Artisti africani contemporanei: il contributo di “Africa e Mediterraneo”

Continua l”onda lunga dei commenti al nostro piccolo decennale. Sono arrivate da Sandra Federici, di “Africa e Mediterraneo”, alcune importanti riflessioni sulla cultura e l’arte africana contemporanee, che riporto molto volentieri, per via della sintonia che ho con questo progetto.

La prima volta che ho visitato il blog di Daniele Mezzana ho capito al primo sguardo che era in sintonia con gli obiettivi e il lavoro di www.africaemediterraneo.it: mostrare la ricchezza, la creatività, l’innovazione, la ricerca dell’Africa contemporanea, dando spazio in particolare degli autori delle varie espressioni artistiche. Quando a fine anni ’90 abbiamo rinnovato la linea editoriale di Africa e Mediterraneo ci siamo ispirati anche al modello della Revue Noire, in cui gli artisti africani dell’arte contemporanea erano presentati dal punto di vista critico e iconografico con professionalità e cura, come gli artisti contemporanei occidentali: su carta patinata, con foto di alta qualità e il commento di esperti di arte, non di africanistica. In quegli anni si faceva un lavoro pionieristico, sia da parte degli artisti che delle organizzazioni e degli studiosi che analizzavano il fenomeno: l’arte africana contemporanea stava affermando se stessa nel panorama internazionale, aveva ancora bisogno di definirsi, di dirsi. E così ci sono state le importanti mostre che cercavano di dare una risposta alla domanda “che cos’è l’arte africana?”, fino ad Africa Remix e al Padiglione Africa alla Biennale di Venezia del 2007. Anche questo ha contribuito a rendere “fuori moda” le rappresentazioni paternalistiche della creatività africana contemporanea, che lodano sempre e comunque l’autore africano per il fatto stesso che è africano, e non gli applicano criteri severi di valutazione come si fa con gli altri artisti. Quel paternalismo che, come dice Mezzana in un’intervista di Stefania Ragusa, “è l’anticamera del razzismo”. Adesso gli artisti e i fotografi africani sono riconosciuti come autori in sé, e quando partecipano alle esposizioni internazionali o espongono nelle gallerie che fanno il mercato dell’arte sono presentati non per il paese di origine ma per i contenuti del loro lavoro o per le scelte formali. Oppure sono chiamati a esprimersi su temi non tipicamente “africani”, come nella grande esposizione recentemente inaugurata al museo d’arte moderna di Francoforte: The Divine Commedy. http://www.mmk-frankfurt.de/en/ausstellung/current-exhibitions/exhibition-details/exhibition_uid/12195/ Cinquanta artisti africani propongono opere ispirate alla Commedia di Dante: Inferno, Purgatorio e Paradiso in 4.500 metri quadri di esposizione… Dev’essere una bomba.    (Sandra Federici)

Nella foto, un’opera di Babacar Niang, “Porte de la Renaissance Africaine”, tratta da: www. artmajeur.com

La cybercriminalità in Africa occidentale

Nonostante il divario digitale, l’Africa conosce una crescente cybercriminalità, soprattutto nelle varie forme della truffa. Fonti FBI stimano che la Nigeria, il Ghana e la Costa D’Avorio sono tra i primi 10 Paesi al mondo come fonti degli imbrogli e dei “bidoni” online. In uno dei suoi vari articoli su questo argomento, il giornalista Daniel Addeh (uno dei corrispondenti della web tv “African Voices”) si è soffermato sulla cybercrminalità in Ghana, che coinvolge sempre più adolescenti delle fasce povere, ed è in continua crescita. A differenza della vicina Costa D’Avorio, ove è stata attuata una politica di contrasto che sembra stia facendo regredire il fenomeno: la Plateforme de Lutte contre la Cybercriminalité – PLCC.

La foto è tratta da: http://verite-reconciliation.org/cote-divoire-cybercriminalite-largement-surestimee-cio-com/

De minimis…

Chi passa da queste parti ogni tanto avrà già capito che qua dentro non ci occupiamo di eventi di cronaca, né di analisi macro-economiche e geopolitiche sull’Africa (in cui tanti altri eccellono). Per scelta, non certo per insensibilità nei confronti dell’attualità africana, qui si parla prevalentemente di alcuni fenomeni e processi sociali di media e lunga durata: le rappresentazioni delle società africane, gli stereotipi, i rapporti tra modernità e tradizione, le relazioni tra stati e società civili, l’urbanizzazione e il rapporto città/campagna, le migrazioni internazionali e tanto altro ancora. Processi e fenomeni di media e lunga durata che però incidono su scelte, azioni, politiche, e che si manifestano in tanti modi nella quotidianità. Anche in minime cose, che però sono rivelatrici di grandi problemi. Il sito NOFI, ad esempio, ha messo insieme una ventina di “20 cose da non dire a un nero”. A leggerle, sono veramente stupide, ma buona parte di esse, a seconda dei casi, le ho personalmente sentite in bocca, mica di leghisti padani o di razzisti espliciti, bensì di cooperanti, intellettuali progressisti, persino di docenti universitari che hanno lavorato in paesi africani. A testimonianza che certe immagini degli africani nascono da stratificazioni della nostra cultura che non possono essere modificate solo dalla buona volontà dei singoli, dall’avere una mente aperta, dal diffondere maggiori informazioni o dal promuovere una migliore educazione. Tutte cose, certo, assolutamente indispensabili. Ma servono, forse, più in generale, nuovi modelli plurali di vita, di esperienza, di incontro, di dialogo, di socialità nei fatti.

Il disegno è tratto da: http://africanhistory-histoireafricaine.com/blog

Guerriglia iconografica

Svelare, o criticare, il significato di una foto può forse aiutare qualcuno a capire meglio i meccanismi inceppati delle attuali relazioni interculturali. Un esempio è il post sul blog “Africans against appropriation”, centrato sui presupposti e sui modi con cui ragazze bianche (capitate in qualche Paese africano a vario titolo) si fanno fotografare con bambini neri. Roba innocente, senza conseguenze? L’autore di quel blog, e anche io, abbiamo qualche dubbio. A questo proposito, va segnalata anche l’iniziativa, citata dalla CNN, di una campagna fotografica dell’African Student Association dell’Ithaca College di New York, intitolata “The Real Africa: Fight the Stereotype”. Una campagna che punta a reagire contro rappresentazioni parziali o unilaterali del continente africano. Senza sottovalutare i problemi ben noti, ma senza occultare le potenzialità che esistono. Due esempi di concreta, innocente, efficace “guerriglia semantica” (Umberto Eco, tantissimi anni fa, parlava di “guerriglia semoiologica”) sull’iconografia che ci passa davanti ogni giorno, e su cui ci interroghiamo pochissimo.

La foto è tratta da: http://techexile.com

La religione africana oggi

11 Febbraio 2014 Nessun commento

La religione come parte della visione del mondo dei popoli africani, i luoghi comuni sulla religiosità in Africa, la necessità di distinguere la religione dalle pratiche superstiziose, il legame tra gli stereotipi sulla religione africana e il razzismo sono alcuni dei temi al centro di un saggio pubblicato nel luglio 2013 sull’African Research Review. Il saggio è intitolato “The Need to Re-Conceptualize African ‘Traditional’ Religion”, ed è opera di tre studiosi nigeriani: Offiong Okon Asukwo, Sunday Simeon Adaka e  Esowe Dimgba Dimgba. Che ringrazio anche per l’ampia citazione.

La foto è tratta da: http://obatalashrine.org/000004.php

Souleymane Bachir Diagne: “L’encre des savants” e la scrittura in Africa

Uno dei luoghi comuni più radicati sulle società africane è quello secondo il quale la scrittura sarebbe un’acquisizione molto recente in questo continente, le cui culture sarebbero, tutte, caratterizzate essenzialmente dall’oralità. Si tratta di un’affermazione infondata: basti pensare, ad esempio, ai manoscritti presenti nelle antiche biblioteche di Timbuctu. Uno studioso che si è soffermato su questo tema, da un punto di vista filosofico, è Souleymane Bachir Diagne, insigne  intellettuale senegalese che è attualmente docente alla Columbia University di New York. Qui un breve servizio sul suo conto e sul suo ultimo libro “L’encre des savants”.

La foto di Souleymane Bachir Diagne è tratta da: www.actu24.net

Questo blog compie 10 anni: saluti e commenti – 5

31 Gennaio 2014 1 commento

Ancora un saluto e una riflessione sulle società africane, in occasione dei 10 anni di questo blog. La parola a Paolo Sannella, già ambasciatore in Costa D’Avorio, profondo conoscitore delle questioni africane e attuale presidente del Centro Relazioni con l’Africa.

“Rispondo alla tua domanda di commentare un’iniziativa che hai nutrito per 10 anni allo scopo di migliorare la conoscenza che si ha in Italia della complessa realtà africana. L’impegno da te preso era difficile e veniva soprattutto assunto in un contesto ancora largamente dominato da stereotipi negativi di quella realtà a cui hanno fra l’altro anche contribuito le campagne di raccolta fondi delle ONG nostrane. Oggi quel panorama si è in parte modificato. Per restare nei confini di casa nostra vorrei ricordare quel bel volume ‘L’Africa a colori’ che la rivista Limes pubblicò nel 2006 e si apriva con quell’incisivo editoriale di Lucio Caracciolo che introduceva la necessità di cambiare occhiali per ben guardare la policromia di una società in piena espansione che si liberava di eredità dolorose e si muoveva alla ricerca di un nuovo ruolo da protagonista nel mondo contemporaneo. La settimana scorsa, il Sole 24 Ore in un articolo a firma di Micaela Cappellini ricordava i successi economici e le opportunità ormai largamente riconosciute di quel mondo. Non dobbiamo certo dimenticare i gravi problemi che ancora affliggono molte aree del Continente, ma dobbiamo farlo con impegno innovativo: guardando in avanti e non nel retrovisore. Molto resta da fare, caro Daniele, ed è proprio con l’intento di contribuire anche noi a questo risveglio dell’opinione pubblica italiana ed al rilancio delle relazioni italo-africane di recente invocato anche dal Ministro On. Bonino che la Società Geografica Italiana ha creato lo scorso anno il Centro Relazioni con l’Africa ed ha aiutato quest’ultimo ad organizzare lo scorso autunno un convegno di presentazione della nuova Africa animato dalle maggiori istituzioni economiche africane ed internazionali. Non possiamo che esserti grati del lavoro svolto ed allo stesso tempo lieti di continuarlo insieme con te.”

Photo: Seat of Government, Accra, Ghana   http://sprealestate.in

Una intervista per il “Corriere delle migrazioni”

Stefania Ragusa, direttore responsabile del “Corriere delle migrazioni” segue da tanto tempo questo blog, e allo stesso modo io seguo con estremo interesse quella pubblicazione online e tutto quel che le ruota attorno. In occasione dei 10 anni di “Immagine dell’Africa”, mi ha fatto l’onore di intervistarmi e ha pubblicato l’intervista nel n.9 del 20 gennaio 2014.

Stefania mi ha anche mandato questo gentilissimo messaggio di auguri: Quando ho cominciato a lanciare anche io i miei post nel cyberspazio, sei o sette anni fa, Immagine dell’Africa era un blog già molto visitato e autorevole, a cui spesso attingevo per trovare spunti e provare a leggere meglio la realtà che mi circondava. Quando Fabrizio Casavola mi ha messo in contatto diretto con Daniele Mezzana, mi sono sentita davvero onorata e anche un po’ – non ridere Daniele – emozionata. Perché l’affinità mentale e la condivisione di valori, se autentiche, sono esperienze emozionanti. Ho pensato un po’ a quale potesse essere il modo migliore di festeggiare i 10 anni di questo prezioso blog e ho concluso che parlarne attraverso il mio giornale potesse essere un buon modo per me. Da qui l’intervista. Tanti auguri Immagine dell’Africa, e cento di questi compleanni. Grazie Daniele per il tuo impegno puro e disinteressato.”

Riporto integralmente l’intervista qui di seguito.

 

L’immagine dell’Africa

Stefania Ragusa – 20 gennaio 2014

Compie dieci anni il blog Immagine dell’Africa, uno strumento che nel tempo ha contribuito  a modificare l’immagine stereotipata del continente presso il pubblico italiano. Abbiamo intervistato il suo fondatore/ideatore, Daniele Mezzana.

Come è nato questo blog, e perché?

«Ho lavorato e lavoro in Paesi africani dal 1979, come ricercatore e formatore, con il Cerfe. Durante tutti questi anni, ho potuto notare che il pensiero ricorrente sull’Africa, qui in Italia, non corrisponde alla realtà delle società africane. E non basta semplicemente andare in Africa per correggere lo sguardo: se i tuoi a priori non sono adeguati, anche se risiedi per 5 anni in loco, continuerai a non comprendere. Bisogna andare oltre. Una occasione importante, per me, fu la lettura del Rapporto MacBride negli anni ‘80. Era un rapporto di una commissione promossa dall’Unesco che mostrava gli squilibri esistenti nella circolazione dell’informazione nel mondo (gestita da poche centrali nei Paesi del Nord), e nel modo in cui i diversi Paesi delle diverse aree del pianeta vengono rappresentati dai media. Erano anni in cui, alla riflessione su un possibile “Nuovo ordine economico internazionale”, si provò ad elaborare strategie per un “Nuovo ordine mondiale dell’informazione e della comunicazione”, ma senza successo. Tuttavia, fu importante lanciare e approfondire questioni importanti come la necessità di rafforzare i sistemi autonomi di informazione dei Paesi del Sud, modificare la deontologia degli operatori dell’informazione, rafforzare la cooperazione e il rispetto delle diverse culture sul versante della comunicazione internazionale, ecc.
Altra esperienza fondamentale fu, da questo punto di vista, la partecipazione alla rivista Società africane, pubblicata online negli anni 2002-2003. La rivista affrontava il problema della conoscenza delle società africane nel loro dinamismo e nella loro complessità: non solo l’Africa della tradizione, della povertà, delle guerre e dei villaggi, ma anche quella delle città, degli amministratori locali, degli imprenditori, dei sia pur faticosi processi di democratizzazione, del confronto con la modernità. E soprattutto un’Africa plurale, diversificata, non un’entità unica e cristallizzata. Dopo la conclusione di questa esperienza, per cause di forza maggiore, nel 2004 ho deciso di proseguire la riflessione sullo specifico aspetto delle rappresentazioni sociali dell’Africa e degli africani, e ho pensato di usare uno strumento, allora abbastanza innovativo, come il blog: per parlare di sterotipi e di come superarli, per parlare degli africani come attori e non solo come recettori dell’attivismo altrui. Temi purtroppo ancora attualissimi, mi sembra. Ed eccoci qua, dopo 10 anni e 471 post, nell’era dei social networks, che utilizzo un po’ come una sorta di prolungamento del blog».

Cosa è cambiato nel tempo, secondo lei, nella percezione dell’Africa da parte dell’Occidente?

«Stiamo parlando di qualcosa che è stato “costruito” nel corso dei secoli, una percezione radicata nelle memorie personali e collettive: per questo è difficile modificarla in tempi brevi. Infatti, è cambiata ancora poco. Storici, cartografi, missionari, esploratori, filosofi, scrittori, pittori, funzionari coloniali, viaggiatori, leader politici, giornalisti hanno tutti contribuito, ciascuno in modo diverso, a forgiare l’immagine dell’Africa e della gente africana così come si configura oggi. Certe rappresentazioni hanno avuto più successo di altre: ad esempio quella di un’Africa irrimediabilmente legata alla tradizione, al passato, in cui la gente è tutta carne ed emozioni e con poco cervello. Su questo, si sono innestati, negli ultimi decenni, i meccanismi dei media: a fare notizia sono gli eventi negativi (come i conflitti) o tragicomici (come il re che sceglie moglie tra centinaia di vergini), e non i fatti positivi, o i processi meno visibili di cambiamento. Non che in Africa manchi la materia, intendiamoci, ma è indubbio che l’informazione tenda a privilegiare e ad enfatizzare la dimensione “evenemenziale”, immediata e catastrofica: la carestia e il dittatore fanno notizia e vendono; una elezione pacifica, una scoperta scientifica di un istituto locale (penso, ad esempio, alle ricerche sulla malaria dell’Icipe in Kenya) non fanno notizia, o la fanno di meno. Qualche eccezione si fa per la musica o il cinema.
Su questo meccanismo si innesta anche il ruolo di alcune Ong o di altri attori che, per ragioni di raccolta fondi, o esercitando un giusto ruolo profetico e di denuncia, tendono a parlare di quello che non va, per cambiarlo. Nel fare questo, è chiaro che risulta più agevole trattare eventi in cui è facile attribuire una specifica responsabilità (al governo X o alla multinazionale Y), piuttosto che altri problemi meno evidenti o non facilmente imputabili a specifici attori, ad esempio: la fuga dei cervelli (Corriere delle Migrazioni ne sa qualcosa), la discriminazione delle donne e la loro lotta per l’emancipazione, la gestione delle aree urbane e il rapporto città-campagna, la qualità dei servizi sanitari nella loro quotidianità (al di là delle emergenze), la ricerca scientifica e accademica, e così via. Questa situazione favorisce numerose distorsioni presso il grande pubblico, che non ha modo di farsi un’idea diretta delle società africane, e perpetua un meccanismo di ignoranza e pregiudizio.
Negli ultimi anni, tuttavia, ci sono stati dei cambiamenti. Vari portali e siti web, anche in Italia, offrono una informazione più completa e corretta dell’Africa e dei popoli africani: oltre alle testate specialistiche che si occupano tradizionalmente di Africa, posso citare African Voices, Africa e Mediterraneo, il blog Sancara, il gruppo Facebook su l’Afrique qui gagne e altri ancora. Anche qualche grande testata nazionale generalista ospita periodicamente bei servizi e réportages sull’Africa che cambia. Questo mi fa ben sperare, ma c’è ancora molto da fare, non solo sul versante dell’informazione, ma anche su altri versanti, soprattutto quelli della ricerca e dell’educazione nelle scuole e nelle università. In altri Paesi europei si è fatta molta più strada. Ma è un discorso molto lungo…»

C’è un nesso tra il razzismo e la visione distorta dei paesi cosiddetti in via di sviluppo?

«Il razzismo ha origini profonde, direi etologiche e legate a un senso non gestito della territorialità, ma la componente “ignoranza” è certamente fondamentale. Gli stereotipi e le generalizzazioni sono un elemento fondamentale del razzismo. È chiaro che se noi immaginiamo che gli africani, tutti indistintamente, siano gente di villaggio, analfabeti o che posseggono (se va bene) solo la licenza elementare, non potremo che avere una visione “dall’alto verso il basso” degli immigrati provenienti dall’Africa, e oltretutto offriremo loro (anche ai laureati e diplomati, e provenienti da città grandi il triplo di Milano) lavori dequalificati rispetto alle loro reali competenze. Questo è solo un esempio. Penso anche che l’anticamera del razzismo, il suo terreno di coltura, sia la mentalità paternalistica presente in tanti ambiti della nostra vita quotidiana: da molta produzione televisiva e musicale, alla numerosa (non tutta) pubblicistica della solidarietà, a tanti elementi del discorso politico e sociale, che si riflettono persino nei resoconti di viaggiatori e turisti. Non è facile venirne fuori, e non bastano prediche o singole denunce per ribaltare la situazione: occorre agire molto più in profondità e con continuità».

Il ribaltamento a 180° della visione stereotipata dell’Africa, la tendenza a sottolineare i suoi aspetti “moderni” in una sostanziale identità con quelli occidentali, non rischiano di risultare ugualmente piatti?

«In effetti, questo ribaltamento a 180° è ingenuo. Bisogna esaminare le cose per come stanno, senza pregiudizi, e cercando di comprendere tutti gli aspetti, non solo alcuni. Per me, quando si parla di conoscenza e di immagine dell’Africa è importante cercare di esaminare sia le discontinuità che le continuità esistenti tra la realtà africane e le altre, compresa la nostra. È evidente che siamo diversi, e che le diversità vadano riconosciute, apprezzate e valorizzate. A volte, però, riconoscere una diversità può portare con sé, come una specie di cavallo di Troia, anche un elemento di distanza, o, anche senza volerlo, di disistima. Ad esempio, ogni volta che attribuiamo agli africani, indistintamente, una personalità contraddistinta tout-court dall’emozionalità, dalla semplicità, dall’accettazione sorridente di quel che viene, ecc. e dunque come distinta da quella tipica della razionalità occidentale, non facciamo che riprodurre un pregiudizio di stampo coloniale. E per questo trovo utile, nel blog, anche con un po’ di spirito polemico, sottolineare qualche elemento di continuità: non solo il fatto che siamo in un mondo, di fatto, interconnesso (nel bene e spesso nel male, anche per colpa nostra) e che tanti problemi sono comuni, ma anche, più nello specifico, il fatto che pure in Africa esiste un ceto medio in espansione, esistono università, imprenditori, cineasti, case di moda, sindacalisti, magistrati, parlamentari, sindaci, donne intellettuali (non solo quelle che pestano ritmicamente il miglio: le uniche che gli italiani conoscono dai servizi e dai documentari televisivi). Sembrano forse dettagli da poco, ma non lo sono: già riconoscere queste cose sarebbe un piccolo passo avanti, anche nella lotta contro il razzismo, e per un confronto migliore con chi, provenendo da lontano, viene a vivere qui da noi».

Stefania Ragusa

Photo: UN / Ky Chung

Questo blog compie 10 anni: saluti e commenti – 4

Sono giunti ancora tanti saluti informali. In primis, quelli di Marco Pugliese, del fondamentale portale “African voices”.  Poi, il gradito commento dell’africanista e politologa Valeria Alfieri, che riporto qua sotto. Evidentemente, il tema della conoscenza dell’Africa e quello della sua rappresentazione collettiva vanno ancora approfonditi.

 

Valeria Alfieri

Ho conosciuto il tuo blog, e attraverso di esso Daniele il sociologo e Daniele l’amico, non pochi anni fa, nel 2005. Ero una giovane studentessa di Scienze Politiche, alle prese con le sue prime esperienze “africane”, che sbarcava in Burundi con l’idea di dover salvare il mondo e si trovò invece a salvare se stessa da pregiudizi, luoghi comuni e schemi di pensiero che ci sono inculcati e veicolati senza che spesso ce ne rendiamo conto, ed indipendentemente dall’ambito familiare e accademico nel quale si è immersi. Immagine dell’Africa ha accompagnato e dato un immenso contribuito ad un percorso personale e professionale non sempre facile, carico di dubbi, paure, angosce, tristezze, crisi e rotture. Scrivere di Africa cosi come la vivevo e leggere di Africa cosi come era vissuta dal tuo sguardo attento e lucido sono diventati nel tempo un connubio di grande supporto. La condivisione profonda di idee e pensieri che trovavo nella lettura del tuo blog mi confortava, e le parole di sostegno che non mancavi di lasciare sulle mie pagine virtuali m’incoraggiava a dare un senso a ciò che scrivevo. Da tempo oramai non scrivo più sul mio blog, ma non manco mai di seguire quando e come posso le tue parole sulle immagini e realtà africane. Molte delle tematiche presentate sono per me innovative, originali, tangibili. E lo spazio nel quale s’inseriscono è vario ma coerente. Imprenditori, classi medie, tecnologie ed energia rinnovabile, realizzazioni professionali, cinema, arte, ecc. sono argomenti che hanno ampliato enormemente i miei orizzonti, che nel tempo, per esigenze professionali, si sono sempre più focalizzati su tematiche ristrette, come sai. Tu hai questa capacità di guardare a 360 gradi, parlandoci non di un’Africa ma di Afriche, di paesi, di città, di persone, di idee, di progetti che non appartengono ad una tradizione fissa ed arcaica, ma sono in movimento ed incredibilmente moderni, figli al tempo stesso della tradizione, della colonizzazione e dell’epoca nella quale tutti noi stiamo vivendo. Tutto ciò, ci è molto più vicino e familiare di quanto possiamo pensare, e dovrebbe interpellarci molto di più di quanto lasciamo che abitualmente faccia. Ti ringrazio, dunque, per questo bagaglio a cui mi permetti di accedere, e per tutti i progetti più o meno concreti o più o meno folli sui quali discutiamo e sogniamo. Tutti i miei più cari Auguri, dunque, a Daniele l’amico, a Daniele il sociologo, e ad “Immagine dell’Africa” per questo lieto e benefico anniversario.

Foto: Francois Xavier, an optician in Dakar, Senegal (Source: Philippe Sibelly)

 

Questo blog compie 10 anni: saluti e commenti – 3

 

Sono continuati a pervenire graditissimi saluti e commenti da amici e colleghi che, per lavoro, impegno o studio personale, si confrontano con la realtà attuale dell’Africa. Ecco dunque la terza tornata, tra il serio e l’ironico.

La foto è tratta da: http://www.hercampus.com/

 


Kossi A Komla-Ebri

10 anni! Sono tanti e ne so qualche cosa: sono quelli che ho dovuto aspettare dopo aver fatto in questo Paese tutto il percorso di studi per laurearmi e specializzarmi, per potere iscrivermi all’ordine dei medici (perché avevo infine acquisito la cittadinanza) e per poter esercitare. 10 anni sono davvero tanti: sono 3.650 giorni di attesa e speranze… Proporre un blog monotematico per 10 anni non è di certo facile. Richiede passione, costanza e sopratutto convinzione. La convinzione che si nutre di quella speranza descritta dallo scrittore Vaclav Havel: “La speranza non è ottimismo. La speranza non è la convinzione che ciò che stiamo facendo avrà successo. La speranza è la certezza che ciò che stiamo facendo ha un significato. Che abbia successo o meno.”

Ha davvero senso e significato sprecare tempo per parlare dell’immagine dell’Africa?

Io credo di sì, forse oggi più che mai, sopratutto in questo mondo globalizzato e fortemente mediatizzato dove prevale l’immagine, il suono e poco la riflessione, e dove il nostro immaginario è diventato il prolungamento delle parole e della nostra mente. Ha un significato “parlare” dell’immagine dell’Africa perché, nonostante l’accorciamento delle distanze con i mezzi di trasporto e quelli di comunicazione digitale, tante menti ancora oggi sono straripanti di scorie di pregiudizi, luoghi comuni e “non conoscenza” (per non dire “ignoranza”) dell’Africa, o meglio delle Afriche. Una immagine purtroppo essenzialmente negativa, nutrita quotidianamente dalle Ong. Basta girare per le strade la vigilia di Natale per vedere i manifesti di Amref, l’assurda pubblicità del Vu cumpra (!), vedere le pubblicità di ActionAid, dell’Unchr, senza scordarci del demente reality della Rai con inviati del mondo opulento che vanno ad assaggiare nei campi rifugiati la miseria altrui per un po’ di giorni, per poi tornare a rimpinzarsi e andare a controllare il colesterolo.

Immagini che dipingono l’Africa come il continente delle guerre, della miseria, del sottosviluppo. E’ di questi giorni il risveglio del governo italiano che punta a “riaccendere i riflettori sull’Africa” con l’iniziativa Italia-Africa della Farnesina, che “scopre” con un po’ di ritardo rispetto alla Cina che nonostante tutto l’Africa ricca ma impoverita è in crescita, come continente delle opportunità di investimento. Non vorrei che qui si voglia rinverdire l’immagine dell’Africa come possibilità di sfruttamento. Voglio sperare che i buoni propositi di “dare risalto alla presenza e al ruolo della comunità africana in Italia” e di inserire la cultura come uno degli elementi portanti dell’intera strategia siano il giusto segnale per un nuovo rapporto che di sicuro permetterà di presentare un’”Altra” immagine dell’Africa, come da 10 anni l’amico Daniele Mezzana porta avanti con amorevole passione.

 

Cátia Miriam Costa

10 year understanding and building knowledge on Africa. Africa still remains as the mysterious continent in a king of exotic imaginary. Is comfortable to see otherness as the extreme opposite of ourselves… it makes us to have more confidence on the presence and the future… Building awareness on difference and raising interest on these matters is a work shared by the ones loving diversity and knowledge. And that goes for Africa or for other continent. What is special about Africa is the persistence of an ancient image of an uncivilized continent, whereas we can find beauty, creativity and intelligence.

I think an enormous task is ahead us: to help to show what really goes is Africa… having happy and sad people, achievements and defeats as anywhere else in the world. I’ll bring a sentence from an Angolan writer from the 19th century, Pedro Félix Machado, writing in Lisbon for the metropolitan readership: “Sim – leitor amigo – em África, como em toda a parte do mundo se pode ser feliz”. (Meaning: “Yes – dear reader – in Africa like in everyplace in the world one can be happy”). Two centuries after is still difficult to make people believe in happiness, creativity, development and achievements in Africa, but I think it’s possible. Only sharing knowledge and information we can raise awareness and destroy stereotypes. That’s a task for all of us who have this marvelous experience of being or living there.

 

Stefano Anselmo

     Letterina  al Babbo Natale dell’Africa del futuro

 Caro Babbo Natale dell’Africa Futura, ti scrivo per chiederti le seguenti cose.

-       Ti prego di trasformare i dati di tutti i contratti delle multinazionali, invertendoli e dando il 51% agli Africani con relativa possibilità di gestione  del prezzo di acquisto delle materie prime, delle derrate e delle messi.

-       Regala dei macinini a energia solare alle mamme che triturano le pietre di coltan nella zona del Kiwu in Congo. Anzi, trasforma la raccolta così dolorosa, in una sana e organizzata cava degna delle migliori dell’Occidente, circondata da belle casette con giardinetto fertile,  residenze dei lavoratori.

-       Fa che ai politici Africani quando stanno per accordarsi con politiche e potenze occidentali firmando contratti capestro con clausole vessatorie, siano colti da un forte mal di pancia che faccia loro cadere la penna dalle mani.

-       Fa che anche i politici e gli esponenti delle economie mondiali, quando stanno per siglare accordi capestro con clausole vessatorie a favore di politici africani e a sfavore delle popolazioni africane, siano colti da un improvviso e irresistibile prurito al culo, così forte da non riuscire a firmare, tanto se lo devono grattare.

-       Fa che nascano ancora tanti Lumunba, Nkrouma, Sankara; almeno uno per ogni paese, di quelli inventati alla Conferenza di Berlino.

     Se non te lo ricordi bene è quella del 1884 -1885, svoltasi sotto l’ideologia che assegnava solo alle potenze europee e ai popoli bianchi d’oltreoceano il diritto alla sovranità: le altre aree erano considerate territori vuoti liberamente occupabili e spartibili.

-       Lancia uno Zot alla maniera del tuo amico Giove su tutti gli aspiranti dittatori e su tutti i politici che dopo il secondo mandato non vogliono ritirarsi.

-       Ripulisci le acque del Niger affinché tornino pulite e il suo delta ricco di pesci.

-       Fai che Francia, Inghilterra, America &co, non rompano più i coglioni  in materia di supremazia politica e gestione delle risorse, land grabbing, et cetera.

-       Insegna a tutti gli uomini che l’Africa ha una storia complessa e importante, né più né meno come l’Asia o l’Europa.

-       Spiega che quando a Kilwa e a Lamu (Tanzania e Kenia) si faceva il bagno nella vasca ad acqua corrente di casa propria, nella “civile” Inghilterra e in altri Paesi europei (sull’Italia stendiamo un molto pietoso velo!!!), vuotavano il contenuto dei  vasi da notte fuori dalla finestra.

-        Spiega che il miracolo del Rinascimento ebbe luogo grazie al sostegno dell’oro africano e alla “riscoperta” della scienza attraverso i documenti arabi tradotti in latino a Toledo, in Spagna e portati nel cuore dell’Europa da viaggiatori colti.

     E se non ci credono… per l’oro, spiega che: Kanku Musa (il Mansa, imperatore del Melli, situato grosso modo nell’attuale Mali), pellegrino alla Mecca nel 1324, distribuì doni in oro tanto generosi da far svalutare il prezioso metallo sui mercati per quasi 10 anni. Infatti Nell’Atlante Universale Catalano -carta geografica redatta nel1375- l’imperatore del Melli, è raffigurato assiso sul trono nel centro dell’Africa Occidentale con in mano una pepita d’oro, mentre un mercante berbero, con il volto velato, si avvicina a dorso di un cammello.

      Per la faccenda delle traduzioni arabe a Toledo, spiega che durante le ultime incursioni del 2012-13 di Al-Qaeda a Tombuctu, celebre città di cultura, sede di una  delle più antiche Università del mondo, vennero distrutti parecchi libri antichissimi. La mia amica Marzia, laureata in ingegneria, vistò la città 10 anni fa e rimase esterrefatta riconoscendo nelle illustrazioni di libri risalenti al X e XI secolo, gli stessi schemi di ottica studiati da lei durante i suoi anni universitari. Emozionata, si augurò che i pazzi Talebani non li avessero distrutti.

-       Spiega all’Uomo bianco che quando l’Italia processava Galileo Galilei per le sue affermazioni sulla rotazione terrestre, erano già passati quasi mille e trecento anni da quando Eratostane, ad Alessandria d’Egitto, calcolò il diametro della Terra, partendo dal dato ormai super-assodato, della sua sfericità.

-       Insegna agli Africani a non buttare in giro i sacchetti di plastica, perché l’Africa è la loro terra e non la loro spazzatura: spiega anche che non è una “cosa da Bianchi” perché Paul Kagame, che è un Africano nero come gli altri, ha vietato l’uso dei sacchetti di plastica in tutto il Paese: li sequestrano alla frontiera prima di entrare in Rwanda.

     Spiega loro che i “sacchetti di plastica” è meglio che se li infilino sul pisello prima di fare l’amore.

-       Fa che gli Africani e i Neri di tutto il mondo la smettano di schiarirsi pelle e capelli, pensando di essere più belli, solamente perché si sentono meno “lontani” dall’idea di bellezza imposta dalla supremazia culturale bianca.

-       Spiega a tutti, Bianchi e Neri, belli e brutti, che nascere in un paese ricco o in una famiglia benestante, non è assolutamente né un merito, né ti riconosce alcun diritto in più; bensì è semplicemente una mera questione di “culo” (nel senso di “fortuna”, per chi non avesse dimestichezza con le sfumature semantiche).

-       Fa che i “Bianchi” sappiano che esistono tante Afriche, diverse per cultura, lingua, musica, cucina, miti e leggende, perchè l’Africa è un Continente – contenitore delle tante Afriche esistenti.

-       Fa che anche gli Africani sappiano (ancora meglio dei “Bianchi”) che esistono “le Afriche” e non una sola Africa.

-       Fai funzionare le Università, le scuole, gli ospedali. E fa sì che i tanti soldi provenienti dalla cooperazione, finiscano nelle tasche della gente comune in termini di benessere e assistenza.

-       Chiedi agli Spiriti della Foresta, delle Sabbie e dei Mari di non moltiplicare l’acqua in vino (è buono ma non ci puoi irrigare i campi) né moltiplicare i pesci perché i mari africani ne sarebbero ricchi (basta eliminare  l’inquinamento da petrolio, soprattutto nei delta e  la pesca a strascico con le reti a maglie strette, nei fiumi e in mare), ma di trasformare i milioni di mine anti uomo in manioca, cipolle, peperoncino e neuroni, per chi al mondo (Bianchi  e Neri) ne avesse bisogno. E le fabbriche che le producono, in fabbriche di preservativi.

-       Infine fa che il messaggio che si evince dal testo seguente diventi ormai inutile, antiquato, stantio e noioso, tanto la nostra società si è evoluta. É la sofferta risposta a una donna colpevole di millantata conoscenza di cose africane, sicumera e boria: diceva imbecillità indicando gli Africani come “Negri”.

     Tolleranza? Regole da seguire? Si? E allora dimmelo un po’! Quanti Negri hai ospitato a casa tua a mangiare? E per quante volte? E quanti Negri ti telefonano almeno due volte la settimana? E a quanti hai prestato dei soldi? E quanti hanno prestato dei soldi a te?  (…) Con quanti sei stato al cinema o a fare shopping, o  a fare la cazzo di spesa al  supermercato? E per quanti Negri ti sei messo a piangere, o quanti ne hai ascoltati piangere? Dimmelo un po’: quanti Negri hai abbracciato sperando che non andassero più via? E a quanti hai detto di sparire dalla tua vita? Dimmelo: quanti Negri hai sulla lista dei regali di Natale? (…)

(da “African inferno” P. Pallavicini, Feltrinelli, pag. 3)

Grazie per avermi ascoltato Babbo Natale dell’Africa del futuro.

Tuo Stefano Anselmo