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Archivio Gennaio 2004

Religioni tradizionali africane: le conosciamo veramente?

31 Gennaio 2004 1 commento

Le religioni tradizionali africane sono una realtà quasi sconosciuta per chi vive nel Nord del pianeta. Di solito vengono classificate sotto le categorie dell’animismo o delle “religioni “primitive” (rispetto ad altre considerate più “evolute”) e, naturalmente, fanno parte del groviglio di stereotipi di cui il continente africano soffre. Secondo tali stereotipi, è ovvio, infatti, che popoli considerati arretrati, incivili, incapaci di far da sé non possano che avere religioni semplici, poco articolate, legate a un mondo di superstizione e di oscure presenze. Non scherzo: basta leggere cosa si scrive, e non solo sui quotidiani e sui periodici.
La realtà è molto diversa. Le religioni tradizionali africane sono espressione di una spiritualità profonda, di un forte senso etico e comunitario, di una cultura viva e in continuo cambiamento. Se non fosse così, ad esempio, perché mai un rappresentante della religione Vodun del Benin sarebbe stato invitato al noto raduno delle religioni di Assisi svoltosi nel 2003?
Un sito molto interessante per saperne di più è quello curato da Chidi Denis Isizoh, che contiene molti materiali – per lo più in lingua inglese – su questa realtà religiosa e su diverse sue concrete espressioni (comprese quelle del Sud America). Il sito è: www.afrikaworld.net/afrel
Anche su questo tema potremo tornare.
Buon week end!

Riferimenti: un approfondimento sul tema

Buone notizie dall’Africa? No, grazie…

29 Gennaio 2004 2 commenti

Quali sono i criteri per cui i media scelgono di dare o meno una certa notizia su eventi o processi riguardanti l’Africa? Mi soffermo su uno studio ormai "classico". Negli anni Sessanta, i sociologi Galtung e Ruge, in un saggio che trovo in gran parte estremamente attuale, identificarono alcuni criteri in virtù dei quali vengono selezionate le notizie dall’estero da pubblicare o trasmettere sui nostri media. Questi criteri sono legati a specifiche routine giornalistiche, a loro volta derivanti da rappresentazioni, miti, simboli e stereotipi molto radicati, di cui torneremo a parlare. Quste routines sono alla base di molte note distorsioni dell’immagine dell’Africa, così come di altre aree continentali del Sud del pianeta. Ad esempio, secondo Galtung e Ruge, gli eventi che risultano di solito più "notiziabili" (ovvero che "fanno notizia") sono quelli che rispettano uno o più di questi criteri: – accadono in un lasso di tempo consono all’organizzazione del lavoro di un dato mezzo di informazione (per un quotidiano: 24 ore); – si verificano su scala sufficientemente ampia (una violenta inondazione o una consistente epidemia garantiscono titoli più grandi); – sono più chiaramente interpretabili (ovvero poco ambigui, almeno rispetto alla cultura di chi seleziona la notizia e poi la diffonde); – presentano una maggiore affinità culturale e un maggior significato per l’audience (o per le caratteristiche presunte di tale audience… che ben pochi si curano di studiare veramente); – risultano, per certi aspetti, rari e inattesi; – riguardano un paese importante; – riguardano persone importanti (l’élite della nazione); – riguardano vicende personali; – hanno conseguenze quanto più negative possibile. Secondo altri autori, i conflitti politici, i disastri, gli eccessi delle dittature contribuiscono a trasformare più facilmente un "evento" in "notizia" da divulgare. Esistono poi altri meccanismi, dei quali parleremo in un altro momento, ma già questi forniscono una idea abbastanza chiara del perché – quando si tratta di Africa o di sue specifiche realtà – non si parla che raramente di processi e di fatti positivi, di personaggi culturali di spicco, di buone notizie. Certamente, questo vale non solo per l’Africa, ma quando si parla di questo continente scatta in automatica un "qualcosa in più". Fate un esercizio da soli: quando leggerete o ascolterete una notizia riguardante l’Africa, osservate quali dei criteri sopra menzionati sono stati utilizzati…..
Riferimenti: per approfondimenti

Pitoni sì, diritti no

A proposito di modo in cui il continente africano viene trattato dalla stampa, anche quella più attenta…. Ieri sera ho letto due notizie dall’estero che hanno colpito la mia attenzione, e non credo solo la mia. Poi, ho scritto due righe al sito web del quotidiano La Repubblica. Eccole. "Seguo sempre con attenzione e interesse il sito di Repubblica. Praticamente lo tengo acceso fisso mentre lavoro. Per questo motivo mi ha colpito l’assenza di una importante notizia: il fatto che ieri è entrato in vigore nell’Unione africana il Protocollo istitutivo della Corte africana per i diritti dell’uomo. Era data dall’ANSA, l’ho letta nel sito del Corriere e anche in quello di Tiscali e in altri. In compenso, ieri sera, tra le notizie "24 ore" ho trovato quella di un pitone di un metro che fuoriusciva dal wc di una casa a Barcellona. Sarei curioso di conoscere i criteri di gerarchizzazione delle notizie e di selezione di questa informazione al posto dell’altra! Insomma, una occasione perduta per dire una "buona notizia" su un continentedi cui si parla solo a proposito di guerre, carestie, malattie, colpi di stato. Che ci sono, figuriamoci… ma non dare conto di quello che succede di positivo non fa bene ai popoli africani, in alcun modo. Vi prego di credere che sono considerazioni dettate da grande stima. Cordiali saluti" Dunque, circa il modo in cui vengono trattate le notizie dal’estero, siamo ancora alla situazione denunciata da Galtung e Ruge negli anni ’60, o giù di lì. Ne riparleremo.
Riferimenti: per approfondimenti

Si fa, ma non si dice

Le uniche notizie sull’Africa sub-sahariana che ho trovato ieri nei siti dei principali quotidiani italiani sono la condanna all’ergastolo di un ex ministro ruandese per il genocidio avvenuto qualche anno fa e l’incidente, avvenuto in Zimbabwe, di un autocarro che è precipitato da una diga (nel titolo, ovviamente, si faceva menzione del numero dei morti: 21). Non ho trovato traccia, invece, di alcune notizie che si potevano dare, ma che non sono state date. Le ho trovate sul sito della più importante agenzia di stampa africana, Panapress (www.panapress.org). Da Panapress ho appreso che il Mozambico ha cominciato ad esportare prodotti orticoli nel Regno Unito; che esiste un nuovo accordo per il ritorno dei rifugiati burundesi; che Alpha Oumar Konaré, Presidente dell’Unione Africana (quanti sanno che esiste?), ha espresso il suo sostegno totale alla presenza dell’Africa sui mezzi di informazione; che il Kenya sta cercando un secondo operatore di telefono fisso; che ci sono scioperi in Nigeria e Zimbabwe per la difesa dei diritti dei lavoratori; che la confederazione calcistica africana ha rieletto alla sua testa Issa Hayatou. Tutte notizie che mostrano un’Africa assolutamente sconosciuta rispetto alle rappresentazioni e agli stereotipi correnti su questo continente e sui sui singoli Paesi. Un’Africa dove non avvengono solo disgrazie, catastrofi e ingiustizie (che pure, ovviamente, avvengono e che vanno registrate, prevenute e combattute); un’Africa che, invece, appare attiva sul piano economico, sociale, culturale, sportivo. Un’Africa più "normale" di quanto, più o meno consapevolmente, sia registrato nelle memorie collettive dei popoli del Nord. Questa differenza tra quello che viene "narrato" e l’intera gamma di quello che succede effettivamente in Africa è un fatto che deve far riflettere tutti coloro che siano veramente interessati allo sviluppo di questo continente. L’intervento di una lettrice puntava l’attenzione su eventuali responsabilità di "centri di potere", a vari livelli. Effettivamente, in alcuni casi si registra un legame tra un certo modo di rappresentare i paesi africani e specifici interessi economici, politici, strategici, culturali. Ciò è avvenuto, ad esempio, in occasione della crisi del Sahel negli anni ’80, là dove si è in qualche modo enfatizzata la presunta "dipendenza" dei Paesi e dei popoli coinvolti nelle dinamiche della carestia e della siccità (peraltro più sociali e politiche di quanto si pensi) e, al tempo stesso, la capacità e "generosità" dei paesi donatori di aiuti. In generale, comunque, credo che siano all’opera anche e soprattutto alcune strutture di conoscenza (informazioni, miti, simboli, stereotipi, pregiudizi, ecc.) che si sono stratificate, nel tempo, nelle nostre culture e che influenzano persino le routines professionali degli operatori dell’informazione. Insomma: è come se, parlando di Africa, scattino "in automatica" alcuni specifici meccanismi di giudizio e di valutazione. Ma su questo torneremo. Intanto, un saluto e buon week end (ma il blog, sia chiaro, non chiude mai).
Riferimenti: Per saperne di più

Spazio unico, tempo “altro”

21 Gennaio 2004 1 commento

Il commento di Mik, ieri, ha individuato uno degli stereotipi più ricorrenti sul continente africano: quello di considerare l’Africa come una realtà indistinta, al di là delle sue evidenti differenze sociali, politiche, culturali, economiche interne. Uno spazio "unico", dunque, collocato anche in una sorta di tempo fuori dal tempo, o dove il tempo – si ritiene erroneamente – scorre in modo diverso rispetto a noi. Del resto, non si ritiene forse che l’Africa sia un continente essenzialmente "rurale"? Niente di piu’ sbagliato, se si considera l’eccezionale sviluppo urbano dei paesi africani e l’antichissima tradizione urbana del continente stesso (consiglio di leggere, al riguardo, un bel testo di Sékéné Mody Cissoko, in: www.africansocieties.org/n3/index_ita.html). Torneremo nei prossimi sugli stereotipi più ricorrenti che riguardano la realtà africana, sulle loro cause recenti e remote, sui loro effetti, sul modo di fronteggiarli. Intanto, consiglio – ancora una volta – di consultare il sito di "Società africane" (www.africansocieties.org), curato dal Gruppo Cerfe. Segnalo anche il sito del Centro orientamento Studi Africani di Milano, che si occupa da tempo dell’immagine dell’Africa (www.cosafrica.it). Per ora, vorrei tenere, a titolo sperimentale, una cadenza almeno bisettimanale (martedì e venerdì). Ma vedremo. Tutti i lettori sono invitati a intervenire. Saluti e a presto.

Perché questo blog

18 Gennaio 2004 2 commenti

Per troppo tempo l’Africa “è stata guardata” dai non africani in un modo distorto e insoddisfacente (e continua ad esserlo). Molti africani hanno in qualche modo subito – o addirittura rafforzato involontariamente – gli effetti negativi di tale sguardo esterno. Tutto ciò produce effetti gravissimi sul piano dello sviluppo e delle relazioni tra i popoli, anche se le cose stanno pian piano cambiando.

All’origine della crisi africana non ci sono fattori eterni e immutabili, ma fattori reversibili, cioè legati all’azione di specifici soggetti umani. Esistono anche, e sono da sostenere, gli attori in grado di operare un cambiamento di rotta in direzione dello sviluppo. Fa parte integrante di questo discorso il modo in cui l’Africa (specialmente la parte subsahariana) viene rappresentata dall’esterno, e viene autorappresentata dagli africani stessi. Sappiamo bene quanto l’immagine che si ha dell’Africa in Occidente sia costituita da stereotipi che di certo non sono prodotti e diffusi semplicemente dai mass media, ma hanno un profondo radicamento addirittura nelle culture popolari del Nord del pianeta. Cioè: l’immagine negativa dell’Africa viene da lontano, poiché è legata, dapprima alle dinamiche della conquista e della dominazione coloniale e poi a quelle delle varie forme di imperialismo e sfruttamento esistenti.

Ma attenzione: all’Africa non è negata una qualche presenza nell’immaginario globale, anzi… Però, a patto che “stia al suo posto”, che si accontenti cioè di apparire, nel peggiore dei casi come luogo di catastrofi e di violenze inesplicabili e, bene che vada, come recettore della benevolenza altrui, o un paradiso naturale esotico e incontaminato, oppure ancora come fonte da cui periodicamente si può attingere – certo con cautela ! – per riscoprire pulsioni ed emozioni dimenticate o trascurate (il senso comunitario, l’ospitalità, la corporeità, il ritmo… tutto inteso in un modo stereotipo, cristallizzato, fermo nel tempo). E tutto ciò, occultando altri elementi, che pure potrebbero essere colti da un osservatore, se non benevolo, almeno attento: la modernità (cioè la particolare modernità africana, nelle sue diverse manifestazioni di incontro tra la tradizione e la modernizzazione), la realtà urbana, i movimenti sociali, le classi medie, la ricerca scientifica e tecnologica, i processi di democratizzazione in atto, la vita culturale e spirituale.

Questi pregiudizi sono duri a morire. Li ritroviamo quotidianamente nei nostri media e in numerose fonti di vario genere: ricerca scientifica (perché di Africa deve occuparsi solo l’etnologia?), letteratura, cinema (compresi i cartoni animati), teatro, testi scolastici, parchi di divertimento, dépliant turistici, musica, ecc. Tali pregiudizi spesso orientano anche le scelte e l’azione di professionisti dell’informazione, di funzionari e operatori della cooperazione internazionale (a volte, inconsapevolmente, le stesse ONG!), di imprenditori e businessmen, di religiosi, di educatori, di studiosi e di ricercatori, con effetti importanti, per lo più negativi, sullo sviluppo dell’intero continente. Se questa è la situazione, decostruire l’immagine negativa e fornirne una – se non positiva, almeno più realistica – è, o deve essere, una vera e propria impresa collettiva, in cui occorre coinvolgere molteplici attori in diversi campi: dall’informazione alla cooperazione, dall’economia alla cultura, alla scienza, all’educazione, alla religione. E’ interessante, in questo senso, quanto sta avvenendo nel mondo dei media africani e di quelli ove intellettuali africani operano (anche fuori dall’Africa).

A questo livello, sia pure con molte difficoltà materiali e culturali, si sta affermando un nuovo punto di vista e la possibilità concreta di affermarlo (es. iniziative come Africanews, Infosud, le nuove scuole africane di giornalismo, organismi che promuovono l’educazione allo sviluppo, siti internet, ecc.). Il blog è dedicato a questi temi, riprendendo una importante riflessione avviata e sviluppata dalla rivista  “Società africane” curata dal CERFE, cui collaboro. Ogni intervento e contributo sarà gradito. A presto!