Matematici della diaspora africana

21 Gennaio 2012 2 commenti

 

Se qualcuno pensa che questo blog si disinteressi dei conflitti e dei problemi che affliggono i Paesi africani si sbaglia. Mi interesso eccome, ma in modo particolare. Visto che numerose e autorevoli testate, siti e blog si occupano di fornire specifiche notizie e approfondimenti su questi importanti aspetti, preferisco non duplicare, in peggio, il lavoro altrui. E mi concentro sul modo in cui, dalle parti nostre, sono considerati gli africani e vengono pensate le società africane. Questo influisce profondamente sul tipo di soluzioni che vengono date alle crisi politiche, economiche e sociali di quest’area del pianeta. Detto in sintesi: è ovvio che se considero gli africani “per essenza” come vittime, incapaci di organizzarsi, legati alla dimensione rurale e tribale, con scarse capacità di pensiero razionale, tutto danza e poco cervello, di conseguenza predisporrò, prevalentemente, soluzioni di tipo assistenziale e paternalista, anche se in modo gentile e politicamente corretto. Viceversa, se ritengo che all’interno delle società africane esistono energie sociali e intellettuali in grado di agire autonomamente per affrontare i problemi esistenti, allora cercherò di capire quali sono queste energie, quali sono gli ostacoli e le opportunità che incontrano, in quali organizzazioni e persone si incarnano, e le valorizzerò e sosterrò per quanto possibile, se richiesto. Insomma: esiste un legame profondo tra il modo di considerare  gli africani e il modo di narrare e trattare i loro problemi. E’ in tale spirito che segnalo la peculiare vicenda dei matematici della diaspora africana, efficacemente descritta in questo singolare sito web.

Nella foto: il matematico giamaicano del XVIII secolo  Francis Williams, da http://jamaicanhistorymonth2007.moonfruit.com/#/francis-williams/4519580316

 

 

 

 

Afro-Argentini

7 Gennaio 2012 2 commenti

Il tango ha (anche) una forte componente africana. Ma non è solo questa l’impronta che gli argentini di origine africana hanno lasciato in questo meraviglioso Paese. Ad esempio, molti combattenti per l’indipendenza dell’Argentina erano discendenti di schiavi africani. E sono numerosi i personaggi di prestigio in molti campi della vita sociale e culturale argentina che avevano e hanno una origine africana. Il caro amico Paul Brinkley-Rogers, prestigioso giornalista, mi ha segnalato questo video sugli afro-argentini (non è lui l’autore). Il video ha suscitato molto dibattito, per alcune tesi piuttosto forti e in parte inesatte o incomplete, ma ha il merito di dare numerose informazioni (e comunque di suscitare interesse) su un fenomeno che si conosce ancora poco.

Il fotogramma dal film “Revolución” è tratto da: http://alejandrofrigerio.blogspot.com

 

 

Punk in Africa

31 Dicembre 2011 1 commento

Il movimento Punk in Africa è, ovviamente, sconosciuto, persino agli addetti ai lavori. Perciò sono grato a Fabrizio Casavola per la sua ennesima segnalazione: un documentario dedicato a questo fenomeno, dagli anni ’70 in poi, diretto da Keith Jones e Deon Maas, che si è concentrato soprattutto su esperienze in Sudafrica, Mozambico e Zimbabwe. Alcune band segnalate dal sito dedicato al documentario sono: National Wake, Wild Youth, Asylum Kids, Suck, Power Age, The Dynamics, The Genuines, Koos, Hog Hoggidy Hog, Swivel Foot, 340ml, Sibling Rivalry, The Rudimentals, Evicted, Fokofpolisiekar, Fuzigish. Un mondo a parte, ma non troppo.

Buon 2012 a chi passa di qui (e anche a chi non ci passa).

La foto è tratta da: http://www.dokweb.net/en/documentary-network/articles/film-of-the-week-punk-in-africa-1686/

 

L’arte di arrangiarsi e l’innovazione

24 Dicembre 2011 2 commenti

Poco fa hanno trasmesso un bel programma su RAI 5, sull’arte di arrangiarsi nel mondo. Nel sito web del programma si afferma: “Pensiamo di sapere tutto quanto ci sia da sapere sul Kenya: i Safari, i guerrieri Masai, i suoi paesaggi, la sua storia. Il Kenya è uno dei paesi più noti del pianeta. Eppure c’è una cosa che non sappiamo: il resto dell’Africa considera i keniani maestri dell’arrangiarsi. Ma mentre prima erano famosi per il loro artigianato, prodotto riciclando lattine, sacchetti di plastica e vecchi pneumatici, oggi il Kenya è noto per l’aviazione, le energie rinnovabili e la telefonia. Sebastian Perez Pezzani va ad incontrare i principi dell’ingegno, coloro che sono all’avanguardia del sopravvivere arrangiandosi. Una panoramica del Kenya, come mai vista prima”.

Nel corso della puntata è stata presentata, tra l’altro, una esperienza di impresa artigianale nello slum di Kibera a Nairobi. Una impresa che dà lavoro a tanti giovani, che è organizzata in modo orizzontale e democratico, e che non impedisce a chi se ne va di utilizzare le idee e le competenze apprese per mettersi in proprio.

Auguri di Buon Natale e buon anno a chi passa da qui.

La foto, di Greenpeace, mostra l’installazione di pannelli solari a Kibera, ed è tratta da: http://inhabitat.com

Reperti d’epoca: Adamo, Eva e gli altri

4 Dicembre 2011 2 commenti

Ieri mattina su RAI 3 hanno trasmesso il film “Adamo ed Eva”, una garbata commedia del 1949 con Erminio Macario ed Isa Barzizza, con sceneggiatori e attori d’eccezione. E’ la storia di Adamo, parrucchiere, che è diventato freddo ed esitante con la sua fidanzata Eva, giovane manicure. Per giustificarsi, lui le racconta la storia degli “Adami” del passato, fino ai giorni (a loro) contemporanei, in un ipotetico mondo post-bomba nucleare. Tra i sopravvissuti (oltre ai due italianissimi protagonisti), un russo, un americano, un francese, tutti quanto meno definiti con la loro nazionalità, anche se dipinti in modo caricaturale, come si conveniva al genere comico dell’opera. Però, oltre a loro, ci sono anche due altri personaggi, definiti nel film come “l’ebreo” e “il negro”, entrambi allestiti e truccati come se fossero balzati fuori da qualche pagina della rivista “La difesa della razza”, anche se il fascismo era finito ormai da qualche anno.  Contestualizziamo quest’opera, per carità, ma molti di noi sono cresciuti in un mondo in cui, anche con leggerezza, la si pensava così.   E di strada da fare ce n’è ancora parecchia.

Il fotogramma da “Adamo ed Eva” è tratto da: http://www.kataweb.it

 

Il melting pot musicale ad Addis Abeba

28 Novembre 2011 1 commento

Ho ricevuto dall’africanista e musicista Gianmarco Mancosu, attualmente ad Addis Abeba, una breve nota, molto interessante, sulla musica etiopica oggi: una testimonianza di prima mano sulle nuove forme di convivenza, mescolanza, integrazione tra elementi tradizionali ed elementi moderni in campo musicale.

 

Sounds of Addis

di Gianmarco Mancosu

Passeggiando per Addis Abeba una delle prime cose che colpisce è il fatto di essere circondati da suoni e musiche tra loro contrastanti: le melodie dei riti copti si incrociano con quelle musulmane, spesso sovrastate dalle canzoni pop che i vari negozietti sparano a tutto volume attraverso vecchi amplificatori posti sulla strada.
In questa città internazionale e piena di contrasti la scena musicale è viva e originale, con sonorità oscillanti tra modelli contemporanei e commerciali e il mantenimento di tratti originari e indigeni.  Questo interessante mix di influenze è alla base della musica contemporanea etiopica, che pulsa da ogni locale della città. Nei ristorantini “habesha” si possono ascoltare le musiche della tradizione suonate magistralmente con gli strumenti storici: con un orecchio attento si percepiscono sezioni ritmiche con ascendenze più spiccatamente del sud del Paese in cui percussioni decise e coinvolgenti fanno da base alle melodie degli strumenti a corda e delle voci che hanno una riconoscibile discendenza dal mondo musicale mediterraneo e medio-orientale.
Il melting pot sonoro si percepisce anche nella musica contemporanea che si ascolta dappertutto: nelle strade, nei taxi, nei baretti e nei locali notturni.
Colpisce la qualità dei musicisti e della musica che viene offerta nei più vari contesti: dal piano bar dell’affollatissimo ristorante per famiglie al concerto live nel club più alla moda si trova una grande attenzione verso l’esecuzione e verso la resa sonora.
In genere nei locali in cui si può trovare live music i musicisti sono fissi durante lo show e si alternano i cantanti che interpretano due o tre canzoni a testa: cambio di generi e di stili, si passa dal reggae al funky, dal pop al jazz fino agli U2 e a Janis Joplin, con grande coinvolgimento degli ascoltatori.
La scena reggae è molto viva: la canzoni di Bob Marley, ma anche quelle di Teddy Afro e di Sidney Salomon sono quasi degli inni nazionali non solo per la grande comunità Rastafariana presente tra Addis Abeba e Shashamane, ma per molte altre persone che vedono nell’immancabile richiamo ad Haile Selassie (presente in molti testi e visto dai Rastafariani come la seconda incarnazione del Messia) come la bandiera dell’orgoglio nazionale.
Molto interessanti sono quei contesti nei quali si possono ascoltare le “canzoni del momento”, spesso brani ballabili e ritmati che catturano l’attenzione del pubblico attraverso intricate sezioni ritmiche, giri di basso rotondi e ricchi di groove, sezioni di fiati pungenti e melodie orecchiabili. Alle orecchie musicali occidentali tutto ciò appare fresco e originale e il pubblico etiopico tributa ai propri idoli lunghi applausi e scene da “top of the pops”.
Ogni locale ha un palchetto e un impianto audio, segno questo che la musica è elemento fondamentale delle serate in città, e soprattutto la musica suonata si difende ancora egregiamente dalle invasioni dei DJ e dei computer.
Alcuni locali cult come il Jazzamba sono il punto di riferimento per serate di buon jazz (o ethio-jazz) che assume colori vivi e coinvolgenti, mai fermo ad uno sterile virtuosismo ma che anzi coinvolge il pubblico di esperti e non.
Nei grandi alberghi internazionali spesso gli aperitivi sono accompagnati da musica dal vivo, le scuole di musica come la Yared organizzano concerti di Liszt che registrano il tutto esaurito, così come alta è la partecipazione agli eventi organizzati dai vari istituti di cultura internazionali presenti in città.
Più di altri elementi, l’aspetto musicale pare riassumere al meglio le peculiarità dell’Etiopia: la nazione, così come la sua musica, va modernizzandosi velocemente, guardando tuttavia sempre alle proprie tradizioni. La convivenza di stili e di generi e il loro mescolamento in risultati originali riflette la convivenza tra religioni ed etnie presenti nel Paese, differenze che a mio parere vengono accentuate più da volontà politiche che da predisposizioni umane e sociali.
La musica qui è ancora un’arte da difendere, e crea momenti di bellezza che si possono ritrovare nei più svariati contesti, dal rito copto coi sui tamburi e le melodie cantilenate alla serata tra amici nel pub in cui ci si diverte davanti ad una birra. Ogni melodia scandisce la giornata, i periodi dell’anno e tutta l’esistenza, e l’amore della gente verso la musica è parallelo alla loro voglia di normalità e di vita che si respira qui ad Addis.

 

Nella foto: The Police Band (Etiopia), 1962, da: http://www.tadias.com/

Novità nascoste

13 Novembre 2011 1 commento

Metto insieme qualche informazione sparsa, su cose nuove (o poco note) dall’Africa o che hanno africani come protagonisti:

- TELEBI, la prima televisione della diaspora senegalese;

- i talenti (soprattutto femminili) della letteratura in Africa, secondo il drammaturgo camerunese Eric Essono Tsimi;

- un servizio sulla crescita della classe media in Africa.

Nella foto, il regista senegalese Mbaye Maniang Diagne e i suoi collaboratori, da: http://maniang72.skyrock.com

Il ventre del pitone

25 Ottobre 2011 2 commenti

Enzo Barnabà è uno storico e francesista che ha vissuto a lungo, tra l’altro, in Costa D’Avorio ed ha una spiccata curiosità e competenza sulle questioni africane. Il suo ultimo romanzo, “Il ventre del pitone” (editore EMI, 2010) è la storia di una ragazza nata in un villaggio ivoriano, Cunégonde (etimologicamente “colei che combatte per la stirpe”). In particolare, è la storia del suo percorso di iniziazione alla vita: da un’infanzia felice nel suo villaggio, al suo distacco da un padre che non merita lei e la madre,  a una lunga odissea attraverso l’Africa Occidentale, fino a un agognato, ma difficile e tormentato, approdo in Italia, insieme al bimbo che nel frattempo ha dato alla luce.

“Il ventre del pitone” è una sorta di percorso guidato di consapevolezza sul vissuto dell’emigrazione dall’Africa. Una emigrazione vista “dal di dentro” e con gli occhi di una donna, appunto Cunégonde; un “io narrante” a cui Barnabà ha saputo dare grande plausibilità e sostanza.

Il romanzo è, inoltre, un percorso guidato alla conoscenza di alcune fondamentali componenti della dimensione culturale africana. La componente dei miti, innanzitutto. Poi quella delle usanze, alcune delle quali richiamate e descritte con dovizia quasi etnografica, senza per questo appesantire la narrazione. Ai proverbi, inoltre, viene dato uno spazio particolare. A tale riguardo, il romanzo è una vera e propria miniera: viene citato un proverbio tradizionale almeno ogni 2-3 pagine, applicandolo a concrete situazioni in cui si trovano i protagonisti.

L’opera di Barnabà è anche una riflessione, a tratti amara, su alcuni effetti perversi della globalizzazione in Africa, e sulle sorti della tradizione, nel suo rapporto dialettico con la modernità. Ma alla resa dei conti, Barnabà ci consegna un personaggio che non intende arrendersi, e che – nonostante quel che scrive Serge Latouche nella prefazione – ci lascia (o almeno ha lasciato me) con la sensazione che Cunégonde e gli africani, in un modo o nell’altro, ce la faranno.

 

Conoscere l’Africa attraverso la cosmesi

9 Ottobre 2011 2 commenti

woodabe

Per conoscere le società e i popoli africani ci sono tanti percorsi diversi. Uno di questi può essere la cosmesi, l’arte del trucco, dell’abbellire il corpo o parti di esso, specialmente il viso. “Come sono diventato truccatore” è l’ultimo libro di Stefano Anselmo, uno dei più grandi artisti del trucco al livello mondiale, sicuramente il più grande in Italia. Di certo avrete visto, nel corso della vostra vita, almeno una delle sue opere sui volti di Mina, Anna Oxa, Mia Martini, Amy Stewart, Gioele Dix, Renato Zero e tanti altri. Il libro (edizioni Rovema – Marinella Piano) è una accattivante autobiografia, che parte dall’infanzia in Piemonte e arriva ai nostri giorni, illustrando una carriera fatta di lavoro e applicazione, ma anche studio, approfondimento e trasmissione del sapere attraverso la formazione.

Tra le grandi passioni di Stefano Anselmo vi sono l’Antico Egitto e l’Africa. Nel volume si raccontano le ricerche e le sperimentazioni dell’autore sulla cosmesi al tempo dei faraoni e su quella che si elabora nelle società africane di oggi. Anselmo, con grande curiosità intellettuale, è uno che si reca sul posto per osservare, per parlare direttamente con le persone, per imparare e poi trasfondere quanto appreso nelle sue creazioni. Il tutto con molto rigore e rispetto (“considero quantomeno discutibile ricopiare qualsiasi cosa senza curarsi del significato”), contrariamente a quello che molti esteti più o meno improvvisati fanno quando si occupano dell’estetica e della cultura africana, come qualche volta abbiamo discusso anche qua dentro. Anche per questo atteggiamento di apertura e attenzione, Anselmo è diventato il massimo esperto italiano di make-up, problemi tricologici ed estetici per soggetti di pelle nera.

Stefano Anselmo si impegna attivamente per far conoscere agli italiani la cultura e le lingue dei popoli africani, combattendo radicati stereotipi: è intervenuto in numerosi seminari e conferenze, ha collaborato con importanti riviste come Focus e con il Discovery Channel, ha scritto un volume sulla lingua wolof, partecipa ad iniziative di sostegno per gli immigrati e di valorizzazione delle professionalità presenti tra gli africani in Italia. Il 10% dei proventi della vendita del volume andranno a sostenere le attività delle associazioni COSA e SUNUGAL.

“Come sono diventato truccatore” è un libro che parla, certo, a chi si occupa di trucco, ma soprattutto a chi vuole scoprire qualcosa di più sul posto della bellezza nell’esperienza umana.

Nella foto: Danza Woodabe, Diffa (Niger), da http://www.lucianobovina.com

Ethan Zuckerman sulla democrazia in Africa

30 Settembre 2011 4 commenti

zam_lusaka01

Ethan Zuckerman, fresco direttore del MIT Center for Civic Media, è co-fondatore di “Global Voices”, ed è uno dei massimi esperti mondiali sul rapporto tra Internet e democrazia. Ethan  è stato, in assoluto, la prima persona che ho contattato nel momento in cui decisi di aprire questo blog. Mi diede gentilmente consigli e spazio in un sito specializzato sull’Africa. Inoltre, mi ha fatto l’onore di utilizzare un mio scritto per un corso sulla democrazia digitale presso la Harvard Law School. Mi fa piacere citare un suo recente articolo sulla democrazia in Africa, che si conclude con questa significativa frase: “There’s a danger that we miss a major story here: democracy is taking root in Africa and spreading rapidly. Nations like Zambia, which survived autocratic rule and then dominance by one party are now seeing democratic change. It’s important to cover African crises and tragedies, but not at the expense of the hopeful news of democratic success and change”.

La veduta di Lusaka è tratta da: http://www.skyscrapercity.com