La tradizione del massaggio in Africa

Nel suo volume “The History of Massage: An Illustrated Survey from Around the World” (2003), Roberto Noah Calvert informa dell’esistenza di forme di massaggio nelle culture tradizionali africane. Secondo Calvert, “il massaggio in Africa è stato parte della medicina tradizionale” . Esso era spesso legato alle abluzioni e ai bagni, si concentrava sull’addome ed era usato dagli sciamani per scacciare i cattivi spiriti e curare i problemi di digestione. Le levatrici, inoltre, aggiunge Calvert, usavano massaggiare  l’addome delle donne incinte per correggere eventuali malformazioni del feto. Il volume non offre ulteriori specificazioni e non c’è molto, in giro, su questo tema, ma sarebbe interessante approfondirlo.

L’immagine è trata da: http://www.ancientegyptonline.co.uk

Violenza politico-religiosa: rischi e contromisure in Benin e Ghana

Il conflitto politico-religioso che ha colpito Paesi come la Nigeria e il Mali rischia di diffondersi in realtà vicine, per via di un contesto fatto di porosità dei confini, disparità tra città e campagna, scontento sociale ed economico delle giovani generazioni, interventi di attori religiosi esterni a tali Paesi (sia cristiani che musulmani), e altro ancora. Ma uno studio condotto in Benin e Ghana da Peter Knoope e Grégory Chauzal mostra che esistono anche, localmente, strumenti istituzionali e culturali per disinnescare, o almeno contenere, tale rischio. Ad esempio, la grande tradizione di discussione e soluzione dei conflitti simbolizzata dalle riunioni di villaggio sotto un grande albero, il persistente prestigio delle autorità tradizionali, oppure le diverse e radicate istituzioni di dialogo inter-religioso. Non si può prevedere quanto tali strumenti reggeranno all’urto di nuovi processi disgregativi, ma è importante sapere che esistono.

 

Image: Benin Clay city of Tagasango (by James Dorsey) – http://www.africavernaculararchitecture.com/benin/

Parlando d’Africa con Umberto Eco

21 Febbraio 2016 Nessun commento

Parlai una sola volta con Umberto Eco, e quella volta parlammo di Africa. Fu in occasione di un esame di semiotica al DAMS di Bologna, tanti anni fa. Io da una parte del tavolo, e di fronte a me il professor Eco, lo studioso di cui avevo letto tutti i libri. Con lui, c’era anche un’altra nota semiologa: Patrizia Violi. Tirai fuori da uno zainetto un barattolo vuoto di latte in polvere, poi una tesina su “Il latte in polvere nel Sahel. Aspetti semiotici del trasferimento di tecnologie”. E l’esame cominciò.

Negli anni ’80, diversi organismi per la cooperazione internazionale allo sviluppo avevano inviato consistenti aiuti alimentari per far fronte alla carestia che aveva colpito tutti i Paesi del Sahel (Ciad, Niger, Burkina Faso, Mali, Senegal, Gambia, Mauritania, Capo Verde, Guinea). Tra tali aiuti, vi erano cospicue forniture di latte in polvere, catapultate senza troppe cautele da un contesto all’altro (dolosamente o inconsapevolmente, la differenza qui è irrisoria). In effetti, con l’arrivo di questo alimento, si era rilevato un aumento delle malattie diarroiche presso la popolazione infantile, e in molti casi, quando tali malattie colpivano i bambini di pochi mesi, questo significava morte quasi certa. Il fatto è che, mancando istruzioni chiare sulle confezioni di latte in polvere (la cui preparazione richiede poca polvere e tanta acqua sterilizzata), la cultura alimentare locale trattava i nuovi prodotti alla maniera tradizionale, in cui gli alimenti farinosi richiedono poca acqua e tanta farina. Insomma, in termini semiotici, entravano in campo “sceneggiature” ed “enciclopedie” diverse, fenomeni di “ipercodifica” e “ipocodifica”, “topic”, isotopie”, “relazioni fiduciarie” e quant’altro. Umberto Eco era veramente una persona alla mano, curiosa, acuta, e l’esame si trasformò in una rigorosa ma cordiale discussione sul modo in cui una maggiore consapevolezza dei meccanismi semiotici insiti nella cooperazione internazionale e nel trasferimento di tecnologie (alimentari, in questo caso) avrebbe potuto salvare tante vite umane nel Sahel. Alla fine andò bene, e fu uno dei giorni che ricordo ancora con maggior piacere. Anche se, a distanza di decenni, stiamo ancora a riflettere sui guai che si continuano a combinare nel continente africano.

Umberto Eco. Photograph: Eamonn McCabe/The Guardian

Repetita iuvant

14 Febbraio 2016 Nessun commento

L’organizzazione non governativa canadese “War child” ha appena pubblicato un articolo sul suo sito web, intitolato, le 10 false percezioni sull’Africa.  Quali sono queste false percezioni? Eccole: l’Africa è un continente omogeneo; l’Africa è un continente povero di risorse; l’Africa è tribale; la carestia è la sola causa di povertà del continente; tutti gli africai sembrano uguali e condividono il medesimo background ancestrale; gli africani parlano l’”africano”; la musica africana non ha nulla a che vedere con quella che si ascolta in Nord America; gli africani non sono istruiti; la maggior parte degli africani non ha accesso alle tecnologie della comunicazione; l’Africa è per lo più giungla e deserto.

I lettori di questo blog, e di tante altre pubblicazioni che si occupano di Africa, potranno sorridere di questi stereotipi che vengono segnalati. Alcuni francamente ridicoli. Ma se qualcuno, nel 2016, ritiene di pubblicare un articolo del genere, vuol dire che ce ne è ancora bisogno. E in fondo basta sentire attorno quel che si dice. Negli ultimi tempi ho avuto più volte la tentazione di chiudere questo blog, visto che ormai i suoi temi sono al centro dell’attenzione di tanti libri, riviste, siti, blog. Ma tutto sommato, meglio rimanere: c’è ancora tanto da fare, anche se si tratta di ribadire semplici ed accertate verità. In un mondo che azzera le memorie ogni 24 ore, repetita iuvant. Semper.

Nella figura: una mappa con le 6 principali famiglie linguistiche africane, da https://simple.wikipedia.org/wiki/Languages_of_Africa

 

Congo: un antico genocidio

Con l’occasione della Giornata della memoria, molti hanno voluto ricordare anche quanti altri massacri di popoli, o quanti genocidi, sono stati commessi e si stanno ancora commettendo sotto i nostri occhi. Per l’attenzione che ho verso il Congo, non posso dimenticare, e non desidero far dimenticare, i massacri sistematici delle popolazioni indigene di questo splendido Paese quando era sotto il dominio personale del re belga Leopoldo II, a cavallo tra il XIX e il XX secolo, per sfruttare le risorse naturali esistenti. Si discute ancora se si sia trattato di genocidio in senso stretto, oppure no. Ma parliamo comunque di un numero di vittime stimato tra il milione e i quindici milioni. Non esistono cifre precise. Tanto, a chi importava?

La foto è tratta da: http://digitallibrary.usc.edu/cdm/ref/collection/p15799coll123/id/78038

 

 

Colonia e colonialismo

Non ho mai sentito dire tante fesserie in così pochi secondi: il  tempo di una intervista al telegiornale Sky.  Qualche giorno fa, il nuovo direttore de “La Stampa”, a proposito dei gravi fatti di Colonia (l’assalto sessista alle donne durante i festeggiamenti di Capodanno) ha affermato, più o meno, che l’assalto di gruppo alle donne di Colonia sarebbe un stato un atto tribale che ha origine dall’implosione degli Stati arabi in Nordafrica e Medio Oriente; tale implosione avrebbe fatto riemergere antichi, e mai del tutto sopiti, costumi di gente nel suo insieme (tutti quanti!) abituata da secoli alla razzia e alla violenza. Concetto ribadito in questo articolo. Mi limito a riportare questa replica dell’islamista Lorenzo Declich, dove si mostra che la realtà è un poco più complicata di quel che si vorrebbe. O forse più semplice, ma in un senso diverso. Cerchiamo di andare oltre.

La veduta di Algeri è tratta da: http://chiviaggiaimpara.blogspot.it/2015/07/paesaggi-lassekrem-nel-massiccio-gli.html

Indaba

19 Dicembre 2015 Nessun commento

L’Indaba è un sistema di incontro, confronto, negoziazione e accordo tra le parti elaborato nel contesto delle società Xhosa e Zulu del Sudafrica. Se ne è parlato molto a proposito del recente, faticoso accordo sul clima alla conferenza mondiale Cop21.  Ecco un altro contributo all’umanità che proviene da un popolo africano. L’attitudine alla negoziazione, alla soluzione dei problemi, all’individuazione di ciò che unisce anziché di ciò che divide non è certo nata con l’Indaba: lo testimoniano le vicende dei grandi leader democratici e riformatori della storia umana. Ma in questo caso ci troviamo di fronte a un approccio che diventa parte integrante della cultura di un popolo, inclusivo e aperto, e in quanto tale capace di coinvolgere anche chi questo approccio non ce l’ha, o ha difficoltà ad adottarlo. E ce ne sarebbe tanto bisogno, in questa epoca di integralismi e massimalismi, in cui il dialogo con il diverso e il raggiungimento di un risultato condiviso (anche se frutto di un compromesso e inevitabilmente non ottimale) vengono considerati quasi come una magica contaminazione con il male.

La foto è tratta da: http://www.rinnovabili.it

Una campagna contro l’uso delle immagini di bambini africani per la raccolta fondi

24 Novembre 2015 Nessun commento

“Anche le immagini uccidono” è una campagna per la dignità dei bambini africani, e contro l’uso improprio della loro immagine a fini di raccolta fondi. E un tema a me particolarmente caro, da tanto tempo, e in questo blog ne ho spesso parlato, ad esempio qui, qui o qui. Quindi mi fa molto piacere che qualcuno se ne occupi, e in modo così concreto e capillare. Ringrazio in modo particolare gli amici Kossi Amékowoyoa Komla-Ebri e Fortuna Ekutsu Mambulu per il loro impegno speciale.

La foto è tratta da: http://www.tandem-wacren.eu

 

 

Il pensiero primitivo del giornalismo occidentale sull’Africa

Prendiamo la mappa e consideriamo la recente epidemia di Ebola in Sierra Leone, Guinea e Liberia. Questi Paesi sono più vicini alla Spagna che alla Tanzania, ma in Tanzania nel 2015 le prenotazioni alberghiere dei turisti sono calate del 50%, e invece in Spagna no. Perché? Soprattutto per via delle notizie giornalistiche prodotte dai media occidentali. Il giornalismo nei nostri Paesi, almeno quando parla di Africa, è basato su un pensiero magico, associativo, e per molti versi primitivo: l’Africa è un’entità unica, inscindibile, misteriosamente interconnessa. Le diversità, i distinguo, l’analiticità vengono applicate, quando avviene, solo alle vicende di casa nostra. Un breve e illuminante scritto della giornalista ugandese Nancy Kacungira sul sito della BBC fornisce qualche utile spiegazione e manda all’aria parecchi luoghi comuni. Ringrazio Fabio Feudo della segnalazione.

La veduta di Dar es Salaam è tratta da: http://www.busiweek.com

 

Polizia in Africa

30 Settembre 2015 Nessun commento

Il policing, il fare polizia, in Africa è una realtà molto variegata. Qualcuno ha parlato di “multi choice policing”. Questo vuol dire che, al livello locale, in ogni Paese o singolo territorio, esistono diverse agenzie o organizzazioni che offrono servizi di polizia e di protezione, pubbliche o private, più o meno valide, più o meno accettabili. Sono state chamate Informal Organised Security Groups, Informal Commercial Security Groups, State Approved Civil Guarding, Dispute Resolution Forums, Religious Police, Ethnic/clan Militias, Political Party Militia Groups, Civil Defence Forces, Traditional Courts e così via. Si tratta di capire il ruolo che queste forme di policing possono giocare, e soprattutto di governarle, selezionandole e armonizzandole. Sempre (impresa ardua) nel rispetto dei diritti dei cittadini.

La foto dei membri del Nigerian FPU (Formed Police Unit) in una cerimonia al Mogadishu Stadium è tratta da: http://trainingforpeace.org

 

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