Bambini di serie A e bambini di serie B

L’annosa discussione sull’uso e l’abuso delle immagini dei bambini africani ha visto una nuova puntata. Sulla rivista “Africa”, un editoriale di Pier Maria Mazzola e Marco Trovato aveva puntato il dito su una campagna di raccolta fondi di Save the Children, che al di là delle migliori intenzioni tende a riproporre antichi e pericolosi clichés coloniali. Senza contare che nell’uso delle foto dei bambini africani non vengono applicati gli stessi principi etici che valgono a casa nostra. Ne è sorta una lunga polemica, di cui qui si possono cogliere alcuni passaggi. Un aspetto trascurato in questa polemica è il fatto che un grave effetto collaterale della presenza abnorme di tali immagini compassionevoli nei nostri media omette completamente l’esistenza di un’Africa adulta, e di validissimi attori africani (politici, sindacali, non governativi, imprenditoriali, della ricerca) che vanno sostenuti in un dialogo alla pari, non ostacolati, ignorati o bypassati.

La foto di Kevin Amunze (courtesy IBM research Africa) è stata ripresa dal sito:   http://edition.cnn.com/2014/04/25/world/africa/stunning-photos-africa-ibm/

L’Afrique. Est-elle si bien partie?

L’Africa emergente, che cresce, è seduta su una polveriera di precarietà politica ed economica. Occorre uno sviluppo sostenibile, e l’Africa ha le soluzioni. Questa, in sintesi, è la tesi della geografa Sylvie Brunel, nel suo volume “L’Afrique. Est-elle si bien partie?” (edizioni Sciences Humaines, 2014). Il libro sarà presentato giovedì 30 aprile (ore 17) a Roma, presso la Società Geografica Italiana (via della Navicella 12), alla presenza dell’autrice, di Manuel Amante da Rosa (Ambasciatore di Capo Verde), Gabriele Quinti (CERFE), Alessandro Suzzi Valli (Università L’Orientale di Napoli). Modererà Paolo Sannella, presidente del Centro Relazioni con l’Africa, che promuove l’iniziativa. L’articolata trattazione di Sylvie Brunel parte dalla individuazione di tre rappresentazioni correnti dell’Africa, che si mescolano tra loro nell’immaginario collettivo su scala planetaria: l’Africa della miseria; l’Africa dell’esotismo; l’Africa emergente. Tutte rappresentazioni che rischiano di essere caricature inadeguate della reale situazione di un continente complesso, molto differenziato al suo interno, al centro di dinamiche interne ed esterne che non sempre risultano chiare agli stessi addetti ai lavori. Brunel prova a mettere in fila dati e fenomeni, parlando di governance politica e militare, urbanizzazione, classi medie, regimi fondiari, alimentazione e molto altro ancora.

L’immagine è tratta da: http://lentrepreneuriat.net/

 

L’Africa sui media occidentali: un panel al festival del giornalismo di Perugia

Il 15 aprile pomeriggio si terrà a Perugia, al festival internazionale del giornalismo, un panel dedicato a “L’Africa sui media occidentali: luoghi comuni, approssimazioni, dimenticanze“.
Il panel è organizzato da “Voci Globali”, la cui co-fondatrice Antonella Sinopoli spiega qui in dettaglio contesto e motivazioni dell’iniziativa. I promotori affermano: “Conflitti, bambini soldato, emergenze umanitarie, epidemie, sfruttamento delle risorse naturali e povertà: sono questi i temi che portano alla ribalta il continente africano. Difficile, se non impossibile, trovare sui nostri media notizie riguardanti lo sviluppo, innovazioni tecnologiche, contributi culturali e scientifici, democrazie modello e stampa libera. Dell’Africa viene dunque fuori un’immagine distorta, a senso unico e ‘occidentale’, che continua ad animare la coscienza collettiva e l’opinione pubblica. Senza contare che spesso gli articoli vengono scritti a tavolino, in alcuni casi da chi non si è mai recato nei territori di cui sta scrivendo.”

 

Nella foto, una delle opere di Daphné Bytchatch dal titolo: “Les fleurs du figuier sauvage” peintures réalisées à la lecture du livre ” La route des clameurs” d’Ousmane Diarra. Peinture à l’huile sur papier toilé 65 cm X 50 cm, Janvier 2015 Paris.

“60 Minutes” e immagine dell’Africa

“60 Minutes” è un importante e storico programma di attualità della rete statunitense CBS. Innovativo, per molti, dal punto di vista dello stile giornalistico, ma deludente per quanto riguarda l’informazione sul continente africano. Una recente lettera di studiosi, riportata dalla Columbia Journalism Review, e indirizzata all’Executive Producer del programma, mette in evidenza la sconnessione tra i cambiamenti in atto in Africa e la sua copertura mediatica, e quanto tale copertura  sia caratterizzata da vecchi e stanchi stereotipi. E questo, secondo me, vale anche quando, come in questi giorni, la cronaca da alcuni Paesi africani è nerissima.

Ringrazio Simone Salvatori, antico amico di questo blog, della segnalazione.

La foto del Parlamento di Dakar è tratta da: blog.slateafrique.com

 

 

 

Movimenti giovanili a Lusaka

Tra post-colonialismo, protesta sociale e generazionale, lotta politica. La storia dei movimenti studenteschi in Africa negli anni ’60 e seguenti è tutta da scrivere. Qualcosa qua e là nel blog abbiamo detto, nel tempo. Un saggio di Y.G.-M. Lulat, che ho riscoperto, tratta della realtà dello Zambia, con dovizia di particolari. Il saggio è tratto da “Student Political Activism: An International Reference Handbook”, curato da Philip G. Altbach, Westport, CT: Greenwood Press, 1989.

La veduta di Lusaka è tratta da: http://www.africass.it

Civil agency in Africa

I più recenti studi sulla società civile in Africa (focalizzati, in particolare, sui movimenti sociali) hanno messo in luce due punti: a. rispetto alla visione superficiale per cui gli africani sono sempre e comunque senza aiuto di fronte all’oppressione e alle peggiori dinamiche della globalizzazione, c’è molta più ingegnosità e capacità di resistenza (informale) e di “andare avanti” di quanto si pensi; b. lo studio delle resistenze “informali” può fornire molte informazioni su come le società africane saranno in futuro. Queste sono alcune delle premesse del volume a più voci su “Civic agency in Africa. Arts of Resistance  in the 21st Century” (a cura di Ebenezer Obadare e Wendy Willems – editore James Currey 2014). La categoria dell’informalità viene qui messa al centro, per cercare di capire una struttura sociale fondamentale delle società africane, che viene spesso evocata, ma poco approfondita.

Nell’immagine: manifestazione a Bujumbura nel settembre 2013. Foto di Troens Bevis, da http://thinkafricapress.com

Hip-Hop e immaginario razziale

Un bell’articolo di Léo Pajon apparso su Jeune Afrique riporta l’attenzione su un tema importante, su cui ci si è soffermati a volte anche qua dentro. Ad esempio qui e qui. L’articolo parla dei videoclip di musica Hip-Hop e dei corpi iper-sessualizzati delle artiste, che richiamano tanto (senza volerlo?) l’immaginario razziale del tempo della schiavitù in Nord America.

L’immagine è tratta da: https://artobjects.wordpress.com/category/moda/

L’invenzione degli stereotipi sulle tribù

Un illuminante esempio di conoscenza usata come strumento di controllo è quello della creazione della nozione di tribù, per “cristallizzare” la storia e l’esistenza di tanti popoli del continente africano. Gli studi antropologici più avanzati conoscono bene come questo sia avvenuto (penso alle opere di Ioan Lewis). Ne ha parlato anche, su un piano più storico-narrativo, David Van Reybrouck (“Congo”, Feltrinelli 2014). Riporto alcuni passaggi.

“Un secondo gruppo di scienziati che poteva illuminare la colonia era quello degli etnografi (…). Le tribù divennero insiemi eterni, autonomi e inalterabili. (…) Cyrille van Overbergh, che era anche un importante politico cattolico, affermò (…): ‘In generale quei popoli hanno poche relazioni tra loro (…) le tribù sono indipendenti le une dalle altre e conservano la loro autonomia’. Queste affermazioni non tenevano affatto conto degli scambi secolari e noti già allora, tra le differenti comunità. (…) Gli antici regni del Bakongo o del Baluba nella svaana erano spesso molto misti da un punto di vista etnico. Molti indigeni parlavano più lingue. (…) Ma l’antropologo degli inizi del ventesimo secolo suddivideva la popolazione in differenti razze, così come il tassonomista del diciottesimo secolo aveva classificato il regno animale in diverse specie. Immutabili nel tempo, senza influenze reciproche. (…) Tale etnologia della prima ora non era assolutamente fine a se stessa; doveva invece servire ad accelerare l’opera del colonizzatore. (…) Le scuole delle missioni divennero piccole fabbriche di pregiudizi tribali. I ragazzi che non avevano il permesso di lasciare il loro villaggio apprendevano all’improvviso che dall’altra parte del loro esteso paese vivevano i bakango e che opinione averne. I pigmei, in molti manuali, venivano dipinti come bizzarre aberrazioni. Anche se non ne avevi mai incontrato uno, sapevi già cosa pensarne. (…)”

La foto è tratta da: https://lentrelacs.wordpress.com/tag/leopold-ii/

La caccia ai Gay in Gambia

30 Dicembre 2014 Nessun commento

Il Gambia è uno dei Paesi africani in cui i gay sono apertamente e “legalmente” perseguitati. Qui  e qui si possono trovare alcuni approfondimenti. Il presidente gambiano Yahya Jammeh, tempo fa, ha così ammonito coloro che potrebbero criticare l’operato del suo governo in questo campo: “Si vous pensez que vous pouvez collaborer avec les prétendues organisations des Droits de l’homme et vous en sortir comme ça, vous devez vivre dans un monde de rêve. Je vais vous tuer et rien d’autre ne va se passer.” Uno dei tanti pezzi di Africa che non vorremmo più vedere.

La veduta di Banjul è tratta da: http://viaggi.leonardo.it

Best aid parodies

22 Dicembre 2014 Nessun commento

Da tempo, nel mondo delle organizzazioni di volontariato e della solidarietà internazionale sono cominciati a circolare filmati e documenti ironici e autoironici sul modo in cui spesso si intende l’impegno a favore dei popoli africani. In clima natalizio, non guasta dunque dare un’occhiata a un servizio del Guardian su questo argomento, corredato da video per lo più (tragicamente) esilaranti. E tanti auguri a chi legge!

L’immagine SAIH è tratta da www.theguardian.com

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