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Archivio Aprile 2004

Dopo 6 anni…..

28 Aprile 2004 1 commento

Mi ha molto colpito leggere il resoconto di un seminario del COE svoltosi a Milano nel marzo del 1998, dedicato a "La Scuola racconta l’Africa". Lo potete trovare nel sito www.manitese.it/cres/stru1098/rubriche.htm Sentite cosa diceva la montatrice cinematografica tunisina Kahena Attia: E’ vero che l’Africa è il villaggio rurale, il pagne, il tam-tam, le maschere, le donne segregate… ma l’Africa non è solamente questo! Vi è anche un’Africa della società urbana, dei bambini che vanno a scuola, della gente che lavora nelle fabbriche e negli uffici, delle donne emancipate e all’avanguardia anche all’interno della stessa società islamica. E ancora, quello che diceva Olange Silou, giornalista e sociologa di Guadalupa: Quest’Africa "tradizionale" delle capannne e degli scenari esotici, dove la "modernità" non è ancora arrivata, non esiste o almeno non è tutta l’Africa. La tradizione africana esiste, nel passato, nel presente e nel futuro, ed è, appunto, la tradizione di un’Africa rurale, della cultura orale, della vita comunitaria; si tratta però di una tradizione non statica ma dialogica, in un rapporto dinamico fra il passato, la realtà attuale e il progetto futuro. L’Africa, ha proseguito Osange Silou, è un mosaico di culture, di religioni, di civiltà; ha più storie, più realtà economico-storico-politico-culturali, dunque è un insieme di globalità, di realtà sfaccettate e complesse che non possono essere "semplificate" e unificate in un "tutto indistinto" perché questo sarebbe un modo superficiale e scorretto di percepire l’Africa. Senbrano testi scritti oggi. E’ evidente che, a scuola e fuori, dopo sei anni, c’è ancora molto da fare.

I cantanti e l’Africa

Tra "quelli che…" (alla Jannacci) a un certo punto della vita "scoprono" l’Africa vi sono numerosi cantanti. Di recente, cito a memoria, ricordo Daniele Silvestri e Roberto Vecchioni . L’Africa rappresenta per loro fonte di ispirazione, occasione di denuncia, opportunità di "fare del bene", e – ovvio – un espediente per vendere qualcosina in più e migliorare l’estetica degli show: non mancano mai la corista o un percussionista di colore (siamo sempre all’africano che deve per forza suonare il tam-tam: a quando, nelle band, un tastierista senegalese o un sassofonista camerunese?). Ci tornerò sopra. Nel sito della Nazionale Cantanti (www.nazionalecantanti.it/solid_real.php) ho cominciato a leggere il diario di Andrea Mingardi, inviato in missione in Kenya e in Somalia, a verificare l’uso dei fondi raccolti. Molto istruttivo. Ho interrotto la lettura alle prime pagine, perché ho trovato solo una lista di guai, alcuni purtroppo noti, altri meno (Mingardi ha da ridire pure sul cielo grigio di Nairobi e sul fatto che, andando in Somalia, dall’aereo non ha visto manco un elefante). Ma prometto che andrò avanti fino in fondo. Suggerisco, per cambiare aria intellettuale, un testo di non facile lettura, ma di notevole profondità, di Olu Oguibe, artista nigeriano, docente di storia dell’arte in numerose università europee e nordamericane. Il testo si intitola "Esoticità", ed è stato pubblicato nel n. 4 di "Società africane" (www.africansocieties.org) (attenzione, il giornale appare in inglese, ma cliccando in alto si può accedere alla versione italiana). Ne riporto un brano, ma vale la pena di leggerlo per intero. Oguibe parla dell’"Africa" come di un costrutto storico, allo stesso modo dell’Europa, e afferma: (…)"Già vediamo le pericolose potenzialità di tali invenzioni nelle mani dell’Estraneo invasore. Ciò è evidente nella grande ondata di interesse pseudoaccademico alla vita, alla cultura e all’arte “africana”, durante e immediatamente dopo il colonialismo. Mentre all’inizio il costrutto totalizzante era usato per sottolineare la peculiarità della mente “selvaggia”, giustificando quindi l’intervento dell’Esterno, esso è poi rimasto in uso nel giustificare il volto mutevole di quella missione. Dal cristianesimo redentore all’antropologia di recupero, è rimasto essenziale mantenere viva questa invenzione. Anzi, l’esigenza sembra maggiore oggi più che mai dal momento che il crollo del colonialismo e l’affermarsi di discorsi di contestazione pongono l’antropologia, ancella dell’Impero, in pericolo. La crisi di rilevanza dell’antropologia, sommata al caratteristico opportunismo di carriera occidentale, ha avuto bisogno della graduale reinvenzione di un’Africanità singolare e unica nel suo genere, degna dello Sguardo Intento dell’Esterno. Il nuovo prodotto trova clienti ben disposti in studiosi, policy makers, organizzazioni non governative e di aiuto che cercano oggetti di beneficenza. Senza un’Africanità singolare, distinta e condannata, in quale altro modo potrebbero giustificare la pietà che li pone avanti e al di sopra di tutto? Se l’Altro non ha forma, l’Uno cessa di esistere" (…) Buon fine settimana.

Africani in vetrina

Ho letto una ricerca di notevole interesse, presentata da Guido Abbattista. Si intitola "Dagli Ottentotti agli Assabesi. Preambolo a una ricerca sulle esposizioni etniche in Italia nel sec. XIX" e si trova a questo link: www.cromohs.unifi.it/9_2004/abbattista_ottassab.html E’ uno studio riguardante il modo in cui gli Ottentotti – e in generale i popoli africani – sono stati resi oggetto, nel corso degli ultimi secoli, di studi naturalistici, filosofici e sociali tesi a costruire l’immagine dell’africano in quanto "altro da noi". Sia in senso negativo (il "selvaggio ignobile"), sia in senso – si fa per dire – positivo (il "buon selvaggio"). Comunque "selvaggio". Abbattista analizza le procedure intellettuali e gli strumenti culturali con cui tale immagine si è costruita. Una di queste sono le "esposizioni etniche" di fine ’800, che si tennero anche in Italia, in cui rappresentanti di questa o quella popolazione venivano letteralmente "messi in vetrina", nel quadro della legittimazione delle politiche coloniali. Consiglio a tutti di leggere questo documento di storia nascosta, o volutamente dimenticata.

I safari semantici dell’ecologismo chic

17 Aprile 2004 4 commenti


In questi giorni è sin troppo facile prendersela con i "cattivi" che sfruttano l’Africa. E’ doveroso, ovviamente. Ma qua dentro si riflette sull’immagine dell’Africa. E una cattiva immagine dell’Africa è prodotta, spesso inconsapevolmente, anche da chi intende fare il bene di questo continente. Prendiamo ad esempio questo articolo pubblicato su un sito Tiscali da Fulco Pratesi. Lo riporto per intero, e poi dico due parole. "Il destino dell’Africa non è immutabile, molto dipende da noi. Lottare contro la povertà, cancellare il debito per i paesi più poveri, promuovere la tutela dei diritti umani, aumentare gli aiuti allo sviluppo, fornire gratuitamente medicine e vaccini, promuovere l’embargo totale della vendita delle armi, sono tutti obiettivi importanti ed urgenti. Il WWF Italia è coinvolto in maniera massiccia nelle manifestazioni organizzate da associazioni come Unicef, Amref, Emergency, Save the Children e da enti come il Comune di Roma in favore dell’Africa. Tutto ciò risponde a una logica precisa e segue una lunga tradizione, che dura da circa 40 anni, di impegno concreto della maggiore associazione ambientalista del mondo e d’Italia nei confronti di un continente che oggi soffre sotto la pressione di malattie, guerre, carestie, desertificazione, alluvioni e altre catastrofi. Il continente da cui la specie umana ha iniziato il suo lungo cammino verso il suo dominio sulla natura è, ancora oggi, un prezioso e insostituibile scrigno di ricchezze diverse. Non quelle minerarie per accaparrarsi le quali imperversano conflitti e stragi. Ma quelle contenute in ambienti fantastici come la giungla equatoriale del Bacino del Congo, che sta scomparendo sotto le motoseghe dei trafficanti di legname pregiato, portando con sé specie animali uniche al mondo e popoli indigeni, come i pigmei, che solo in questa cattedrale verde possono sopravvivere. Oppure le magnifiche savane dell’area sudsahariana con la loro indescrivibile e leggendaria fauna, dal leone all’elefante, dal ghepardo al rinoceronte. O le foreste pluviali di alta quota – ultimo rifugio dei gorilla di montagna – invase da stuoli di profughi affamati… Ecco: è per aiutare l’Africa, le sue popolazioni generose e minacciate, i suoi ambienti superbi e la sua fauna unica, che il WWF e tante altre associazioni di volontari si battono e il 17 aprile manifesteranno a Piazza del Popolo di Roma e in tanti altri luoghi di questa città, dal Tevere al Bioparco. L’Africa, il continente dal quale l’uomo ha compiuto i primi passi, aspetta il nostro aiuto. Ed è nostro dovere garantirglielo." La battaglia proposta, ovviamente, è nobile, giusta, "corretta". E diversi tra i problemi sono di evidente gravità. Ma l’indiscutibile promotore si rende anche cavallo di Troia, presso un largo pubblico, di una serie di devastanti pregiudizi sull’Africa. Rileggete per bene il testo, e ne scorgerete facilmente alcuni: – l’Africa come luogo per eccellenza di disastri (detto per inciso, nell’elencazione delle disgrazie mancano per lo più quelle di tipo sociale ed economico: gli squilibri economici, la mancanza di voce nell’arena internazionale, la crisi di governabilità, le ingerenze neocoloniali e così via: caso grave di strabismo ambientalista); – l’Africa come recettore passivo dell’aiuto altrui (come a dire: gli africani, da soli, non sono in grado di far nulla); – gli africani come permanente "infanzia" del genere umano; – l’equiparazione (neanche tanto sottile) tra animali e uomini (nella fattispecie, i pigmei); – il disprezzo per l’umanità sofferente che "sporca" la natura (… "invase da stuoli di profughi affamati": ma si può ridurre così la vicenda di queste genti? Mentre fuggono, devono mettersi le pattine prima di entrare nelle foreste pluviali?); – il totale occultamento, in un discorso sull’ambiente, dell’ambiente urbano, in cui vivono centinaia di milioni di africani, e che ha specifiche dinamiche di tipo ecologico, oltre che sociale, rispetto all’ambiente rurale su cui preferisce romanticamente soffermarsi l’autore (la "sua" Africa); – e poi, l’Africa….. appunto, come "AFRICA", come una sorta di astorica realtà, unica e indistinta ("hic sunt leones"…), come se non esistessero 53 stati indipendenti e sovrani. Basta così, si è fatto tardi, e ho detto ben più delle due parole che mi ero ripromesso di dire, ma mi sono partite le dita da sole. Buon fine settimana. PS: nella foto, una veduta di Abidjan

Il cinema africano è un po’ più visibile

14 Aprile 2004 8 commenti

Non sono un esperto del cinema africano, perciò ho letto con interesse il dossier 2004 dell’”Osservatorio permanente per un cinema africano visibile”, curato da Leonardo De Franceschi in collaborazione con Maria Coletti. Vi si trovano numerose notizie che riguardano i timidi, ma significativi, segni di vita di autori africani residenti in Italia, o operanti nei loro Paesi e sostenuti da produttori italiani.
Il rapporto è scaricabile in www.panafricana.it, che è il sito di una manifestazione cinematografica svoltasi a Roma qualche giorno fa. Il sito contiene anche una serie di link relativi ad associazioni che si interessano di cinema africano e ad alcune manifestazioni, tra cui il famoso FESPACO, il festival panafricano del cinema che si tiene a Ouagadougou.

A margine di una trasmissione televisiva sull’Africa

9 Aprile 2004 1 commento

Scrivo durante una pausa di una puntata di "Porta a Porta" dedicata all’Africa, anzi, a una manifestazione sull’Africa che si terrà prossimamente a Roma. Puntata dedicata solo ai problemi (certo enormi) del continente, e non anche alle sue potenzialità, solo a quello che "noi" possiamo fare, e non anche a quello che possono fare gli attori africani (magari col nostro sostegno). L’ambasciatore ivoriano Richard Zady, un amico e un autentico pozzo di intelligenza e di saggezza, ha sottolineato giustamente questioni come la nascita di un nuovo contesto politico panafricano, l’emergere di una nuova leadership (che spesso ha intenzionalmente perfezionato la sua formazione in Europa), la necessità di un quadro politico stabile e altro ancora. Però è stato sempre interrotto dal conduttore Bruno Vespa, che ha cercato di riportare il discorso sulla narrazione e rappresentazione del "noi che aiutiamo loro" (ma dove sono quei bei studi strutturalistici di una volta?). Non tornerò ad assistere alla trasmissione e preferisco impiegare qualche minuto riportando un comunicato stampa di alcune istituzioni missionarie e di volontariato, riguardanti la puntata di "Porta a Porta" e la manifestazione di Roma. Non condivido in toto l’impostazione di questo comunicato, ma trovo che sottolinei molte verità, su cui riflettere. Auguri a tutti e arrivederci alla prossima settimana! **** COMUNICATO STAMPA A proposito della trasmissione Porta a porta di giovedì 8 aprile L’AFRICA NON MUORE SOLTANTO Non abbiamo visto – anche se ci dicono che è già stata registrata – la trasmissione di Bruno Vespa. “Porta a Porta” dove, ci dicono, Walter Veltroni, Claudia Koll, Raffaella Carrà e Padre Giulio Albanese porteranno “Testimonianze dall’Africa che muore”. Tuttavia soltanto leggendo il titolo della trasmissione e vedendo le persone chiamate a parlarne, capiamo che ancora una volta tutto si fa meno che rispettare il continente africano e i suoi abitanti. L’Africa è certamente un continente dove i drammi si assommano ai drammi. Con guerre, malattie e povertà che non possono non interpellare – come si dice nell’Enciclica “Populorum Progressio” – i popoli dell’opulenza. Ma da anni ormai chi ha lavorato in Africa e conosce questo continente sa bene che la prima cosa che gli africani domandano è il riconoscimento della loro dignità. Di più, tutti noi sappiamo che il futuro dell’Africa è innanzitutto nelle mani degli africani e che soltanto mettendosi accanto alla società civile africana che in questi decenni si è rafforzata e organizzata, è possibile pensare di risolvere i suoi drammi. Allora, per favore, si parli innanzitutto dell’Africa che vive e vuole vivere, si appoggino le iniziative della società civile africana, piuttosto che attardarsi soltanto in discorsi pietistici, che, certo, piacciono tanto alla moda di quello che Bush chiama il “capitalismo compassionevole”, ma che, oltre a non risolvere i problemi, portano anche a cadere nel semplice assistenzialismo. L’Africa muore di elemosine. Proprio per questo a parlare di Africa devono essere soprattutto gli africani. L’Africa di oggi è un continente dove ci sono intellettuali, professionisti, persone organizzate, leader di movimenti, che potrebbero avere una parola nuova da dire e che non vengono ascoltati. E’ il difetto che neanche la manifestazione promossa dal Comune di Roma è stata capace di superare. L’Africa non è soltanto AIDS, Mercato di armi e debito pubblico. Drammi mastodontici che dobbiamo metterci insieme per vincere. Ma proprio per questo la parola in questa occasione si darebbe dovuta dare alla base della popolazione africana. Si è preferito ancora una volta dare voce agli esperti europei e all’ufficialità africana – quando in tutti i dibattiti pubblici si sente dire che in Africa più che altrove esiste uno scollegamento enorme tra governanti e popolazioni. Non sono stati sentiti e interpellati gli africani presenti nel nostro paese; i missionari sono stati cooptati nel gruppo organizzatore solo a cose fatte, senza capacità di discutere nessuna voce che fosse minimamente critica. Noi saremo alla manifestazione del 17 Aprile, di cui cogliamo il grande significato politico. Ma vorremmo che prima o poi qualcuno nel nostro servizio pubblico fosse capace di organizzare anche una trasmissione in cui poter ascoltare dagli africani testimonianze e storie vere di un’ “Africa che vuole vivere” e che, se noi le diamo una mano, ha in sé le forze per risolvere i suoi problemi e forse anche per dire una parola nuova e diversa a tutto il nostro mondo. Roma 8 Aprile 2004 Chiama l’Africa Nigrizia Missione Oggi Emmaus Italia

Neri per caso?

5 Aprile 2004 2 commenti


Pur di non ammettere che gli antichi egiziani erano neri e che la loro cultura era autoctona, a partire dalla fine del XVIII secolo molti studiosi facevano circolare tesi del tipo: nell’antichità venne dall’Asia una razza faraonica bianca che importò la cultura egiziana a noi nota. Tesi poi riprese e sviluppate da numerosi storici e archeologi, rimodellate nei vari razzismi del XIX e del XX secolo, la cui coda arriva fino a noi. Ho ripreso in mano in questi giorni l’importante saggio del 1954 "Nations nègres et culture" del senegalese Cheikh Anta Diop. Il saggio contiene numerosissime suggestioni a favore della profondità e complessità della culture africane, contrariamente a ciò che molti pensano. Un esempio: lingue come il wolof sono perfettamente in grado di esprimere i più astratti concetti della fisica, della matematica e della chimica contemporanee. Vi è poi un altro tema, collegato a questo, e che merita una trattazione a parte: l’influenza dell’antico Egitto, dunque delle "culture negre", sulla cultura della Grecia antica. E’ stato questo il tentativo, più recente, di Martin Bernal, nel suo ormai famoso testo "Atena Nera". Magari qualcuno conosce questo titolo solo perché è anche una canzone degli Almamegretta, ma è un saggio che ha fatto storia. Da leggere.

Diversi, e un poco simili

Popoli bisognosi di essere guidati… uomini in stato di barbarie e selvaticità. Parole di chi? Dei filosofi liberali John Locke e John Stuart Mill, e del meno liberale (ma più noto) Giorgio Federico Hegel. Si riferivano alla gente africana. Bisognerebbe che nei licei si spiegasse, durante le lezioni di storia e filosofia, la connessione tra i pensieri, le culture, le politiche, le azioni. Chiudo immediatamente il discorso, ma solo in apparenza, per parlare di un saggio di Ezio Bassani, disponibile su internet al link che riporto sotto. Parla dell’immagine dell’Africa e degli africani tra il ’500 e il ’700. Molto interessante, perché tratta dell’origine del modo in cui gli europei hanno letteralmente costruito la loro rappresentazione del continente africano: considerandoli irriducibilmente "diversi", ma anche un po’ "simili" (quel tanto che serviva ad operare confronti col proprio modo di vita, ma anche a togliere ogni identità e specificità). Mi vengono in mente i tanti neocolonialismi – e anche tante anime belle (e inconsapevoli) – del nostro tempo, che in modo diverso e certo con livelli di nobiltà diversi, mostrano un’Africa sempre e comunque dipendente e bisognosa d’aiuto.
Riferimenti: per approfondire: