale sembra organizzato dalla Sos Razzismo e non dalla Fifa. Inoltre, il giorno in cui squadre come il Camerun, l’Arabia Saudita, la Repubblica sudafricana, l’Iran, il Marocco, scopriranno che giocare a calcio non vuol dire soltanto volteggiare la palla ed esibire certe abilità corporee e tattiche, il rapporto di forza tra il Nord e il Sud all’interno del calcio mondiale volgerà verso il Sud o verso un definitivo meticciato epico, annuncio di un inevitabile meticciato economico, politico e sociale. Se non ci riesce il calcio non ci riuscirà nient’altro, perché è stata provata la sua vocazione di religione mediatica ecumenica egemonica, in aperta concorrenza con l’ecumenismo cattolico, quello della Coca- Cola e quello della catena MacDonalds. Soltanto il ridicolo ruolo svolto dalla selezione degli Stati Uniti può impedire che, simile a una quinta colonna, il calcio penetri negli Usa come un dio sulle spalle bagnate degli immigranti che attraversano il Rio Grande. (…) Osservi l’acuto lettore in che modo selezioni che hanno deluso i loro tifosi come Spagna, Italia, Germania o Argentina, non abbiano seguito la politica di integrazione multirazziale dei calciatori e se tale atteggiamento era prevedibile nella Germania, convinta che undici giocatori alti due metri e il Deutschland über alles dalle gradinate la rendessero invincibile, il fatto non ha giustificazione per quanto riguarda Spagna, Italia o Argentina, popoli alluvionali e tra i maggiori esportatori di emigranti. Squadre multirazziali o morte. Problema da risolvere cambiando le leggi che regolano l’immigrazione o mettendo su laboratori di ingegneria genetica negli scantinati delle federazioni di calcio interessate. (Traduzione di Hado Lyria) Nella foto: il calciatore camerunese Geremi Njitap (dal sito: gereminjitap.sports.fr/. ../vie/cameroun.asp)

Il Nobel e la miss

23 Giugno 2004 4 commenti


Qua dentro si discute poco di attualità. Se ne parla così bene altrove, che mi astengo dal farlo in questo blog, dedicato a questioni forse meno urgenti, ma a ben vedere comunque importanti. Ho riletto alcuni interventi su quanto avvenne due anni fa, in occasione di una drammatica edizione di Miss Mondo in Nigeria. Molti di voi lo ricorderanno. Ci fu una discussione molto aspra sulla iniziativa in sé, sul suo significato, sui disordini che avvennero in concomitanza con l’iniziativa. Tra gli argomenti portati nel dibattito ve ne erano molti seri, e con un loro indubbio fondamento…. ma scava scava, sotto giuste ragioni, emergevano anche tanti pregiudizi. Qualche esempio: – perché fare una iniziativa del genere in un Paese africano, come se non avessero tanti guai per conto loro? (gli organizzatori avrebbero dovuto spendere il denaro in ben altro modo); – perché fare una iniziativa del genere, che va contro le donne? (sotto-argomento) nel Nord del mondo facciamo queste cose, ma insomma non esportiamo questo modello anche da "loro"…. La mia domanda è: quale immagine degli africani ("non detta" ma presente) emerge da considerazioni di questo tipo? Mi fermo qui, e riporto due testi dell’epoca. Uno del Nobel per la letteratuta Wole Soyinka, nigeriano. L’altro è un editoriale de "Il riformista". Ve li sottopongo tanto per riflettere. Corro il rischio di subire qualche seria reprimenda, ma invito chi legge a "vedere oltre". Nella foto: Miss Sylvia Anser Nigeria 2002 (dal sito: www.ypforum.org/women) **** (dal sito www.repubblica.it del 22 novembre 2002) Il Carnevale della bellezza e la Bestia dell’intolleranza di WOLE SOYINKA DOVEVA succedere. Avendo perso la prima battaglia, cioè evitare che in terra nigeriana si svolgesse il concorso di Miss Mondo, era scontato che l’agenda dei fondamentalisti alla prima occasione sfogasse la propria frustrazione. Non era bastato che gli organizzatori avessero fatto slittare la data della finale, in segno di rispetto per il Ramadan, il periodo che i musulmani dedicano al digiuno, alla purificazione e – in caso qualcuno se ne sia dimenticato – alla pace. Non era nemmeno bastato che fosse stata presa l’assurda decisione, altra concessione, di non far apparire le concorrenti in costume da bagno per la finale di Abuja, capitale della Nigeria. E neppure che il capo dello Stato, il presidente Olusegun Obasanjo, che aveva precedentemente acconsentito a ricevere le partecipanti in una visita di cortesia, avesse poi cambiato idea per rispetto alla sensibilità dei musulmani. Tutto ciò non aveva fatto altro che stuzzicare l’appetito della bestia dell’intolleranza, per la quale una superficiale perdita d’immagine poteva essere lenita soltanto con una perdita di vite umane. Il giornale che avrebbe commesso il presunto peccato, "This day", ha pubblicato le sue scuse ossequiose e una ritrattazione dell’articolo che ha destato sdegno. Le scuse sono state accolte in modo sentenzioso dai leader musulmani e dal Supremo Consiglio Islamico, che hanno posto l’accento sul fatto che il giornale ha mostrato di essersi pentito. Tuttavia nelle dichiarazioni dei leader musulmani non c’era nulla che fosse stato considerato necessario dire per esprimere il rimorso per la perdita di vite innocenti, né compariva alcun rimprovero severo per le orde di fanatici che hanno scorrazzato per le strade di Kaduna, appiccando incendi e massacrando. Lo schema è diventato insopportabilmente famigliare ormai – una presunta mancanza di rispetto, talora addirittura l’inadempienza da parte del governo di risolvere tempestivamente una richiesta irragionevole che viola i diritti civili degli altri – e subito arriva la reazione, la violenza che si scatena nei confronti della popolazione ignara! Prima o poi, nelle società come la mia, occorrerà affrontare la questione della libertà di espressione, e la natura della debita risposta consentita qualora si ritenga che tali espressioni abbiano leso la sensibilità di alcuni. Una società che tollera il massacro di innocenti, o l’incitamento a uccidere, considerandoli una debita e legittima risposta, è una società squarciata al di là di ogni possibile rimedio. Per ora, che sia ben chiaro questo: la presunta offesa perpetrata dal giornale, che si è limitato a riportare il commento di un cittadino, è soltanto una scusa. Qualsiasi cosa, qualsiasi e nessuna, avrebbe potuto innescare la più che prevedibile sommossa. Se una "dichiarazione offensiva" non fosse opportunisticamente intervenuta, i ribelli se ne sarebbero inventati una o avrebbero dato inizio ai tumulti anche senza. Questi individui si sentono in obbligo di provare, ripetutamente, che sono pronti ad arrivare a tutto pur di imporre il loro concetto di adeguata condotta umana alla società loro più prossima o persino al mondo intero. I parametri di che cosa sia un’"offesa" sono ormai privi di definizione, e si sono dilatati all’infinito. Mentre negano agli altri il diritto alla libertà di espressione, esercitano il loro sotto forma di spargimento di sangue. Le strade dell’antica città di Kaduna sono inondate di sangue perché un gruppo di fanatici assassini non accetta il diritto degli altri a esprimersi glorificando il corpo umano. Forse a questo punto occorre che io ricordi la mia opinione sui concorsi di bellezza in generale. Li ho sempre considerati qualcosa di frivolo che non contribuisce per nulla a valorizzare la femminilità. Tuttavia, l’edizione del 2002, il suo svolgimento in una nazione la cui esistenza essenzialmente pacifica da secoli è stata in tempi recenti brutalmente sconvolta, è un avvenimento cruciale. La Nigeria, nel caso qualcuno se lo sia dimenticato, è quella nazione formata da altri trenta stati in cui un animale politico estremamente calcolatore ha improvvisamente sguainato la spada del fondamentalismo religioso al fine di guadagnarci politicamente, dando un pericoloso esempio che è stato seguito da altri otto stati. Il governatore di quello stato, Zamfara, ha dichiarato la sua intenzione di governare nella stretta osservanza dei principi della Sharia. Questo, come ho più volte avuto occasione di dire, è stato un vero atto di secessione, e le molteplici violente dimostrazioni alle quali sin da allora abbiamo assistito, originate da quella dichiarazione, e in gran parte architettate, sono state lo scopo di un’agenda politica secessionista che cerca di distinguersi camuffandosi da religione. Dopo poco si è arrivati alle amputazioni delle mani per i ladri, in aperta violazione a quanto previsto dal codice penale nazionale che – sia ben chiaro! – concede sì alla Sharia la sua legittimità, ma definisce limiti inequivocabili per la sua applicazione nell’amministrazione della giustizia. La misura punitiva più famigerata della Sharia, tuttavia, è stata la sentenza di condanna a morte con l’accusa di adulterio di due donne. La prima è stata prosciolta in appello per un vizio di forma, mentre la seconda, Safiya, corre tuttora il rischio della sentenza capitale, quella massimamente sadica essere seppelliti fino al collo e lapidati a morte. Ma questo, tuttavia, non accadrà. No, quella condanna non verrà comminata. Il governo nigeriano ha dato assicurazioni al mondo che non lo farà e gli stati che applicano la Sharia l’hanno compreso. Uccidere Safiya equivarrebbe a oltrepassare la linea di non ritorno e, per le ragioni più disparate, nessuno degli stati in questione è disposto a spingersi così in là. Quindi ciò cui stiamo assistendo sono semplicemente delle sanguinose incursioni nella coesione della nazione nigeriana, gesti di sfida concepiti per mettere in guardia il governo centrale che gli stati ribelli sono determinati a far valere la loro autonomia, quella di cui gli altri stati non godono, e che non intendono adeguarsi a quanto prevede la costituzione che definisce la nazione conosciuta con il nome di Nigeria. Quando uno stato agisce al di fuori di una costituzione, ha effettivamente proceduto a separarsi dall’entità che quella costituzione governa. Sì, il concorso di bellezza è un peccato di secondaria importanza e alcuni potrebbero obiettare che in realtà sminuisce lo status della femminilità. Tuttavia, potendo scegliere tra il volto barbuto dall’aspetto di un Taliban di un qualsiasi amministratore della Sharia, che lancia le sue imprecazioni contro il concorso di bellezza in tv, e la vista delle eteree aspirazioni della massima femminilità che sfilano in passerella, io non ho dubbi, e scelgo la seconda. Sfortunatamente, il nostro mondo è infestato da individui per i quali i fianchi flessuosi evocano soltanto sogni di amputazioni. Un bel volto li fa soltanto fantasticare, forse persino sbavare, sull’ammasso carnoso che ne resterebbe al termine del rituale della lapidazione, vero segno dell’età della pietra. E’ pur vero che anche il concorso di Mister Universo, altrettanto ridicolo, sfoggia il massimo esibizionismo, ma devo ancora sentire di tumulti scoppiati per l’esposizione di quei grotteschi muscoli addominali, di quel flettersi di bicipiti improbabili. I partecipanti al concorso di Mister Universo indossano succinti pantaloncini con più che riconoscibili rigonfiamenti, appena un po’ meno pronunciati ed evidenti degli inguini strettamente fasciati dei ballerini. Dal momento in cui ho appreso dell’ostracismo settario nei confronti della versione femminile del concorso di Mister Universo che si sarebbe tenuta in Nigeria, ho subito compreso che sarebbe immediatamente diventato qualcosa di diverso da un concorso di bellezza e avrebbe assunto delle gravi connotazioni socio politiche. Ogni qualvolta i miei viaggi mi hanno portato in un luogo in cui si boicottava un qualsiasi avvenimento – in Sudafrica, in Italia e negli Stati Uniti – ho sempre deliberatamente trovato del tempo per far sentire la mia opposizione al boicottaggio. Mai una frivolezza ha assunto una profondità simile nel carattere pluralista che costituisce l’essenza stessa della nazione nigeriana! La distruzione delle proprietà e i massacri di esseri umani sono sempre in una comunità avvenimenti traumatici che affliggono e destano ira, ma gli organizzatori del concorso di bellezza, così come le partecipanti, devono sentirsi assolutamente privi di colpa. La colpa è dei reparti d’assalto dell’intolleranza, dei manipolatori delle orde assassine di fanatici privi di cervello. La nazione piangerà i morti e porterà soccorso ai mutilati e ai famigliari delle vittime, ma la nazione dovrà anche comprendere che essa stessa scenderà nel camposanto delle nazioni che non sono riuscite a far valere i principi della pluralità, della scelta e della tolleranza. Il fenomeno dell’intolleranza sta divorando un mondo che può sopravvivere soltanto nella coesistenza pacifica. Gli accomodanti stanno ripiegando su moltissimi fronti, e non comprendono che ogni luogo di coesistenza abbandonato è immediatamente occupato dagli aggressivi fanatici. Questi avanzano sempre più, esigendo e conquistandosi sempre di più, con sempre maggiori pretese sullo stile di vita degli altri. La mente dello zelota è un insaziabile buco nero, che divora tutto ciò che rende la vita luminosa e sopportabile. Ecco perché Miss Mondo deve andare avanti. Il governo ha la responsabilità di garantire che questo accada. Fino a quando la Bestia della Bigotteria imperverserà nelle strade, tutti coloro che lo desiderano dovranno continuare a celebrare il Carnevale della Bellezza. L’autore, nigeriano, è premio Nobel per la Letteratura (Traduzione di Anna Bissanti) **** Da Il riformista, EDITORIALE del 26 Novembre 2002 MISS MONDO: Glenda non ama i nudi Il Nobel nigeriano invece si Dunque non sono solo i fondamentalisti islamici della Nigeria a odiare il concorso di Miss Mondo. Anche la sinistra chic occidentale nutre gravi riserve morali sulle reginette di bellezza. (E anche Afef). Le femministe tuonano a Londra, dove in tutta fretta l’annuale esposizione di avvenenti fanciulle aveva chiesto asilo politico. Germaine Greer definisce il concorso «orribile». E Glenda Jackson «ridicolo e fuori moda». Ricordiamo la Glenda, straordinaria attrice due volte premio Oscar e meno straordinaria parlamentare laburista ora, immortalata al cinema in un folgorante nudo, in "Donne in amore" con Oliver Reed. Evidentemente le sue nudità anni Sessanta erano politicamente corrette, moralmente provocatorie ed eticamente progressiste. Mentre le molto più pudiche seminudità delle miss del Duemila sono un inconfondibile segno dello sfruttamento dell’uomo sulla donna, e della commercializzazione del corpo femminile. Ma il punto che ci interesa sottolineare è un altro. E’ sempre stupefacente assistere alla accigliata superiorità morale con la quale i progressisti ben pasciuti e sessualmente appagati del nostro mondo giudicano le vicende dell’altro mondo. Avendo in uggia il sistema di valori in cui sono nati e cresciuti, e della cui libertà godono, sembrano quasi augurarsi che non attecchisca prima o poi anche nell’altro mondo, laddove un po’ di sano rigore religioso e di antiche e care tradizioni locali può finalmente far argine all’ignominia di fast food e spogliarelli. Così da restare allibiti quando un insospettabile, un uomo di quel mondo, magari Nobel per la Letteratura, come il nigeriano Wole Soyinka, su Repubblica di sabato scorso, ricorda a tutti che prima di perfezionarla, a loro la libertà piacerebbe averla. E scrive: «Ecco perchè Miss Mondo dovrebbe andare avanti. Fino a quando la Bestia della Bigotteria imperverserà nelle strade, tutti coloro che lo desiderano dovrebbero avere la possibilità di celebrare il Carnevale della Bellezza».

In ordine sparso

18 Giugno 2004 5 commenti


Tre brevi telegrammi di fine settimana. Li devo scrivere tutti attaccati, tipo ultimo capitolo dell’Ulisse di Joyce, altrimenti (non so perché) non vengono pubblicati. Mistero. Buffo. Primo. Si è conclusa mercoledì a Dakar la seconda conferenza regionale sull’insegnamento secondario in Africa. Figurarsi se a qualche organo d’informazione nostrano gliene fregava qualcosa di informare su un tema così cruciale,anche per noi (se non si è ciechi e sordi). Potete comunque avere qualche resoconto su: http://fr.allafrica.com/ (è la versione francese, ma esiste anche in inglese). Secondo. In compenso, ho letto oggi un’agenzia ANSA secondo la quale, sembra, un keniano ha fatto morire 500 coccodrilli a seguito di una lite con alcuni ambientalisti. Dispiace per i coccodrilli, anche se la confezione della notizia fa pensare a qualche “aggiustamento” per renderla appetibile al lettore occidentale. In ogni caso, al fascino del coccodrillo non si sfugge (vedi il post del 29 maggio). Terzo. E’ uscito un libro di Baye Ndiaye, senegalese, presidente del Centro orientamento studi africani di Milano. Il libro si intitola “Vicine di casa” (EMI Bologna) ed è dedicato all’auspicato rapporto di scambio e di “buon vicinato” tra Europa ed Africa. Nella foto: un liceo a Pout, Senegal (in: www.milanpresse.com/…/ img/p3-senegal_1.jpg)

Il villaggio e l’università

15 Giugno 2004 11 commenti

Come mai la cooperazione internazionale nei Paesi africani sostiene spesso l’istruzione primaria e trascura quasi del tutto l’istruzione universitaria? Credo sia una cecità non di rado "interessata", e che molte persone di mentalità progressista, di fatto, condividono, quando nella lista dei grandi problemi del continente africano non inseriscono mai, accanto al debito estero, all’AIDS, ai conflitti o all’analfabetismo anche la fuga dei cervelli. Questa carenza di visione può produrre politiche monche e di corto respiro, e condanna le società africane a rimanere senza una guida adeguata. Senza contare i costi economici: 10 anni fa fu stimato che per ogni medico formato in un Paese dell’Africa sub-sahariana si spendevano 20.000 dollari. Su questo tema, ho letto un interessante intervento di Joseph (jtm) sul blog di Adriana (link a Oftalmo, qui a fianco). Ne riporto un brano. Nel mio paese (Rdc, 56 milioni di abitanti, più di 7 volte la superficie dell’Italia), secondo me la povertà che fa più male al paese non è quella di un villaggio, ma quella dell’università di Kinshasa. Dopo un secolo di colonizzazione, il paese arrivò all’indipendenza con, in tasca, 1 oppure 2 laureati, non di più. Sta lì l’inizio della tragedia congolese, che è tuttora in corso. L’università di Kinshasa fu quindi costruita in fretta, alla vigilia dell’indipendenza, da organismi vicini alla Chiesa cattolica. E’ l’università la più importante di tutta l’africa centrale; è quella che ha dato al paese la sua "intelligentia" (che non ha mai preso il potere). Costruita 50 anni fa per ospitare 3000 studenti, oggi ne "ospita" 30.000. Nel frattempo, non è mai stata costruita una sola nuova infrastruttura, una sola nuova aula, una sola nuova bilioteca, un solo nuovo laboratorio. Questa università è stata distrutta dalla dittatura che fu imposta al paese, per quasi 30 anni. Ci vuole non un post, ma un libro, per descrivere il dramma di questa università: il dramma dei professori, degli studenti, delle infrastrutture. Penso che nessuno è ora in grado di valutare la vera dimensione della tragedia che ne scaturirà, per il "futuro" del paese. Nel frattempo, girano nel paese centinaie di ong americane, europee: nessuna ha occhi per vedere quest’altra povertà. Visibilmente i loro interventi sono guidati da altri criteri. Come mai non si vuole sostenere gli attori che già ci sono? Nulla da aggiungere, semmai da approfondire, perché il tema merita un grande spazio, quello che di solito non ha.

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La qualità non è un lusso

12 Giugno 2004 5 commenti

Inutile girarci attorno: la spesa sanitaria pro capite negli Stati Uniti (nel periodo 1990-1998) è stata di 3.950 dollari, mentre nel Madagascar è stata di 16 dollari. Eppure, è interessante notare come esista, accanto alla globalizzazione delle ingiustizie, anche una sorta di globalizzazione delle consapevolezze e delle prassi. In campo sanitario, ad esempio, si nota un crescente parallelismo nel modo in cui si affrontano i nodi principali dei sistemi sanitari. Ad esempio, il modo di assicurare il welfare sanitario o quello di trattare la delicata questione dell’accessibilità ai servizi, o ancora quello di porre all’attenzione il tema della qualità dei servizi. Su quest’ultimo aspetto faccio un esempio, che rende l’idea di come alcune questioni siano ormai parte della coscienza di operatori e, soprattutto, di cittadini a tutte le latitudini. In Burkina Faso si è rilevato che la gente non va nei moderni ospedali non tanto perché è "ignorante" o legata indissolubilmente ad ancestrali credenze di medicina tradizionale, ma perché – semplicemente – in queste moderne strutture non si sente accolta in modo adeguato. Un ovvio e semplice ragionamento che farebbe chiunque di noi. Non sarà dunque il caso di cominciare a pensare la sanità nei Paesi africani in un modo diverso? Sto facendo una specie di ping-pong su questi temi con Adriana, che ha un bel blog indicato qui a fianco come "Oftalmo". Data l’ora, non mi dilungo, e per ora mi fermo, ma almeno indico, per chi volesse approfondire, un numero speciale, il n. 3 del 2002, della rivista "Salute e società" (Franco Angeli), che con alcuni colleghi del CERFE abbiamo curato. Il titolo è "Per una interdipendenza attiva tra Nord e Sud del pianeta". Ci sono saggi, note e interventi per farsi una idea meno scontata di quello che è la salute nei Paesi del Sud, in particolare di quelli africani. Ovviamente, ci tornerò su.

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Ancora sul garibaldino africano (poi basta, per ora)

9 Giugno 2004 4 commenti

Bisogna pur chiudere il cerchio, quando se ne ha la possibilità. Ho ritrovato questo intervento del prof. Pedro Miguel, angolano, relativo a un suo connazionale che ha partecipato alla spedizione dei Mille. Ne avevamo già parlato in alcuni post di poco tempo fa, ma Miguel aggiunge preziose informazioni, per chi è curioso delle pieghe che a volte prende la storia. L’intervento risale al novembre del 2002 ed è tratto da questo sito.

E’ il Nord che ha unito l’Italia”. Questa affermazione del Ministro alle Riforme Istituzionali Umberto Bossi mi ha suscitato una curiosità e sono andato a rinfrescare le mie conoscenze storiche in fatto di Unità d’Italia. In particolare, dato l’esplicito riferimento alla spedizione dei Mille di Garibaldi (“I Mille erano soprattutto bergamaschi e bresciani”) ho verificato che: 1. I mille in realtà erano 1090; 2. Tra loro vi erano 157 bergamaschi e 59 bresciani; 3. Fra i restanti 874 non bresciani e non bergamaschi vi era un angolano. Sì, angolano, cioè proveniente dall’Angola, paese dell’Africa occidentale che, ai tempi della spedizione dei Mille era colonia portoghese. Questo signore si chiamava Emanuele Angelo BERIO. Si dà il caso che anche io sia angolano per cui un’altra curiosità si è aggiunta a quella primaria provocata dalle dichiarazioni del Ministro Bossi: cosa diavolo ci faceva un angolano, di probabili origini italiane, alla spedizione dei Mille? E ancora, come un italiano o discendente di italiani, già si trovava, evidentemente da extracomunitario, in Angola sin dai tempi di Garibaldi? Le mie ricerche hanno dato frutti insperati e, spero, interessanti anche per il Ministro Bossi. Dunque: quando l’esercito napoleonico fu disperso, a seguito della disfatta dell’Imperatore, un buon numero di soldati italiani che ne facevano parte fu deportato in Portogallo e di là in Angola. Qui i soldati furono arruolati di forza nell’esercito coloniale portoghese e, una volta terminato il servizio, i sopravvissuti, dopo essersi sposati con donne angolane, si radicarono nel territorio svolgendovi attività e commerci diversi. Ma, a detta degli storici portoghesi, molti di loro trasmisero ai loro figli “ il fuoco degli antichi soldati napoleonici”. Ecco dunque da dove proviene quell’Emanuele Angelo Berio che, fra bergamaschi e bresciani, decise di andare a Quarto per fare, anche lui, da extracomunitario, l’unità d’Italia. Per fortuna, all’epoca, non era stata ancora approvata nessuna legge sulla immigrazione………. . Prof. Pedro Miguel

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I professionisti assenti


Quelli che vedete, accolti da Nelson Mandela, sono i finalisti del premio "giornalista africano dell’anno" promosso dalla CNN, edizione 2003. I giornalisti sono tra i tanti attori sociali che non sono mai presenti nell’iconografia corrente dell’Africa sub-sahariana. Possiamo facilmente imbatterci in persone sofferenti, in dittatori sanguinari, in musicisti dai vestiti sgargianti, in ragazze di misteriosa bellezza. Certo che esistono, ma come mai nei reportages vediamo raramente operatori dell’informazione, medici, giudici, avvocati, ingegneri, informatici, scienziati sociali, docenti, tecnici, funzionari, commercianti, dirigenti di organizzazioni di cittadini? Eppure ci sono, e danno un loro contributo, tra mille problemi, a mandare avanti i loro Paesi. Ma la loro visibilità pubblica, almeno da noi, è schiacciata da una rappresentazione dualistica di comodo: governi corrotti, da una parte, contro masse di poveri, dall’altra. Troppo semplice. Non che non esistano i governi corrotti, né i poveri (e chi li rappresenta). Figurarsi. Ma un quadro semplicistico inchioda l’Africa a un sorta di eterno presente senza speranza, che non corrisponde alla realtà. Ho visitato un sito da cui si accede alle opere di numerosi e importanti fotografi che hanno ritratto l’Africa. Il sito, suggerito da Oftalmo (vedi il link a fianco) è: www.africanaperture.com Le foto sono stupende, ma… manca qualcosa. Uno scatto è una selezione, come tutte le azioni della vita. E gli scatti fotografici, a ben vedere, tendono a selezionare sempre alcune cose a scapito di altre, alcuni attori a scapito di altri. Si sceglie di far vedere alcuni gruppi umani, ma mai altri. Sarebbe interessante approfondire questo argomento. Non per occultare i problemi, ma per far capire che esiste anche qualcuno (non solo le nostre organizzazioni caritatevoli) che già sta facendo qualcosa. Ed è africano.

Neo-razzismi

2 Giugno 2004 5 commenti


Le razze esistono. Ma attenzione: soltanto (si fa per dire) come fatto sociale, come rappresentazione diffusa. E al vecchio razzismo di ieri (comunque ancora presente in tanti ambiti della nostra vita sociale) subentra oggi un nuovo atteggiamento discriminatorio, tutto basato sulla sottolineatura del fossato culturale che separerebbe i Paesi del Sud dai nostri. Uno studio di Bruno Gouteaux approfondisce antiche e nuove manifestazioni dei rapporti tra l’europeo (nella fattispecie, il francese) e l’Altro, a seconda dei casi categorizzato genericamente come "africano", "maghrebino", "arabo". Per chi legge il francese vale la pena di esaminare il testo, che si trova qui: http://iso.metric.free.fr/03/racialisme-gouteux.htm Cambio argomento, ma mica tanto. Ho letto oggi che una ragazza boliviana è stata scartata dalla partecipazione a Miss Universo in quanto "troppo alta e bianca", dunque poco rappresentativa delle donne del suo Paese. La ragazza, per difendersi, ha fatto peggio di chi l’ha scartata. Riporto una notizia di un’agenzia al riguardo: Il caso di Gabriela Oviedo, 21 anni, ha provocato polemica in Bolivia, uno dei Paesi occidentali più poveri. «Sfortunatamente, le persone che non conoscono bene la Bolivia pensano che siamo tutti solo indiani… poveri e bassi», ha detto in inglese l’aspirante miss ai giornali locali dall’Ecuador, dove si terrà martedì il concorso. «Io vengo dall’altra parte del Paese… e siamo alti, siamo bianchi e parliamo inglese», ha aggiunto. Il viceministro della Cultura boliviano Maria Isabel Alvarez Plata ha condannato le dichiarazioni di Oviedo come "razziste" e la Confederazione orientale degli Indiani, un gruppo influente, l’ha invitata a dimettersi dalla gara. La Oviedo ha detto alla tv locale di sentirsi "molto male" per l’intervista e che non voleva offendere nessuno. (News2000) Come la mettiamo? Brutta faccenda…. Leggete il sito di Indimedia, per avere una idea di alcune reazioni alle dichiarazioni della fanciulla: www.bolivia.indymedia.org/ay/2004/05/9322.shtml Potremmo dire che al mondo succede di peggio, ma il peggio inizia sempre così, in sordina.