Mfecane: stereotipi europei e società africane

26 Febbraio 2017 Nessun commento

Il lavoro storico è sempre difficile, soprattutto quando la realtà da ricostruire e studiare è stata a lungo oggetto di pregiudizi e narrazioni distorte. Il caso dello Mfecane è esemplare. Il termine Mfecane è stato usato per indicare un periodo, all’inizio del XIX secolo, in cui l’Africa del Sud ha conosciuto violenti conflitti e migrazioni forzate. Per lungo tempo, la storiografia ha sostenuto che lo Mfecane sia stato semplicemente causato dalla politica espansionistica di Shaka, ma più recentemente è emerso il ruolo cruciale che ha giocato lo schiavismo, mentre alcuni hanno affermato che Mfecane è stato un periodo in cui i popoli sudafricani hanno cercato di costruire propri originali sistemi politici. In un suo saggio (“European Stereotypes, African Societies and the Mfecane“, 2009), Tom Hartley afferma che la ricerca su questo periodo storico sia stata influenzata profondamente dagli stereotipi europei sulle società africane, sia in positivo che in negativo. Da questa vicenda, possiamo tutti trarre una bella lezione, e un invito alla correttezza e alla scientificità.

L’immagine è tratta da: http://www.lead-adventure.de

Tanti luoghi comuni sulla spiritualità dei popoli africani

Scorro il libro di religione di mio figlio (prima media), e vi ritrovo molti luoghi comuni sulla spiritualità dei popoli africani. Una spiritualità confinata, come sempre, nel primo capitolo, quello in cui si parla della “religione naturale” dei popoli “primitivi”, delle religioni “etniche” e di quelle “animiste”. Mentre va avanti la riflessione e lo studio approfondito e serio di questo argomento, la didattica e la comunicazione pubblica sono ancora molto indietro. Ripropongo un brano da un saggio che avevo scritto qualche anno fa:

“(…)The representation of Africa as a country devoid of its own profound spiritual dimension or of a religion worthy of its name goes to complete, and in some measure to justify, this picture made of unfounded generalizations and distorted or omitted information; a picture which describes a continent whose inhabitants and communities – mostly considered to be rural – would be entwined in an inextricable tangle of often cruel and bloody ancestral rites, superstitions, absurd and childish beliefs and atavistic fears which block their personal capacities, initiative and development possibilities. Another level at which a real stigmatization of Africa occurs, in particular with regard to its spiritual tradition, is that of scientific research, specifically with reference to human and social sciences.

The history of research on African peoples – as Basil Davidson, among others, has demonstrated – is indeed rife with incomprehension, theoretical and methodological errors, and forced and inert interpretations which have taken on different forms. One of these is Evolutionism, which defines African traditional religions as being the most ‘primitive’ stage of the spiritual evolution of peoples, featuring practices it terms derogatively as ‘animist’, ‘fetishist’, ‘pagan’, ‘totemic’, ‘idolatrous’, etc. This without even considering the clamorous blunder whereby Africans were considered for centuries to be polytheists, while in actual fact the spirits or other entities which their religions refer to are considered to act as intermediaries between a single supreme being – who has various names – and human beings. In many ways, all this has actually resulted in African religions simply not being considered to be religions at all.

Another one of such interpretative approaches involves a mono-disciplinary view, in this case the exclusive, and moreover often purely descriptive, use of ethnology and cultural anthropology. This has resulted in African religious phenomena often been locked behind a kind of interpretation cage and viewed as if they existed in a historical void or, at best, as an expression of spirituality which, although ‘authentic’, limits itself to wearily surviving in today’s world. In addition, there has always been a widespread tendency to interpret and assess African traditional religions starting from ‘local’, or specific, practices, which are then generalized without a valid reason. This is the case with certain magical rites – which, incidentally, many such religions are opposed to – and of figures such as the feticheurs. Something no one would dream of doing with other religions; no one, for example, would define the essence of Christianity by the excessive devotional practices towards a given saint found in rural areas or – to mention a recent case – by the holy water jinx which the trainer of the Italian football team performed for the whole world to see on television. Nevertheless, this is what has happened, and continues to happen, with regard to African traditional religions.(…)”

(da D. Mezzana, “African traditional religions and modernity” in African Societies, n. 3, 2002)

Photo: Eliot Elisofon – Shrine house priestess Okomfoyaa Anosua, Besease, Ghana, 1970 (https://thisisafrica.me)

Quanto è cambiata l’iconografia sull’Africa?

31 Dicembre 2016 Nessun commento

Ho digitato “Africa” su Google, sezione Immagini. Questo utilissimo quanto implacabile motore di ricerca  suggerisce, in prima battuta, 4 categorie di foto, con 4-5 esempi di foto per ciascuna categoria: “Africa e paesaggi” (praticamente panorami e animali), “Africa fisica” (mappe), “Africa bambini”, “Africa persone” (ancora bambini e anche donne con … bambini). Scorrendo i suggerimenti per categoria, vi sono anche “Africa Paesaggi Poveri”, “Africa Bambini Sorridenti”, “Bambini Africani Bellissimi Occhi”) e simili.  Poi, sotto, la pagina generale delle immagini, con una sfilza – ancora –  di mappe, panorami, persone (qui la variabile in più è rappresentata da gente in costume tradizionale e da guerriglieri) e poco altro. Dopo quasi 13 anni che ho aperto questo blog, l’iconografia ricorrente sul continente africano non sembra cambiata granché. Certamente, tale iconografia dice qualcosa sull’Africa, ma molto di più su chi la guarda e la rappresenta. Forse oggi è cambiata un poco, invece, la narrazione complessiva sull’Africa, specie grazie all’opera di tanti intellettuali africani, anche espatriati. Molto sforzo di informazione (o meglio, di contro-informazione) viene fatto, oggi più di ieri, anche sulla spinta dei nuovi conflitti che sconvolgono il continente e dei fenomeni migratori internazionali. Ma c’è ancora molto da fare: conclusione scontata, ma inevitabile, come premessa agli auguri di un buon 2017 per tutti, e soprattutto per chi ne ha più bisogno.

La foto è tratta da   www.lifegate.it     Photo credit: SIA KAMBOU/AFP/Getty Images

 

 

La cultura della negoziazione

11 Dicembre 2016 Nessun commento

In numerose culture dell’Africa è presente una vera e propria tecnologia della negoziazione e della prevenzione dei conflitti, almeno quando tale negoziazione e prevenzione rientra nei limiti delle possibilità di gestione che esistono al livello locale (oggi è molto più complicato). In passato, su questo blog, ho avuto modo di parlarne, ad esempio qui e qui. Ho ritrovato un documento dell’OCDE di diversi anni fa, che è molto interessante a questo proposito. Riporta i contributi di una iniziativa svoltasi a Conakry nel 2005, dal titolo “Initiative de valorisation des capacités africaines endogènes dans la gouvernance et la prévention des conflits”. Vale proprio la pena di leggerlo, o di rileggerlo. Credo possa insegnare anche qualcosa a noi in Italia.

La foto è tratta da: http://make.brussels/fr/projects/arbres-a-palabres/

Università nel continente africano

Secondo uno studio sullo stato dell’istruzione in Africa, nel 2009 esistevano nel continente, in totale, 200 università pubbliche e 468 private. Un numero decisamente basso, rispetto ad altre aree del mondo. Tra il 2000 e il 2010, in ogni caso, le immatricolazioni sono più che raddoppiate, passando da 2,3 milioni a 5,2 milioni. Al di là di dati quantitativi come questi, rimane il fatto che solo 10 università africane rientrano tra le migliori 1000 del mondo (cinque in Sudafrica, quattro in Egitto e una in Uganda). C’è ancora molto da fare, e la cooperazione internazionale potrebbe intensificare gli sforzi in questa direzione.

La foto è tratta da: www.matchdeck.com

 

Biopesticidi In Kenya

23 Settembre 2016 Nessun commento

Tempo fa ho parlato brevemente delle attività dell’ICIPE (International Centre of Insect Physiology and Ecology), un centro di ricerca sugli insetti con sede a Nairobi. Non si insisterà mai abbastanza sull’importanza di uno studio serio sugli insetti nel continente africano, dal punto di vista sanitario, della produzione alimentare, della lotta contro la povertà. Nel solo 2016, l’ICIPE ha pubblicato 85 articoli su riviste scientifiche. Uno di questi è dedicato ai biopesticidi. Si tratta di prodotti contenenti molecole di origine biologica in grado di esercitare un’azione di controllo verso organismi patogeni. Come dimostra uno di questi studi dell’ICIPE, pubblicato su “Crop Protection”, tali prodotti possono rappresentare una valida alternativa all’uso dei prodotti chimici in agricoltura, a condizione che ci siano sistematici programmi di informazione e formazione continua dei contadini.

La foto è tratta da: http://www.scidev.net

Gli usi della Bibbia in Africa

La Bibbia, come sa chi la conosce un poco, è qualcosa di meraviglioso, dirompente e incontrollabile. In uno studio del sudafricano Gerald O. West, si sottolinea la differenza tra la recezione africana della Bibbia e la recezione africana della cristianità in quanto proposta (o imposta) dalla colonizzazione. Credo che le cose non siano proprio così nette. Comunque, appropriazione popolare della Bibbia (ad esempio tramite traduzioni in lingua locale, anche e soprattutto ad opera di missionari), creazione di chiese indipendenti locali, movimenti di liberazione che fanno riferimento alla Bibbia, tutto questo intreccio di fenomeni fa parte di una storia pluricentenaria di vicende che avrà sicuramente tanti ulteriori sviluppi.

La foto è tratta da: http://churchlife.nd.edu

Riduzionismo climatico

Poco fa mi è caduto l’occhio su una pagina del Televideo RAI, intitolato: ” Il caldo causa primaria della violenza”.   Siccome la correlazione tra caldo, violenza, Africa e razzismo è una faccenda nota agli addetti ai lavori da qualche secolo (mica da ieri), sono andato a vedere la fonte citata: uno studio della Vrije Universiteit di Amsterdam. Immagino sia questo articolo, in cui si afferma che “nonostante ci siano varie eccezioni, una regola generale è che l’aggressione e la violenza aumentano più ci si avvicina all’Equatore”. Mettendo in campo anche la tesi che esistono anche fattori complessi come autostima, autocontrollo e mancanza di fiducia nel futuro. E roba del genere. Direi che tra le “varie eccezioni” potremmo citare la Germania nazista, gli imperi colonialisti, per non parlare di quelli neo-colonialisti e della violenza quotidiana a cui assistiamo quotidianamente nelle nostre società dal clima più temperato o freddo. Quanto alla tesi generale, si colloca pienamente nel riduzionismo climatico che era stato ampiamente rigettato cent’anni fa dalla comunità scientifica, ma che si riaffaccia oggi con prepotenza, sulla scia delle pur giustificate preoccupazioni per gli effetti dei cambiamenti climatici. Quanto agli aspetti dell’autostima, dell’autocontrollo e della mancanza di fiducia nel futuro, assomigliano tremendamente a tanti stereotipi attribuiti alle genti del Sud del nostro pianeta da parte di generazioni di studiosi del Nord del pianeta, per giustificare politiche di controllo e dominio. Il clima e il pianeta ci influenzano, ci plasmano, è certamente vero. Ma le variabili sono tantissime e i rischi di semplificazioni enormi. Mettete questi studi approssimativi in mano a qualche cattivo politico, e vedrete rapidamente i risultati.

La foto è tratta da: http://business.mega.mu

“Senza barbari”: una trasmissione per guardare oltre

Qualche giorno fa, sono stato intervistato da Angelo Cariello, per una trasmissione della radio MPA intitolata “Senza barbari”. Alla ricerca di un nemico che non c’è” (vedi: Sesta Puntata – Parte terza). La trasmissione, in modo intelligente e puntuale, punta l’attenzione sulla diversità e sul modo di considerarla. Inutile dire quanto questo tema sia attuale. Messaggio finale: mai generalizzare. Sembra banale, ma spesso ho l’impressione che abbiamo un po’ tutti perso l’arte del distinguere e del discernere.

La foto di Philip Emeagwali, matematico nigeriano, è tratta da: https://onsandoalan.wordpress.com/category/uncategorized/

 

Middle class in Africa

Che esista una classe media nei Paesi africani è un dato di fatto incontrovertibile, anche se per anni è stato ignorato, sia dal mondo della ricerca che da quello dei media. In questo blog ne abbiamo parlato varie volte. E’ altrettanto vero che sulle caratteristiche e sulla quantificazione di tale classe media si stanno accumulando dati, statistiche, interpretazioni di diversa origine e impostazione, che spesso, a detta di alcuni, sconfinano nella creazione di una nuova mitologia. Henning Melber, docente di scienze politiche all’Università di Pretoria, ad esempio, critica quegli economisti che semplicemente definiscono come appartenenti alla classe media coloro che guadagnano (o spendono) tra i 2 e i 10 dollari al giorno. Ma quali sono i criteri per definire e studiare la classe media, specialmente nel contesto africano? L’adesione a valori democratici e progressisti? L’attitudine a promuovere il cambiamento economico e sociale? Una spesa maggiormente orientata a servizi e prodotti immateriali? O cos’altro? E inoltre, anche considerando solo i parametri economici, in questo momento storico la classe media sta aumentando o diminuendo? Tutti interrogativi che Melber pone sul piatto, per invitarci a pensare, e possibilmente ad andare oltre  i luoghi comuni, anche se di nuovo conio.

 

(ringrazio Michele Citoni per la segnalazione di questo articolo)

La foto, scattata in un negozio di Soweto, è tratta da: http://thisisafrica.me/african-middle-class-betrays-nothings-black-consciousness-pan-africanist-ideology/