Civil agency in Africa

I più recenti studi sulla società civile in Africa (focalizzati, in particolare, sui movimenti sociali) hanno messo in luce due punti: a. rispetto alla visione superficiale per cui gli africani sono sempre e comunque senza aiuto di fronte all’oppressione e alle peggiori dinamiche della globalizzazione, c’è molta più ingegnosità e capacità di resistenza (informale) e di “andare avanti” di quanto si pensi; b. lo studio delle resistenze “informali” può fornire molte informazioni su come le società africane saranno in futuro. Queste sono alcune delle premesse del volume a più voci su “Civic agency in Africa. Arts of Resistance  in the 21st Century” (a cura di Ebenezer Obadare e Wendy Willems – editore James Currey 2014). La categoria dell’informalità viene qui messa al centro, per cercare di capire una struttura sociale fondamentale delle società africane, che viene spesso evocata, ma poco approfondita.

Nell’immagine: manifestazione a Bujumbura nel settembre 2013. Foto di Troens Bevis, da http://thinkafricapress.com

Hip-Hop e immaginario razziale

Un bell’articolo di Léo Pajon apparso su Jeune Afrique riporta l’attenzione su un tema importante, su cui ci si è soffermati a volte anche qua dentro. Ad esempio qui e qui. L’articolo parla dei videoclip di musica Hip-Hop e dei corpi iper-sessualizzati delle artiste, che richiamano tanto (senza volerlo?) l’immaginario razziale del tempo della schiavitù in Nord America.

L’immagine è tratta da: https://artobjects.wordpress.com/category/moda/

L’invenzione degli stereotipi sulle tribù

Un illuminante esempio di conoscenza usata come strumento di controllo è quello della creazione della nozione di tribù, per “cristallizzare” la storia e l’esistenza di tanti popoli del continente africano. Gli studi antropologici più avanzati conoscono bene come questo sia avvenuto (penso alle opere di Ioan Lewis). Ne ha parlato anche, su un piano più storico-narrativo, David Van Reybrouck (“Congo”, Feltrinelli 2014). Riporto alcuni passaggi.

“Un secondo gruppo di scienziati che poteva illuminare la colonia era quello degli etnografi (…). Le tribù divennero insiemi eterni, autonomi e inalterabili. (…) Cyrille van Overbergh, che era anche un importante politico cattolico, affermò (…): ‘In generale quei popoli hanno poche relazioni tra loro (…) le tribù sono indipendenti le une dalle altre e conservano la loro autonomia’. Queste affermazioni non tenevano affatto conto degli scambi secolari e noti già allora, tra le differenti comunità. (…) Gli antici regni del Bakongo o del Baluba nella svaana erano spesso molto misti da un punto di vista etnico. Molti indigeni parlavano più lingue. (…) Ma l’antropologo degli inizi del ventesimo secolo suddivideva la popolazione in differenti razze, così come il tassonomista del diciottesimo secolo aveva classificato il regno animale in diverse specie. Immutabili nel tempo, senza influenze reciproche. (…) Tale etnologia della prima ora non era assolutamente fine a se stessa; doveva invece servire ad accelerare l’opera del colonizzatore. (…) Le scuole delle missioni divennero piccole fabbriche di pregiudizi tribali. I ragazzi che non avevano il permesso di lasciare il loro villaggio apprendevano all’improvviso che dall’altra parte del loro esteso paese vivevano i bakango e che opinione averne. I pigmei, in molti manuali, venivano dipinti come bizzarre aberrazioni. Anche se non ne avevi mai incontrato uno, sapevi già cosa pensarne. (…)”

La foto è tratta da: https://lentrelacs.wordpress.com/tag/leopold-ii/

La caccia ai Gay in Gambia

30 Dicembre 2014 Nessun commento

Il Gambia è uno dei Paesi africani in cui i gay sono apertamente e “legalmente” perseguitati. Qui  e qui si possono trovare alcuni approfondimenti. Il presidente gambiano Yahya Jammeh, tempo fa, ha così ammonito coloro che potrebbero criticare l’operato del suo governo in questo campo: “Si vous pensez que vous pouvez collaborer avec les prétendues organisations des Droits de l’homme et vous en sortir comme ça, vous devez vivre dans un monde de rêve. Je vais vous tuer et rien d’autre ne va se passer.” Uno dei tanti pezzi di Africa che non vorremmo più vedere.

La veduta di Banjul è tratta da: http://viaggi.leonardo.it

Best aid parodies

22 Dicembre 2014 Nessun commento

Da tempo, nel mondo delle organizzazioni di volontariato e della solidarietà internazionale sono cominciati a circolare filmati e documenti ironici e autoironici sul modo in cui spesso si intende l’impegno a favore dei popoli africani. In clima natalizio, non guasta dunque dare un’occhiata a un servizio del Guardian su questo argomento, corredato da video per lo più (tragicamente) esilaranti. E tanti auguri a chi legge!

L’immagine SAIH è tratta da www.theguardian.com

Scene da un matrimonio neo-coloniale

16 Dicembre 2014 Nessun commento

Da qualche giorno si discute, in rete, della prassi di organizzare matrimoni in ambiente esotico, con animali feroci, vestiti da safari, e gli immancabili indigeni rigorosamente in atto deferente, in pose di servizio, o semplicemente sullo sfondo. Tutto è nato da un articolo dell’Huffington Post, in cui si parla degli scatti matrimoniali del fotografo australiano Jonas Peterson, ambientati in Kenya. Stilisticamente e tecnicamente impeccabili, ma se ci fosse bisogno di spiegare che la fotografia non è mai un atto neutrale, questo sarebbe certamente un bell’esempio. L’iconografia che viene richiamata in modalità automatica è quella del “buon vecchio tempo coloniale”, che rimanda a sua volta a significati più stratificati nelle nostre culture e nella nostra stessa etologia (la conquista territoriale, l’opposizione nero-bianco, il controllo del diverso, la vittoria dell’ordine sul caos, ecc.).  I fruitori di questi tipi di servizi fotografici (in primis gli sposi e i parenti) possono avere un grado di coscienza di ciò che stanno facendo che varia dalla colpevole inconsapevolezza al razzismo esplicito. Certo non è un bello spettacolo.

Grazie a Cristina Sebastiani della segnalazione!

La foto di Jonas Peterson è tratta dal sito “Narrazioni differenti”, che a sua volta ospita un post sul tema: http://narrazionidifferenti.altervista.org/scene-da-un-matrimonio-colonialista 

Ebola: i danni della psicosi

10 Dicembre 2014 Nessun commento

Un numero speciale della rivista “Africa e affari” si interessa dell’ebola. Puntando soprattutto sui danni economici, politici e sociali generati dalla cattiva informazione sul virus. Nell’editoriale si spiega:

“Trattiamo temi economici africani, ma conosciamo e amiamo il continente profondamente e vederlo ancora una volta trattato con sciatteria, superficialità e secondo stereotipi inaccettabili (soprattutto dai nostri media) ci ha spinto a realizzare una cosa completamente diversa. Questo numero spiega in modo semplice e intuitivo che l’Africa non è ebola, che l’epidemia interessa 3 paesi su 54, che da ebola si può guarire, che ebola si può fermare, che le principali capitali europee sono più vicine in linea d’aria di quelle dell’Africa orientale o dell’Africa australe. Spiegheremo a chiare lettere che i danni economici (basta pensare al settore del turismo, ma lo stesso trend lo riscontriamo anche in altri ambiti) e la paura – o meglio la psicosi figlia dell’ignoranza più semplice sia sulla malattia sia sull’Africa – stanno facendo più danni del virus.”

La veduta di Freetown è tratta da: http://factsabouthull.blogspot.it/2014/10/fact-42-hull-is-twinned-with-freetown.html

Images du passé en Afrique de l’Ouest

21 Novembre 2014 Nessun commento

Le site “Images du passé en Afrique de l’Ouest” présente, depuis 2006, des centaines de cartes postales et photos anciennes du Sénégal,  du Soudan français, de Guinée, de Côte d’Ivoire, de Haute-Volta, de Gold Coast, du Togo, Dahomey, Niger, Tchad et Cameroun.  Accompagnées de leurs légendes originales et de commentaires sur leur contexte historique ou de références littéraires sur le sujet.  A’ visiter sans hésitations.

Source de la photo (vue de Saint Louis, Sénégal): http://www.saintlouisdusenegal.com/citemagique.php


			

Antiche città africane

Le “geografie fantasiose” di cui parlava Edward Said sono modi di pensare certi luoghi e popoli applicando i propri desideri e pregiudizi. Si tratta, aggiungo, di rappresentazioni della realtà che costruiscono modelli artificiali ed etnocentrici delle relazioni interculturali: insomma, creano una “alterità” elaborata a proprio piacimento, per poter fondare una relazione psicologica e di potere sbilanciata, del tipo “noi ok/loro no ok”. Se guardiamo al modo in cui l’Africa sub-sahariana è stata rappresentata nel corso dei secoli, uno dei tanti modi in cui questa “alterità” è stata creata è affermare senza esitazioni che gli africani sono sempre e solo vissuti in villaggi, che non hanno mai conosciuto seriamente il fenomeno urbano e che la città non è roba per loro. In questi giorni circola un articolo di Mawuna Remarque Koutonin in cui si fornisce una qualche spiegazione di ciò: gli europei, nel penetrare in Africa, hanno distrutto 100 grandi e ricche città. In effetti, l’Africa (anche la parte sub-sahariana) ha una notevole e antica tradizione urbana. Un bel saggio di Sékéné Mody Cissoko dimostrò a suo tempo che alcuni di quelli che oggi sono popoli rurali, come i Soninke, i Songhay, i Mandinga e tanti altri, “hanno sviluppato nel passato una brillante civiltà urbana”, quella di Tomboctu, Gao, Uialata, Ifé, Kano, ecc. Per non parlare delle antiche città nella parte centrale e orientale del continente. Insomma, un altro luogo comune da sfatare.

L’immagine della città di Loango nel XVII secolo (basata sui resoconti di viaggiatori) è tratta da: http://kwekudee-tripdownmemorylane.blogspot.it/2013_05_01_archive.html

 

 

Ebola e stereotipi

22 Ottobre 2014 1 commento

Il re degli stereotipi sull’Africa è il pregiudizio che essa sia una entità unitaria e indistinta. Le vicende legate alla diffusione dell’Ebola hanno fatto riemergere con prepotenza questo stereotipo. Infatti, la stragrande maggioranza dei cittadini europei  (validamente sostenuti dalle generalizzazioni dei media e dagli slogan di alcune forze politiche dichiaratamente xenofobe) pensano che chiunque giunga “dall’Africa” sia un potenziale portatore del virus, indipendentemente dal Paese di provenienza. Non importa se si viene dal Mozambico, dall’Uganda o dalla Sierra Leone: tutti untori, in quanto “africani”. Un caso eclatante è quel che è successo a Fiumicino, ove qualche giorno fa una bambina non è stata fatta rientrare a scuola in quanto appena tornata da un viaggio con la famiglia in Uganda (Paese peraltro non a rischio), per il timore che diffondesse il virus. No comment, ma tanto da fare.

La foto è tratta da: http://www.enjoyuganda.info